Dott.sa Debora Rasio

Medico, specialista in oncologia medica, ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma, nutrizionista Rai, Mediaset e La7, autrice dei bestsellers “Death by Medicine” -Axios Press; “La dieta non dieta” -Mondadori- e il recente “La dieta per la vita” -Longanesi, vanta una notevole attività di ricerca anche all’estero – fra le collaborazioni quella con il Kimmel Cancer Center della Thomas Jefferson University di Philadelphia. Proprio l’attività come oncologa e i suoi studi nel campo della biologia molecolare l’hanno portata a interessarsi di alimentazione come strumento per tutelare la salute

La prevenzione del declino cognitivo inizia prima di quanto immaginiamo

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Il corpo umano è come una complessa macchina in continuo funzionamento. Come ogni macchina, può subire l’usura del tempo, ma anche piccoli “incendi” interni che, se persistenti, potrebbero lasciare segni duraturi. Questi “incendi” nel nostro corpo prendono il nome di infiammazione. 

Oggi, con la diffusione dei cibi spazzatura e ultra-lavorati questi “incendi” stanno divampando sempre più precocemente, alimentando una pandemia silenziosa di malattie croniche che colpisce fasce d’età sempre più giovani. 

Una nuova prospettiva sull’infiammazione giovanile

Fino a poco tempo fa, si pensava che solo l’infiammazione in età avanzata potesse influenzare la salute del nostro cervello. Ma un nuovo studio pubblicato su Neurology (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38959452/) suggerisce che questo processo possa iniziare molto prima di quanto si creda. I ricercatori si sono chiesti: l’infiammazione presente già in giovane età potrebbe avere un impatto sulle capacità cognitive quando diventiamo adulti?

Misurare l’infiammazione nel tempo

Questa domanda ha portato a un’imponente ricerca nell’ambito del progetto “Coronary Artery Risk Development in Young Adults”. Lo studio ha seguito 2.364 persone di età compresa tra 24 e 58 anni per quasi due decenni, osservando l’evoluzione dei livelli di infiammazione nel loro corpo e il possibile legame con le loro abilità mentali mentre invecchiavano. I ricercatori hanno misurato i livelli di proteina C-reattiva (PCR), un indicatore dell’infiammazione, seguendo i partecipanti per 18 anni. Il gruppo di studio era composto per il 55% da donne e per il 57% da persone e durante i 18 anni di osservazione, sono emersi tre diversi andamenti dei livelli di PCR:

Livelli bassi e stabili (45% dei partecipanti)

Livelli moderati e in aumento (16% dei partecipanti)

Livelli costantemente elevati (39% dei partecipanti)

L’impatto dell’infiammazione sulle capacità cognitive

Cinque anni dopo l’ultima misurazione della PCR, quando i partecipanti avevano tra i 47 e i 63 anni, i ricercatori hanno valutato le loro capacità cognitive in sei aree: memoria verbale, velocità di elaborazione, funzione esecutiva, fluenza verbale e categorica, e cognizione globale. I risultati sono stati sorprendenti. Le persone con livelli di PCR costantemente alti o moderati e in aumento avevano maggiori probabilità di avere una scarsa velocità di elaborazione rispetto a coloro con livelli bassi e stabili. In particolare, il gruppo con PCR costantemente alta aveva il 67% in più di probabilità di mostrare una scarsa velocità di elaborazione, mentre per il gruppo con PCR moderata/in aumento, questa probabilità saliva al 104%. Inoltre, coloro con livelli di PCR costantemente alti mostravano anche una maggiore probabilità (36% in più) di avere una scarsa funzione esecutiva.

Pensarci prima: l’importanza della prevenzione

Questi risultati evidenziano come l’infiammazione cronica possa influenzare il nostro invecchiamento cognitivo fin dalla giovane età adulta, con effetti particolarmente marcati sulla velocità di elaborazione e sulla funzione esecutiva. Il fatto che oltre un terzo dei giovani adulti nello studio presentasse livelli di infiammazione costantemente elevati sottolinea l’urgenza di riconsiderare l’approccio alla salute mentale. Prevenire il declino cognitivo, significa monitorare e gestire l’infiammazione cronica non solo negli anziani, ma durante tutto l’arco della vita adulta. 

L’approccio medico tradizionale, focalizzato sui farmaci, è inadeguato di fronte a questa sfida. È come cercare di spegnere un incendio versando acqua su singole fiammelle, ignorando la fonte del fuoco. La vera soluzione risiede nella prevenzione: un cambio di paradigma che affronta il problema alla radice, riducendo l’infiammazione prima che possa causare danni irreparabili. Il che, tra l’atro, offre anche una via economicamente sostenibile, riducendo la dipendenza da costosi trattamenti a lungo termine.

Le nostre tavole sono invase da cibi che di naturale hanno ben poco. Patatine, merendine, bibite zuccherate, pasti confezionati: prodotti ultra-lavorati che promettono gusto e convenienza, ma nascondono una minaccia silenziosa. Questi “alimenti” non sono solo vuoti di nutrienti, ma carichi di zuccheri, grassi e additivi che generano stress ossidativo e infiammazione. Tutti noi e specialmente le nuove generazioni, sommersi da questo cibo non cibo, rischiamo di pagare un prezzo alto in termini di salute, molto prima di quanto pensiamo.

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