Dott.sa Debora Rasio

Medico, specialista in oncologia medica, ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma, nutrizionista Rai, Mediaset e La7, autrice dei bestsellers “Death by Medicine” -Axios Press; “La dieta non dieta” -Mondadori- e il recente “La dieta per la vita” -Longanesi, vanta una notevole attività di ricerca anche all’estero – fra le collaborazioni quella con il Kimmel Cancer Center della Thomas Jefferson University di Philadelphia. Proprio l’attività come oncologa e i suoi studi nel campo della biologia molecolare l’hanno portata a interessarsi di alimentazione come strumento per tutelare la salute

TARGET D: alte dosi di vitamina D dimezzano il rischio di reinfarto

Indice

Un grande studio randomizzato condotto dai ricercatori dell’Intermountain Health di Salt Lake City ha scoperto che personalizzare le dosi di vitamina D3 nei pazienti che hanno avuto un infarto riduce del 50% il rischio di un altro infarto. 

Superati i limiti dei vecchi studi  

Esiste una letteratura solida che mostra come chi ha livelli bassi di vitamina D vada incontro a più infarti, ictus e insufficienza cardiaca rispetto a chi ha valori più alti. Eppure, nei pochi studi clinici in cui la vitamina D è stata somministrata come integratore, i benefici ottenuti sono sembrati limitati.  

Cosa succede quando, invece di dare a tutti la stessa bassa dose raccomandata, personalizziamo la somministrazione di vitamina D in modo da portare i livelli di questo ormone nell’intervallo in cui svolge al meglio le sue funzioni biologiche?  Da questa domanda nasce TARGET-D, uno degli studi più accurati sulla vitamina D in cardiologia. I risultati, presentati alle Scientific Sessions 2025 dell’American Heart Association, aprono una strada nuova.

Cosa cambia con TARGET-D

Lo studio TARGET-D non ha semplicemente testato “la vitamina D”, ma la sua corretta gestione clinica: misurare i livelli, aggiustare la dose, riportare ogni paziente nel range in cui l’ormone diventa biologicamente attivo. Questo cambio di prospettiva ha prodotto un risultato concreto. Nei sopravvissuti a un infarto, raggiungere il livello target di 40–80 ng/mL ha dimezzato il rischio di un secondo evento cardiaco.

È un cambiamento di prospettiva potente, perché sposta l’attenzione dal “quanto prenderne” al “quale livello raggiungere”, riportando la vitamina D nel suo ruolo originario: un ormone che modula infiammazione, funzione endoteliale, pressione arteriosa, stabilizzazione della placca e tono autonomico.   

Lo studio in numeri

Tra aprile 2017 e maggio 2023, TARGET-D ha arruolato 630 adulti che avevano avuto un infarto entro un mese dall’inizio della sperimentazione. I pazienti sono stati seguiti fino a marzo 2025.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: 

  • il gruppo di controllo non ha ricevuto alcuna indicazione sull’integrazione di vitamina D; 
  • il gruppo di trattamento ha ricevuto dosi personalizzate di vitamina D3 per raggiungere e mantenere livelli di 40–80 ng/mL. 

L’85 percento dei partecipanti partiva con valori di vitamina D inferiori a 40 ng/mL. I livelli venivano controllati ogni 3 mesi, aggiustando il dosaggio di conseguenza. Quasi il 52 percento dei pazienti nel gruppo di trattamento, per raggiungere e mantenere il target, ha dovuto assumere più di 5.000 UI/die (oltre sei volte la dose giornaliera raccomandata dalla FDA). Non sono stati registrati eventi avversi significativi.

I pazienti che hanno raggiunto il target di 40–80 ng/mL hanno avuto una riduzione del rischio di secondo infarto del 52%, un risultato rilevante per qualunque terapia cardioprotettiva.

Perché personalizzare fa la differenza

La vitamina D non è un semplice integratore. È un ormone. La sua efficacia dipende dalla concentrazione raggiunta nel sangue:
– sotto i 30–40 ng/mL il recettore VDR rimane in parte inattivo;
– molte delle sue funzioni immunomodulanti, antinfiammatorie, antitrombotiche e di protezione endoteliale richiedono almeno 40 ng/mL.

Lo studio TARGET-D lo conferma: non basta assumere vitamina D, bisogna raggiungere il livello giusto. E in una popolazione in cui l’85 percento partiva da livelli bassi, dosi standard erano semplicemente inadeguate.

Ripercussioni possibili su scala globale

Gli autori sottolineano un dato spesso ignorato: tra il 50 e il 67 percento della popolazione mondiale vive in stato di insufficienza o carenza di vitamina D.

Ci troviamo dunque davanti a una strategia a basso costo, sicura, semplice da implementare e potenzialmente capace di prevenire migliaia di secondi eventi cardiaci ogni anno.

Per questo motivo Heidi May, autrice principale, invita i clinici a valutare i livelli di vitamina D nei pazienti cardiopatici e personalizzare la dose per raggiungere l’intervallo ottimale. Una raccomandazione semplice, con enormi conseguenze per la salute pubblica.

Oltre l’integratore: un vero ormone

La speranza, oggi più vicina alla realtà, è che la vitamina D torni a essere considerata per ciò che è: un ormone essenziale che regola infiammazione, omeostasi calcio/fosforo, immunità innata, stabilità endoteliale, integrità vascolare e molto altro.

E che il suo impiego clinico diventi finalmente mirato, personalizzato, monitorato, per permetterle di esprimere appieno il suo potere. L’efficacia della vitamina D dipende, infatti, dal raggiungimento del livello ottimale. Non controllare i livelli significa perdere il suo beneficio. Nell’era della medicina di precisione, integrare non basta più. Dobbiamo accompagnare la vitamina D là dove può davvero agire, nel nucleo cellulare, per esprimere tutte le funzioni che fanno parte del nostro percorso evolutivo.

E forse, grazie a studi come questo, la vitamina D, l’ormone del sole, conquisterà il posto che merita nella clinica moderna, proteggendo la nostra salute con la stessa semplicità con cui la luce illumina il giorno.

Fonti 

https://www.clinicaltrials.gov/study/NCT02996721

https://newsroom.heart.org/news/heart-attack-risk-halved-in-adults-with-heart-disease-taking-tailored-vitamin-d-doses

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