C’è una Calabria dove i borghi arroccati tra le selvagge montagne sono vedette che scrutano le cittadine sulla costa, collegate per tortuose strade che si srotolano intorno alle fiumare. A Riace Marina inizia il nostro itinerario verso sud lungo la statale 106 Jonica, accompagnati dalle onde che s’allungano su spiagge a perdita d’occhio. È il mare del mito: nell’agosto del 1972, dopo 2.500 anni d’oblio, Stefano Mariottini – un subacqueo romano – trovò sui fondali a 300 metri dalla riva i Bronzi del V secolo avanti Cristo raffiguranti due poderosi guerrieri.
Arrivando da queste parti fra il 24 e il 25 settembre si potrà vivere uno dei riti popolari più autentici del Meridione: la festa in onore di Cosma e Damiano, i santi taumaturghi. Basta percorrere dalla Marina i sette chilometri di tornanti che portano al vecchio borgo di Riace, centro d’accoglienza e integrazione dove vivono in armonia con i nativi un buon numero di immigrati, tra cui diversi rifugiati politici. È grazie a loro se alla fine degli anni Novanta un paese in via di spopolamento è tornato a nuova vita: dal mare non arrivano solo i Bronzi ma anche uomini in fuga dalle miserie del mondo.

La storia multietnica di Riace
Tutto iniziò il 1° luglio 1998 con un barcone carico di profughi provenienti dal Kurdistan. In quell’occasione le case abbandonate dagli emigrati, da tempo inutilizzate, si aprirono all’accoglienza: era stato gettato il primo seme dell’associazione Città Futura. Nel borgo c’è un buon numero di murales che racconta questa bella favola calabrese. Molti disegni sono dedicati alla lotta alle mafie e ai morti ammazzati dalla criminalità organizzata, tra cui Franco Fortugno e Peppino Impastato. Il paese ha meno di duemila anime ma durante la festa di fine settembre si anima, soprattutto per la presenza di Rom che arrivano da tutta l’Italia meridionale per onorare i loro santi protettori: due giorni di baldoria tra sacro e profano con processioni, canti, balli, tarantelle al ritmo di tamburelli e fisarmoniche, ex voto di cera raffiguranti gli organi “miracolati”.

San Fili
Tornati sulla 106, poco prima di Marina di Caulonia una malridotta indicazione sulla destra guida in un paio di chilometri al cinquecentesco castelletto di San Fili, una torretta militare a due piani che giace in stato di abbandono dopo essere stata anche abitazione privata. Ci si arriva lungo uno sterrato molto sconnesso, sconsigliatissimo ai camper ma percorribile in auto a passo d’uomo: in casi come questo, se non si dispone di un fuoristrada, la soluzione ottimale è una passeggiata.
Così, avvolti dal silenzio, si può sprofondare nella pace della campagna, tra ruderi di casolari e campi assolati, storditi da mille profumi, primo fra tutti quello delle zagare. Non è cambiato molto quassù dal tempo in cui pirati e Saraceni si profilavano all’orizzonte. In circa mezz’ora di cammino si arriva alla meta: alla sinistra del forte c’è una diruta chiesetta e dalla parte opposta quel che resta di una masseria. Proseguendo ancora lungo il sentierino potete arrivare al guscio esterno, o meglio alla sua metà, di un’antica torre di vedetta.

Seguendo la strada che dalla statale conduce a Stignano, un’altra deviazione porta in un secondo luogo incantato, Villa Caristo, esempio più unico che raro di villa barocca calabrese. Si tratta di una dimora settecentesca immersa in un meraviglioso giardino degradante tra ulivi e piante d’agrumi, alla cui estremità inferiore si trova una bella fontana. La villa è oggi il regno di Pierpaolo Caristo, il giovane proprietario che ha curato personalmente il recupero della struttura, avviando uno scrupoloso restauro conservativo che ha ridato al luogo la bellezza delle origini; oggi il complesso ospita ricevimenti e dà agli ospiti la possibilità di pernottare nell’antico frantoio.

Caulonia
Fatto ritorno alla statale si attraversa l’Allaro e si svolta verso il borgo di Caulonia, costruita a 300 metri d’altitudine e circondata da selvaggi dirupi che qui tutti chiamano timpi. Il paese è un grumo di stradine lastricate, vicoli – i vinedi – e piazzette, come piazza Mese, accerchiata da antichi palazzi nobiliari e dalla Chiesa Matrice o di Santa Maria Assunta, dov’è conservato il cinquecentesco sepolcro monumentale di Giacomo Carafa, attribuito allo scultore palermitano Antonello Gagini. L’affresco bizantino del Cristo Pantocratore tra la Vergine e San Giovanni Battista invece se ne sta a cielo aperto sotto un’abside diruta, tutto quel che resta della crollata chiesa di San Zaccaria, nella piccola piazza omonima, sotto una protezione metallica.
Se cercate un luogo d’altri tempi, non lontano dall’Immacolata, andate a dare un’occhiata alla tabaccheria che tra quattro anni compirà il secolo di vita, ancora con la vecchia insegna, l’arredo originale e il bilancino dei tempi andati sul bancone. Apparteneva a Nicola Alvino, il suocero di Angela Lucano, una donna anziana e arzilla che oggi gestisce il locale insieme alla figlia. Ci racconta che Nicola prese in consegna la tabaccheria dopo aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale, dove perse la vista: questo non gli impedì di essere anche un ottimo ciabattino, tanto da ricevere in premio a un concorso due macchine da scrivere Remington. «Una ce l’abbiamo noi di sopra» dice orgogliosa Angela.

Il borgo è tranquillo. Nessuno può immaginare quanto vi accadde tra il 6 e il 9 marzo 1945: la Repubblica Rossa di Caulonia fu un piccolo “sogno comunista” in un remoto paesino della Calabria che per pochi giorni ebbe puntati i fari della storia.
Da Caulonia una tortuosa strada di 8 chilometri porta al Piccolo Eremo delle Querce di Santa Maria dei Crochi dove vive in lavoro e preghiera la comunità religiosa delle Sorelle di Gesù, quattro suore e una novizia che realizzano icone dipinte a mano utilizzando l’antica tecnica bizantina. Creano il disegno a matita, incidono il legno della tavoletta e poi intingono il pennello nei colori naturali, fatti anche col tuorlo d’uovo, finché alla fine prende forma l’immagine sacra dai colori brillanti.
Monastero di Sant’Ilarione
Un’altra deviazione da Caulonia attraverso un’incantevole strada lungo canyon e fiumare permette di raggiungere nei pressi della frazione San Nicola il solitario monastero di Sant’Ilarione, sulle rive della fiumara Allaro, dove vive da dieci anni l’eremita francese Frédéric Vermorel. Quando arrivò la prima volta il monastero languiva in un degrado sconfortante. Il guano dei pipistrelli nascondeva il pavimento: ce n’erano a centinaia, appesi a testa in giù, su ogni trave. Così si rimboccò le maniche insieme a qualche volontario per rendere vivibile l’antico rifugio di monaci e eremiti. Le ossa di alcuni di una decina di loro, riesumate alcuni anni fa dallo stesso Frédéric con un gruppo di archeologici, riposano sotto la lastra tombale della chiesa.
Oggi l’eremita coltiva un orto e conduce una vita di preghiera e ricerca interiore: chi vuole può condividere con lui, nel rispetto e nel silenzio, i lunghi momenti che scandiscono le giornate. Tutti gli altri dovrebbero evitare l’intromissione perché l’eremo – di fondazione medioevale – non è visitabile. Per contro, la chiesa dove Frédéric accompagna i salmi al suono della cetra è sempre aperta al pubblico.

Rocella Jonica
Ripresa la statale si arriva in pochi chilometri a Roccella Jonica, dominata dai ruderi del castello-palazzo appartenuto per più di tre secoli ai Carafa, innalzato in periodo normanno sulla punta di un promontorio roccioso che domina uno sconfinato panorama costiero. All’interno del complesso si trova la chiesa di San Nicola di Bari mentre poco distante, in bilico su una cresta rocciosa, c’è un antichissimo torrione difensivo. È un luogo di grande fascino ma non fruibile per lavori di restauro che durano da tempo immemorabile.
Marina di Gioiosa Ionica
Altri sette chilometri e si raggiunge Marina di Gioiosa Ionica, con il teatro greco-romano le cui origini risalgono al IV-III secolo a.C.: da anni questo gioiello archeologico che un tempo poteva accogliere 1.200 spettatori è desolatamente chiuso (ma si può facilmente scavalcare la bassa recinzione), semisepolto sotto l’erba incolta, con bottiglie di plastica indecorosamente sparse qua e là. Proprio di fronte a questi ruderi, dall’altra parte della vicinissima ferrovia, si staglia la cinquecentesca torre aragonese del Cavallaro, parte del sistema militare difensivo che al tempo delle incursioni saracene prevedeva la presenza di una torre d’avvistamento ogni miglio.

Il percorso archeologico cittadino può terminare a Gioiosa Ionica, situata nell’entroterra: lungo la strada – circa sette chilometri – appare anche la breve deviazione per la cinquecentesca Torre Galea, innalzata proprio a difesa delle incursioni dei pirati. Il gioiello della città è la villa romana del Naniglio, nobile abitazione del II secolo d.C. costruita su terrazze a gradoni per sfruttare la pendenza del terreno, con annessa una meravigliosa cisterna ipogea (da qui il nome Naniglio, cioè “luogo senza sole”). Molto interessanti i mosaici adiacenti, protetti da una tettoia. Un ambiente mostra motivi geometrici in bianco e nero, l’altro invece – probabilmente la camera da letto – disegni più delicati.
Locri Epizefiri
L’ultimo allungo sulla 106, oltrepassate Siderno e Locri, porta in aperta campagna agli scavi di Locri Epizefiri, città della Magna Grecia che nel VII secolo a.C. dette i natali a Zeleuco, tradizionalmente considerato il primo legislatore del mondo occidentale a stabilire pene certe: prima di lui dipendevano dall’arbitrio dei giudici.
Oltrepassato l’Antiquarium, dove sono esposti centinaia di reperti d’epoca greco-romana e preellenica, si entra in quel che resta della città, una spianata di ruderi, resti di templi, fornaci e monconi di colonne che farebbero la gioia dei nuovi rampolli che volessero intraprendere un Grand Tour. Il bellissimo teatro del IV secolo a.C., a un chilometro dal sito archeologico, è il regno di un pastore che come ai tempi di Stendhal ci porta a pascolare le pecore. Sono lontani i tempi in cui queste gradinate, costruite su un pendio naturale, erano in grado di ospitare 4.500 spettatori.

Gerace
La meta finale dell’itinerario è Gerace, la cosiddetta città delle cento chiese. Situata a meno di dieci chilometri da Locri, è uno scrigno che oltre agli edifici sacri custodisce antichi palazzi nobiliari, suggestive piazze e antri scavati nella roccia che un tempo erano le botteghe degli arigagnari, gli artigiani della terracotta. Di questo operoso mondo resta la creatività dei fratelli Condò, giù al borghetto. “Ogni roccia, santuario o palazzo – scriveva alla metà dell’Ottocento Edward Lear nel suo Diario di un viaggio a piedi – sembrano sistemati apposta per gli artisti”.

Il palazzo dove lo scrittore e illustratore fu ospite della famiglia Scaglione sta proprio accanto alla chiesetta bizantina della Nunziatella; le riproduzioni delle sue litografie che rappresentano Gerace sono invece esposte al pianterreno del Museo Civico in piazza Tribuna: al secondo piano c’è una piccola esposizione su storia e archeologia del territorio. La visita inizia dalla parte alta della città (c’è un’area parcheggio, impensabile avventurarsi in camper nell’intrigo delle strette vie del centro storico), dove si staglia la spettacolare sagoma del castello distrutto dai Bizantini e ricostruito in epoca normanna, sentinella di un selvaggio paesaggio montano all’orizzonte.
Poi si scende a piedi verso la vicina concattedrale di Santa Maria Assunta, consacrata nel 1045, austero e sobrio tempio più volte distrutto e ricostruito nei secoli a causa di devastazioni e terremoti. Attraverso una scalinata accanto all’altare in marmo policromo si scende nella sottostante cripta, la parte più antica della cattedrale, con ventisei colonne prelevate da edifici romani. Il cuore dello spazio ipogeo è la suggestiva cappella della Madonna dell’Itria, ricavata da una chiesa rupestre duecentesca, caratterizzata dalla volta a botte e dal pavimento in maiolica oltre che dalla bella cancellata in ferro battuto del 1699. L’adiacente Museo Diocesano ospita il Tesoro della Cattedrale, tra i cui capolavori spiccano una croce bizantina a due bracci in oro e perline del XII secolo, portata da un gruppo di Normanni al tempo della Prima Crociata.

Usciti dalla cattedrale arrivate alla vicina piazza delle Tre Chiese dove si fronteggiano la chiesa del Sacro Cuore, quella di San Francesco dal portale gotico che introduce al seicentesco altare barocco in marmo intarsiato e la chiesetta greco-ortodossa di San Giovannello, risalente al X secolo. La cosa migliore però è gironzolare per stradine, piazzette e i suggestivi vicoli a giustini, così chiamati per l’antica tecnica edilizia di costruzione che consisteva nel gettare calce su una struttura di canne intrecciate. Poi ci si può sedere al Bar del Tocco, nell’omonima piazzetta, per gustare le granite che da quarant’anni prepara il maestro pasticcere Giuseppe Rinaldis, detto Beppe. Un po’ in disparte, nel conventino della chiesa di Santa Maria di Monserrato, in sintonia con le radici orientali dei luoghi, vive un’altra eremita, suor Mirella Muià.
Mentre una brezza calda soffiava dal mare scuotendo il suo velo da monaca greca, ci ha raccontato la storia della sua conversione, iniziata a Parigi e culminata nel ritorno alla terra natia. Nel piccolo eremo da lei battezzato dell’Unità, suor Mirella prega otto volte al giorno secondo l’ufficio bizantino, alternando alla preghiera il lavoro, l’accoglienza e la scrittura delle icone. Uniche concessioni alla modernità, l’ascolto della radio una volta al giorno e la lettura della posta elettronica. Ogni tanto Antonio, un fedele, le porta il pesce fresco dal mercato ittico di Roccella. «Passa e suona al campanello – le ha detto suor Mirella – ma non più di una volta alla settimana. Meglio il martedì».

Il caso della Repubblica Rossa di Caulonia
La piccola rivoluzione ispirata dal sindaco Pasquale Cavallaro, irriducibile comunista, maestro elementare, eroe di guerra (e anche disertore), politico consumato e testardo, divampò a causa delle confische dei terreni e delle continue vessazioni subite dai contadini a opera dei latifondisti. La prima mossa fu la perquisizione del territorio per scovare le derrate agricole sottratte, quindi si passò alla ricerca delle armi per dare ai contadini gli strumenti della rivolta: fucili, pistole, persino mitra. Per un po’ Togliatti cercò di ridurre a più miti consigli il tempestoso Cavallaro, ma era troppo tardi.
E così, la mattina del 6 marzo 1945, diecimila uomini armati entrarono a Caulonia issando la bandiera rossa con falce e martello sul cupola della Chiesa Matrice: era nata la Repubblica Rossa di Caulonia. Come un fremito, la notizia percorse l’Italia intera e valicò i confini nazionali. Fu addirittura istituito un Tribunale del Popolo per giudicare i colpevoli e furono messe in atto punizioni come il bacio della scarpa dei contadini, il trasporto a piedi nudi di sacchi riempiti di pietre o la disinfezione delle ferite effettuata con sale e aceto per renderle più dolorose. Purtroppo si segnalarono anche torture, fustigazioni e stupri; e il giorno successivo ci fu anche un morto. Durante una perquisizione fu ucciso con una sventagliata di mitra il prete locale, don Gennaro Amato, sospettato di una relazione sentimentale con la moglie di uno degli insorti.

Il parroco fu l’unico defunto della breve insurrezione. Anzi, brevissima: tre giorni dopo, alla promessa da parte del prefetto Priolo di clemenza in cambio della pacifica consegna delle armi, la rivolta ebbe fine. Fu lo stesso Cavallaro a comunicare con un telegramma a Togliatti la fine dell’insurrezione. Il 13 aprile l’ex sindaco fu consegnato ai Carabinieri di Napoli, città dove aveva trovato riparo in fuga dalla Calabria. E insieme a lui furono fermati altri 387 insorti. Subito dopo partì un processo contro 365 imputati di sollevazione armata, violenza, estorsione e omicidio, ma i giudici del tribunale di Locri stabilirono che i reati rientravano tra quelli previsti dall’amnistia e così ebbero tutti la libertà tranne tre di loro: i due esecutori dell’omicidio del sacerdote e lo stesso Cavallaro, accusato di essere stato il mandante.
Oggi della rivolta di Caulonia e della figura del suo sindaco – riferendosi al quale Stalin disse: “Ci vorrebbe un Cavallaro per ogni città” – non rimangono che i ricordi. E la descrizione di Corrado Alvaro nel libro Mastrangelina: “Sfilavano in massa cantando inni, sventolando cartelli, mulinando bastoni, tutti insieme si sentivano giovani, padroni della strada”.
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