Dott.sa Debora Rasio

Medico, specialista in oncologia medica, ricercatrice presso la Sapienza Università di Roma, nutrizionista Rai, Mediaset e La7, autrice dei bestsellers “Death by Medicine” -Axios Press; “La dieta non dieta” -Mondadori- e il recente “La dieta per la vita” -Longanesi, vanta una notevole attività di ricerca anche all’estero – fra le collaborazioni quella con il Kimmel Cancer Center della Thomas Jefferson University di Philadelphia. Proprio l’attività come oncologa e i suoi studi nel campo della biologia molecolare l’hanno portata a interessarsi di alimentazione come strumento per tutelare la salute

Il ferro eme nella dieta aumenta il rischio di diabete di tipo 2?

Indice

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale nella nostra salute, influenzando il rischio di sviluppare molte malattie. Tra queste, il diabete di tipo 2 è una condizione sempre più diffusa. Ma un recente studio condotto da ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health (https://www.hsph.harvard.edu/news/press-releases/significant-link-found-between-heme-iron-found-in-red-meat-and-other-animal-products-and-type-2-diabetes-risk/) getta nuova luce su come un elemento in particolare della nostra dieta possa influenzare il rischio di sviluppare questa malattia: il ferro eme.

Ferro eme e ferro non-eme: una distinzione cruciale

Attenzione: Il ferro è un minerale essenziale per il nostro organismo, ma non tutte le sue forme sono uguali. Il ferro eme, presente principalmente nella carne rossa e in altri alimenti di origine animale, si distingue dal ferro non-eme, che si trova soprattutto negli alimenti di origine vegetale. È una distinzione, apparentemente sottile, che però può avere implicazioni significative per la nostra salute. 

Il ferro eme contribuisce a un maggiore stress ossidativo rispetto al ferro non eme a causa della sua capacità di partecipare più facilmente a reazioni chimiche che producono radicali liberi. L’atomo di ferro presente nel gruppo eme, infatti, può alternarsi facilmente tra due stati di ossidazione: ferroso (Fe²⁺) e ferrico (Fe³⁺). Questa capacità di ossidarsi e ridursi permette al ferro eme di partecipare a reazioni redox, come la reazione di Fenton, producendo radicali liberi altamente reattivi.

Il ferro non eme, presente negli alimenti vegetali e in forma inorganica, è meno coinvolto in queste reazioni redox perché è legato in modo più stabile all’interno di molecole che ne limitano la reattività.

L’aumento dello stress ossidativo dovuto al ferro eme è stato associato a diverse patologie, tra cui le malattie cardiovascolari, alcuni tipi di tumori e, come questo studio suggerisce, il diabete di tipo 2.

Ferro e diabete                                                                                       

Lo studio di Harvard ha seguito oltre 200.000 adulti per 36 anni, analizzandone le abitudini alimentari e lo stato di salute. I risultati hanno rivelato un’associazione significativa tra un maggiore consumo di ferro eme e un aumento del rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. In particolare, chi consumava più ferro eme aveva un rischio del 26% superiore di sviluppare la malattia rispetto a chi ne consumava meno.

Alla ricerca del meccanismo: biomarcatori e metaboliti

Ma cosa rende il ferro eme così diverso dal suo cugino non eme? Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno esaminato vari biomarcatori metabolici e profili metabolomici di un sottogruppo di partecipanti. Hanno scoperto che un maggiore consumo di ferro eme era associato a livelli più elevati di marcatori legati all’infiammazione (PCR), all’insulino-resistenza (C-peptide e trigliceridi) e al sovraccarico del ferro. Inoltre, hanno identificato una dozzina di metaboliti nel sangue, tra cui L-valina, L-lisina, acido urico e diversi metaboliti lipidici, che potrebbero svolgere un ruolo chiave nel collegamento tra assunzione di ferro eme e rischio di diabete. Questi metaboliti sono stati precedentemente associati al rischio di diabete di tipo 2.                 

È importante notare che lo studio non ha trovato associazioni significative tra il consumo di ferro non-eme, sia dalla dieta che dagli integratori, e il rischio di diabete di tipo 2. Questo suggerisce che non è il ferro in sé a essere problematico, ma specificamente la forma eme.

Le implicazioni dello studio per noi

Lo studio ha implicazioni importanti per le linee guida dietetiche e le strategie di salute pubblica volte a ridurre l’incidenza del diabete. 

Le ricerche più recenti, infatti, indicano che il diabete è fortemente associato a un aumento dello stress ossidativo, un fenomeno che si verifica quando c’è uno squilibrio tra la produzione di radicali liberi e la capacità del corpo di neutralizzarli attraverso gli antiossidanti. Lo stress ossidativo ha un ruolo cruciale nella progressione del diabete di tipo 2 e delle sue complicanze. 

Sappiamo che livelli elevati di glucosio nel sangue favoriscono la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS). Lo stress ossidativo, però, non è solo una conseguenza del diabete, ma anche una sua causa. Nel diabete, infatti, si osserva una compromissione dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, che porta a una maggiore produzione di ROS. Questa disfunzione mitocondriale aggrava ulteriormente lo stress ossidativo favorendo l’insulino-resistenza e il diabete.

Le nuove strategie terapeutiche del diabete sono quindi basate sull’assunzione, tramite dieta e integratori, di antiossidanti per ridurre il danno ossidativo e potenzialmente migliorare il controllo glicemico e prevenire le complicanze del diabete.

È perciò importante imparare a prestare attenzione non solo alla quantità, ma anche alla qualità dei nutrienti che assumiamo. Ridurre il consumo di carne rossa e favorire fonti vegetali di ferro come i legumi, in questo caso, potrebbe essere, tra le altre cose, anche una strategia preventiva per la nostra salute metabolica e specialmente per quella di chi soffre di diabete.

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