Dott.sa Debora Rasio

Medico, specialista in oncologia medica, ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma, nutrizionista Rai, Mediaset e La7, autrice dei bestsellers “Death by Medicine” -Axios Press; “La dieta non dieta” -Mondadori- e il recente “La dieta per la vita” -Longanesi, vanta una notevole attività di ricerca anche all’estero – fra le collaborazioni quella con il Kimmel Cancer Center della Thomas Jefferson University di Philadelphia. Proprio l’attività come oncologa e i suoi studi nel campo della biologia molecolare l’hanno portata a interessarsi di alimentazione come strumento per tutelare la salute

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Sappiamo bene che il nostro stile di vita influenza anche la salute del cervello. Un nuovo studio ha esplorato questo potenziale (https://link.springer.com/article/10.1186/s13195-024-01482-z#Abs1), focalizzandosi su persone con lievi difficoltà cognitive o nelle fasi iniziali dell’Alzheimer. E la scoperta è interessante: modificare sul serio il proprio stile di vita potrebbe fare la differenza (anche) nelle capacità mentali.

La ricerca, condotta come trial clinico randomizzato e controllato, ha coinvolto 51 pazienti con un’età media di 73,5 anni, divisi in due gruppi: uno sottoposto a modifiche importati dello stile di vita (alimentazione, attività fisica, ecc) per 20 settimane, l’altro tenuto come gruppo di controllo con le cure abituali. Lo scopo era valutare i cambiamenti nelle funzioni cognitive e funzionali attraverso una batteria di test standardizzati. Prevedibilmente, i risultati hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi: il gruppo sottoposto ai cambiamenti positivi dello stile di vita ha mostrato miglioramenti nella cognizione e nella funzionalità, mentre il gruppo di controllo ha evidenziato un peggioramento in tutti i test. 

Alzheimer e stile di vita

In particolare, i ricercatori hanno osservato differenze statisticamente significative nell’Impressione Clinica Globale di Cambiamento (CGIC), nel punteggio della Scala di Valutazione Clinica della Demenza – Somma delle Caselle (CDR-SB) e nella valutazione Globale della Scala di Valutazione Clinica della Demenza (CDR-G). Un altro aspetto interessante riguarda i biomarcatori plasmatici. Il rapporto Aβ42/40, un indicatore associato alla malattia di Alzheimer, era migliore nel gruppo che aveva modificato lo stile di vita. E solo in questo gruppo si è osservato un miglioramento del microbioma intestinale. Questo suggerisce che i cambiamenti dello stile di vita potrebbero influenzare non solo i sintomi cognitivi, ma anche alcuni processi biologici legati alla malattia. 

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Parliamo di uno studio relativamente breve, 20 settimane, che ha coinvolto un numero limitato di partecipanti. Ma i risultati sono chiari: lavorare per migliorare lo stile di vita può avere effetti significativi sulla cognizione e sulla funzionalità in molti pazienti con decadimento cognitivo lieve o demenza precoce dovuta all’Alzheimer. Il che apre nuove prospettive nella gestione delle fasi iniziali della malattia di Alzheimer e del deficit cognitivo lieve, dove interventi non farmacologici, focalizzati su cambiamenti complessi dello stile di vita, come l’alimentazione e l’attività fisica, potrebbero giocare un ruolo essenziale nel rallentare o potenzialmente migliorare il declino cognitivo. Non si tratta di pillole magiche, ma di scelte quotidiane, auspicando che un giorno “cambiare vita” possa divenire una prescrizione medica per la salute del cervello e non una vaga raccomandazione di prassi.

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