Incastonati tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone, la conca dell’Alpago e l’altopiano del Cansiglio racchiudono preziosi motivi di scoperta, insieme ad opportunità ad ampio raggio per gli amanti dell’outdoor. Per la sosta camper nessun problema: la zona è ricca di campeggi e aree attrezzate, tra cui quelle convenzionate con il PLEINAIRCLUB a Pian del Cansiglio.

Dal monte Dolada verso la Conca dell’Alpago
Giunta al margine del precipizio una turista austriaca trasalisce per l’emozione: la vista dal Rifugio Dolomieu al Monte Dolada è impagabile. Poi, rivolgendosi a un’amica, indica uno specchio d’acqua incastonato mille più in basso: «È il lago del vento». Dopo aver sistemato i parapendii, le due esili fanciulle cominciano a correre verso valle in direzione del Lago di Santa Croce, le vele si aprono, in un attimo i loro piedi penzolano nel vuoto. Provvidenziali correnti ascensionali le spingono a tremila metri d’altezza, oltre la cima del Teverone; da lì il loro sguardo abbraccia la Val Belluna e le vette delle Dolomiti, spingendosi fino alla Laguna di Venezia e al campanile di Piazza San Marco.

«Osservare dall’alto la conca dell’Alpago, i boschi della Serenissima, le malghe e le cime aperte ad anfiteatro attorno al Lago di Santa Croce non è un privilegio riservato a pochi temerari: guidati da piloti qualificati è possibile volare in parapendio biposto, senza correre rischi significativi» spiega Felice Boccanegra, direttore e istruttore da quasi quarant’anni del Delta Club Dolada.
«Se le condizioni meteorologiche lo consentono si decolla nei pressi del Rifugio Dolomieu al Dolada, a venti minuti d’auto da Puos d’Alpago, e si atterra in un campo adiacente all’area di sosta in località Garna a Pieve d’Alpago».
Le attività nella Conca dell’Alpago
Priva di ostacoli insormontabili, ricca di prati adatti all’atterraggio, la conca alpagota ben si presta a competizioni e a raduni di appassionati di volo; come la XC 100% Alpago, che la prossima estate – se l’emergenza sanitaria in atto ne consentirà lo svolgimento – dovrebbe giungere alla terza edizione. I centotrenta concorrenti iscritti si cimenteranno su un itinerario di cento chilometri: suddivisi in piccoli gruppi, guidati da piloti locali, anche i meno esperti potranno spingersi nel cuore della Val Belluna, sfruttando al meglio le correnti termiche.

Sono tante le opportunità della vacanza attiva nella conca dell’Alpago, il territorio posto al margine sudorientale della provincia di Belluno. Si spazia dal deltaplano al trekking e al trail running, dal canyoning alla mountain bike, dal kitesurf all’arrampicata sportiva, dalla barca a vela all’alpinismo in tutte le sue declinazioni estive e invernali.
Il Lago di Santa Croce
Circondato da un ventaglio di cime dall’aspetto talvolta austero, il Lago di Santa Croce è il cuore del comprensorio turistico. Lo specchio d’acqua si formò a seguito di una frana che sbarrò la Val Lapisina, impedendo al fiume Piave di continuare la sua corsa verso Vittorio Veneto.
Secondo una leggenda cara allo scrittore austriaco Karl Felix Wolff, nelle turchesi acque del lago giacciono la regina Bongaya e il suo esercito, ma si nasconderebbe anche un temibile drago: proprio a lui sarebbero attribuiti alcuni sinistri rumori registrati nel vicinissimo Fadalto.
Una decina di anni fa la notizia solleticò l’interesse dei social network e quello di un intraprendente cioccolatiere che pensò di commercializzare una tavoletta chiamata Alpago, corredata dall’immagine stilizzata del drago.

L’adombrata presenza del sauro non scoraggia gli appassionati di sport velici: il pomeriggio, quando il vento spira dalla Valle di Fadalto verso monte il bacino si colora di vele, soprattutto nell’area antistante al Campeggio Sarathei e alla località Poiatte sulla riva orientale. In primavera e in autunno il vento termico è più intenso e può perfino superare i trenta nodi.
Le attività al Lago di Santa Croce
Non a caso nel giugno del 2017 il Lago di Santa Croce ha ospitato il Campionato Mondiale di Formula Windsurf, coordinato dalla sezione di Belluno della Lega Navale Italiana, che sulla sponda meridionale dispone di un approdo e di una scuola velica. Nei mesi estivi, oltre a organizzare vari eventi, la lega propone corsi base o di perfezionamento di varie attività acquatiche, inclusi la canoa e il canottaggio.

Le alternative non mancano, e sono tra le più varie: ci si può rilassare presso il chiosco della Baia delle Sirene (a sud del lago), scivolare con il sup o passeggiare lungo la pista ciclo-pedonale compresa tra la spiaggia di Farra e quella di Poiatte. A chi ama il birdwatching consigliamo di esplorare l’Oasi Naturalistica di Sbarai, posta nei pressi del Campeggio Sarathei.
Alcuni sentieri consentono di addentrarsi in quest’area umida articolata su una superficie di circa trenta ettari. Armati di pazienza e di macchina fotografica, tra canneti e salici bianchi di dimensioni monumentali, si possono immortalare vari pennuti: dal Tuffetto all’Airone cinerino, dal Pendolino alla Cannaiola.
La foresta del Cansiglio

In bilico tra le province di Belluno, Pordenone e Treviso, l’Altopiano del Cansiglio è quasi interamente coperto da splendide e vaste selve, per lo più di faggi e abeti rossi e bianchi, già apprezzate all’epoca dei Dogi. Il legname del Gran bosco da reme di San Marco fu largamente impiegato per la costruzione di galee veneziane e per alimentare le fornaci delle vetrerie di Murano. La Serenissima fu lungimirante, sfruttò la foresta, ma non la devastò; chi la danneggiava rischiava infatti anni di galera, o meglio “a remar coi ferri ai piedi”.
La storia della foresta è illustrata al Museo Regionale dell’Uomo in Cansiglio Anna Vieceli e al Centro Etnografico e di Cultura Cimbra, in località Pian Osteria. Si spazia dalla paleobotanica ai reperti di cacciatori preistorici, dai documenti relativi al periodo della dominazione veneziana ai manufatti dei Cimbri, un popolo di infaticabili boscaioli di origine germanica, abili nella lavorazione di scatoi, mastei (scatole e mastelli) e scandole destinate alla copertura delle case.

Pian del Cansiglio
A Pian del Cansiglio il caratteristico Villaggio di Vallorch forse è ancora abitato dai discendenti delle famiglie cimbre che dall’Altopiano di Asiago si trasferirono qui un paio di secoli fa. Poco lontano conviene programmare una sosta al Bar Bianco del Centro Caseario Allevatori Cansiglio, rinomato per i gustosi prodotti biologici certificati, dove di può fare incetta di burro, mozzarelle, formaggio Cansiglio, ricotta, Vecia casera e caciotte. Da assaggiare sono anche i formaggi al peperoncino, all’erba cipollina e alla curcuma e pepe.

Adagiato a un’altitudine media di circa mille metri, l’Altopiano del Cansiglio offre una varietà floristica singolare, strettamente legata alla natura del terreno e alla morfologia del territorio, interessato da importanti fenomeni carsici (fra questi citiamo almeno il Bus de la Lum, un profondo inghiottitoio situato nel Comune friulano di Caneva che durante la Seconda Guerra Mondiale fu teatro di alcuni tragici e controversi episodi della guerra partigiana).

Visto dall’alto appare come un quadrilatero allungato con un’ampia conca centrale, in cui convergono le depressioni di Pian Cansiglio, Valmenera e Cornesaga. A causa dell’inversione termica (sul fondo del bacino ristagna l’aria fredda, mentre quella più calda sale in quota) dai verdi pascoli dell’altopiano si passa ai boschi di abeti e più in alto alle faggete. Per avere un’idea della flora locale conviene visitare il Giardino Botanico ideato agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso da Giovanni Zanardo: vi si possono ammirare habitat non facilmente raggiungibili e piante del massiccio del Cansiglio, del Col Nudo e del Monte Cavallo, la cima più nota del territorio.

Il Monte Cavallo
Il nome di Monte Cavallo non è legato al quadrupede, ma al termine celtico Keap-al, cima alta. La vetta fu raggiunta per la prima volta nell’estate del 1726 da due intraprendenti naturalisti, il modenese Giovanni Girolamo Zanichelli e il veneziano Domenico Pietro Stefanelli. Nel loro taccuino descrissero con dovizia di particolari l’avventura: «Cominciammo l’arrampicata, avanzando spesso a quattro zampe sulle rocce dalla parte esterna del monte, essendo quella interna impraticabile. Per chi non l’abbia provato è incredibile quanto sudore e quanta sete ci sia costata una via di tal fatta… Lassù una vasta solitudine».

Alcune delle viste più spettacolari del Monte Cavallo si hanno percorrendo l’Alta Via Numero Sette dedicata all’alpinista salisburghese Lothar Patéra, che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento conquistò svariate cime di quest’angolo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.
«Articolata in cinque tappe, l’Alta Via inizia al Rifugio Dolomieu al Dolada e termina a Tambre dopo aver toccato, il Passo Valbona con un bivacco di fortuna, la Casera Venal, il Bivacco Toffolon e il Rifugio Semenza con il vicino Bivacco Lastè» spiega la guida alpina Pierangelo Pedol, di Chies d’Alpago. «Si tratta di un percorso lungo oltre trentacinque chilometri, faticoso, ma di grande soddisfazione; si sviluppa su sentieri molto panoramici articolati sopra i duemila metri di quota, ignorati dal turismo di massa, talvolta remoti e selvaggi ma sempre incredibilmente affascinanti».

Attività outdoor
Tra le attività outdoor da lui proposte, negli ultimi anni si è affermato il canyoning lungo il Rio Runal a Farra d’Alpago e in Val Maggiore. Opportunamente attrezzati con mute speciali, casco, imbracatura e corde, la discesa inizia a Castion e termina dopo un paio di chilometri in località La Secca.
Considerato uno dei percorsi più divertenti del Veneto, l’itinerario s’insinua in una forra a volte angusta, tra pareti verticali, scivoli di roccia, profonde pozze d’acqua cristallina e cascate altrimenti irraggiungibili. Accompagnati da una guida specializzata, anche i meno esperti possono affrontare in sicurezza tuffi, discese in corda doppia e toboga naturali.

Attività per bambini nella Conca dell’Alpago
Non mancano le soluzioni meno ardite e più adatte alle famiglie con bambini. Nell’area di Tambre vi sono cinque percorsi privi di difficoltà tecniche, tutti ben segnalati e dai nomi accattivanti:
- Troi del s’cios (Sentiero della lumaca, indicazioni fucsia, trenta minuti)
- Troi del capriol (arancione, un’ora e mezzo)
- Troi dei cippi della Serenissima (rosso, da quattro a cinque ore)
- Sulle tracce del cervo (verde, quattro ore)
- Troi dell’Alchimista (azzurro, quarantacinque minuti)

Quest’ultimo termina a Valdenogher dove si trova il cinquecentesco palazzetto nel quale soggiornò un misterioso e discusso personaggio, condannato alla pena capitale ad Alessandria d’Egitto per le sue pratiche alchemiche, che aveva qui rifugio grazie all’intervento della Serenissima. Trasformato in museo, l’edificio ricco di elementi simbolici si articola su tre piani che nel percorso espositivo corrispondono alle fasi dell’itinerario alchemico finalizzato all’ottenimento della Pietra filosofale.

Ciascuna di queste è associata a un colore: Nigredo al nero, Albedo al bianco e Rubedo al rosso. Si possono ammirare la sfera Armillare con la terra al centro del cosmo e varie raffigurazioni simboliche. All’interno dell’edificio non c’erano camini e per questo i muri sono anneriti dalla fuliggine, in particolare al piano terra.
Proprio lì si trovava un focolare, forse l’athanor, il forno alchemico usato dal proprietario nella vana speranza di trovare la Pietra Filosofale. Per trasformare il vile metallo in oro e per l’elisir di lunga vita bisognerà aspettare.
Testo e foto di Alberto Campanile

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