Un giro in camper a Pescara e ai suoi dintorni: Spoltore, Loreto Aprutino, Penne. Da fare in famiglia e con i bambini
Indice dell'itinerario

Dici Abruzzo e pensi al Gran Sasso, alla Majella e al Parco Nazionale. Invece, sulla costa c’è Pescara che merita una sosta, anche breve. La prima tappa di un itinerario d’autunno, fra distese d’ulivi e vigne che dipingono di rame le colline addomesticate da secoli. Tra un borgo e una riserva naturale non mancherà occasione per rifornire la cambusa d’olio novello. Pescara non ha un’area camper ma nei dintorni si può sostare negli agricampeggi.

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La città di Pescara

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La Nave di Pietro Cascella sul lungomare di Pescara

Il nostro itinerario per Pescara e i suoi dintorni prende il via proprio dal capoluogo di provincia: la città merita una tappa, anche se – a causa dei bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale – buona parte del patrimonio storico e artistico è andato perduto. Le vestigia del passato emergono a macchia di leopardo in un moderno tessuto urbano dagli ampi stradoni dove affacciano eleganti edifici in stile liberty: tra gli esempi Palazzetto Imperato in Corso Umberto I, edificato nel 1926, che un tempo ospitava l’Albergo Milano; oppure il vecchio Teatro Michetti del 1910, di fronte alla cattedrale di San Cetteo.

In questa chiesa razionalista di un biancore sfavillante – progettata dall’architetto Cesare Bazzani nel 1933 – il San Francesco del Guercino veglia sul monumento funebre di Luisa De Benedictis, madre di Gabriele d’Annunzio. Bianca è anche l’onirica Nave di Pietro Cascella che abbellisce il lungomare: la metafisica fontana in marmo di Carrara si dissolve in un puzzle architettonico di colonne, blocchi squadrati, sfere e cilindri.

Letterati famosi di Pescara

A due passi dalla cattedrale si dipana Pescara vecchia, un intrico di stradine piene di caffè, negozietti e ristoranti. Ma c’è anche una bella galleria d’arte, A-cube, ricavata tra voltoni e arcate del vecchio carcere borbonico. Proprio qui, a Pescara vecchia, in Via Mathonè, sono nati i due più figli illustri della città: Ennio Flaiano e Gabriele d’Annunzio.

La casa dove nacque il Vate mantiene gli arredi originali, permettendo così un viaggio letterario-familiare tra affetti e ricordi del poeta: cimeli, manoscritti dalla gioventù all’età adulta, lettere, testimonianze dell’eccentrico abbigliamento tra cui gli scarpini a punta lunga e, non ultima, la maschera funeraria in cera modellata sul suo volto il 1° marzo 1938, la notte della sua morte.

Un altro appassionante viaggio è quello proposto dal Museo delle Genti d’Abruzzo che conduce, tra antropologia e civiltà agropastorale, alle radici del popolo abruzzese. Se poi vi restano ancora un po’ di energie, recatevi verso sera a Piazza Muzii e vie limitrofe: è questo il luogo della la movida serale tra bar e localini, proprio accanto al mercato vecchio rallegrato da fantasiosi murales.

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I dintorni di Pescara: Spoltore

Lasciata Pescara, ci s’immerge subito nella dorata campagna abruzzese: conviene guidare piano, soprattutto nei giorni dell’olio buono. Si va per strade e stradine, di collina in collina, lasciando che lo sguardo si perda tra ulivi e vitigni diritti come fusi. Bastano nove chilometri per arrivare a Spoltore, il cui bel centro storico è dominato dal convento di San Panfilo dell’XI secolo: un trionfo di stucchi, bassorilievi e statue, oltre a conservare un organo a canne del 1696.

Anche nella vicina Moscufo, sonnecchia alle porte del paese un antico tempio romanico, la chiesa di Santa Maria del Lago. Sarà un gruppo di gentili suore a dischiudervi alla vista lo splendido ambone policromo duecentesco opera di Nicodemo da Guardiagrele, tempestato di figure e scene bibliche.

I dintorni di Pescara: Loreto Aprutino

Il viaggio per i dintorni di Pescara riprende tortuoso fino a Loreto Aprutino. Il palazzo Amorotti però, castelletto neogotico nel cuore del centro storico, è ormai da tempo silenzioso: qui, dove oggi si trova il Museo dell’Olio, alla fine dell’Ottocento ribolliva l’attività dell’opificio Raffaele Baldini-Palladini. Il pioniere dell’olivicoltura moderna trasformò il finissimo olio del suo feudo in un oro giallo d’esportazione. Caricate su carri tirati da buoi, le forniture procedevano per le pericolose strade dell’epoca, da Bologna al Regno di Napoli, da Mantova alla Svizzera, fino alla lontana Russia: persino lo Zar voleva l’olio di Don Raffaele sulla sua tavola.

Legato all’olio nacque persino un cenacolo culturale, frequentato da illustri personaggi come il pittore Paolo Michetti, il compositore Francesco Paolo Tosti, lo scultore Costantino Barbella. Non è difficile immaginarli radunati intorno a un tavolo mentre dissertano sul colore del novello appena spremuto. «Carissimo Baldini – scrisse lo stesso Barbella il 12 febbraio 1902 – grazie delle belle ulive che abbiamo ricevuto e che mangeremo con piacere. Buoni affari e buona Quaresima».

Dal museo, percorrendo Via Battisti e poi procedendo in salita, si arriva al Museo delle Ceramiche. Qui sono esposte preziose maioliche di produzione castellana, donate dal barone Tommaso Acerbo: vasi, anfore, piatti, vassoi, albarelli da farmacia – realizzati da illustri artisti tra Cinquecento ai primi del Novecento – sono decorati a tema biblico e agropastorale.

Il castello Chiola

Accanto al museo, oltrepassato l’arco, svetta la parrocchiale di San Pietro Apostolo, sopra il portico cinquecentesco con stemmi vescovili, portale coevo e trifore che danno sulle colline: a tre navate, è la chiesa madre di Loreto e nella cappella dedicata a San Tommaso d’Aquino conserva tracce della pavimentazione cinquecentesca. È da qui che parte Via del Baio che procede per duecento metri fra belle dimore nobiliari – Casamarte, Acerbo, Valentini – fino al castello Chiola del IX secolo, nell’epoca in cui passò di qui l’esercito di Carlo II il Calvo, re dei Franchi.

Dopo aver subito numerose trasformazioni e la radicale ristrutturazione da parte di Giacomo Chiola, è oggi un elegante albergo dove convivono antico e moderno. Si penserà che non ci sia luogo più sicuro del palazzo-fortezza che nel corso dei secoli è stato caserma, ospedale e persino testimone del miracolo delle rose di San Tommaso d’Aquino. E invece no. Nel terzo piano si aggira il fantasma di Sharan, la bella creola che all’inizio del Settecento si gettò dalla torre per sfuggire alle brame del conte Savelli.

Quello della ragazza è però uno spirito molto democratico: mette in allarme senza distinzioni sia il personale dell’albergo che i clienti. Persino viaggiatori inglesi e scozzesi, che di edifici infestati di fantasmi se ne intendono, hanno confermato la sua presenza. A volte si sente una flebile voce, altre grida sinistre, sussurri, lamenti, altre ancora si ha la sensazione di non essere soli, come se qualcuno o qualcosa ti stesse osservando. Niente paura però, sono secoli che Sharan vaga tra le mura e non è mai accaduto nulla di spiacevole.

La chiesa di Santa Maria del Piano

A Loreto però c’è un’altra inquietante visione. Basta entrare nella chiesa di Santa Maria del Piano e disporsi di fronte al ciclo di affreschi raffigurante il Giudizio Universale. Ci si troverà al cospetto di uno dei capolavori dell’arte pittorica abruzzese, un fluttuare di figure uscite nel 1429 dal pennello di un autore ignoto. L’opera originale, più di dieci metri per sei, comprendeva anche raccapriccianti scene dell’Inferno ormai quasi tutte perdute.

Nella parte alta sono raffigurati un Cristo tra angeli musicanti e scene simboliche: santi con trombe e cartigli, Maria a mani giunte, il Battista a braccia incrociate, i simboli della Passione, gruppi di anime in pena. Il dettaglio che più attira l’attenzione è il ponte del Capello che le anime del Purgatorio in cerca di salvezza eterna cercano di attraversare: è un ponte che si assottiglia sempre più, fino a far precipitare le anime dei malvagi nel fiume di pece che scorre al di sotto. Le anime pure invece lo attraversano senza problemi, accolte da San Michele in un’atmosfera bucolica fatta di prati, fiori e piante.

Il Giardino dei Ligustri

Anche qui a Loreto c’è un’arcadia dove le anime si possono rallegrare: il Giardino dei Ligustri, e non occorre attraversare pericolosi ponti per raggiungerlo. Ci si arriva invece passando accanto alla Fonte Grande, di origini romane che fino agli anni Cinquanta riforniva d’acqua il paese. È un’oasi che custodisce trecento specie vegetali: cipressi, bossi, palme, ligustri, aceri, querce, fiori, pergolati, statue, anfore e, a primavera, centinaia di farfalle Vanessa occhio di Pavone.

Questo è il regno di Alberto Colazilli, storico, paesaggista ma soprattutto il visionario che ha salvato dal degrado quello che restava del giardino di Villa Corsi. Agli inizi del 2000, quando questo parco si trovava in uno stato di abbandono, egli iniziò un’opera di recupero che scomodando Leopardi si può definire “matta e disperatissima”.

Ci sono voluti quindici anni per trasformare il sito nell’oasi che appare oggi. Alberto è anche un “pittore degli alberi”: realizza infatti a colpi di penna, pastelli e matita giardini fantastici, isole immaginifiche, tronchi e grovigli di rami che sembrano usciti da un’illustrazione di Gustave Dorè.

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I dintorni di Pescara: Penne

Penne: uno scorcio del centro storico

Il centro storico della vicina Penne è invece un vortice di stradine, vicoli e piazzette che seguono la linea dei quattro colli su cui è costruita. Iniziando la visita da Porta San Francesco, conviene dare un’occhiata al muro retrostante. Affisso alla parete si trova un manifesto dove, grazie al progetto Wowo Gallery, sono riprodotti i quadri di un artista: ogni mese subentra un pittore nuovo. Una sorta di museo di carta gratuito e alla portata di tutti, aperto ventiquattro ore al giorno, ideato dall’artista pennese Renato Ventoso.

Ammirato il prospiciente palazzo Castiglione (in restauro al momento della nostra visita), si sale verso l’acropoli fino a raggiungere la scultura dei Buoi carratori di Pietro Cascella. Siete all’entrata del museo archeologico ispirato dal barone Giovanni Leopardi, un Indiana Jones ante litteram, che espone reperti dal paleolitico al Medioevo. A due passi da qui si trova il duomo dedicato a San Massimo che ospita nella cripta risalente all’VIII secolo una Madonna quattrocentesca in terracotta policroma e affreschi del XII secolo.

Purtroppo a causa del terremoto non si può ammirare la cappella del Rosario, nella chiesa di San Domenico: un gioiello barocco con il soffitto ligneo a lacunari di Sebastiano Carniola da Guardiagrele. Ci si può consolare però entrando nel cortile del palazzo del Capitano Regio, in Via Roma, oppure in quello del palazzo di Margherita d’Asburgo – oggi sede religiosa – dove un tempo sostava la duchessa di Penne. A soli trecento metri dalla gigantesca fontana dell’Acqua Ventina – realizzata nel 1827 dall’architetto Federico Dottorelli in forma ellittica e con scenografiche scale – si trova il caffè letterario Tibo dove ci si può concedere uno spuntino, un boccale di birra artigianale o una partita a scacchi.

L’oasi naturalistica di Penne

Fuori città ci aspetta invece l’oasi naturalistica di Penne: qui si trovano il laghetto artificiale, habitat di diverse specie di uccelli, numerosi sentieri faunistici, il centro WWF per la conservazione della lontra (solo due esemplari) e il laboratorio didattico di arazzeria e tessitura a telaio. A Penne, residuo dei tempi legati alla civiltà agropastorale, c’è anche un enorme frantoio in abbandono con arcate, volte e finestroni, simile a una cattedrale: l’ha acquistato Rita Rossi, proprietaria dell’agriturismo Il Cignale per farne un luogo della memoria.

Un tempo ce n’erano tanti di frantoi: ogni quartiere ne aveva uno, rifornito dai carri che arrivavano dalla campagna carichi di olive. Rita, insieme ad altri volontari, ha anche reso nuovamente fruibile il lussureggiante giardino di palazzo Caracciolo che tramite un bucolico sentierino tra palme e fiori collegava Piazza Luca da Penne al duomo.

Le botteghe a Penne

A sfidare le stagioni restano in città, tre metri l’uno dall’altro, due anziani signori. Armeggiano con gesti lenti nelle loro piccole botteghe. Il primo, il sarto Gianni di Giovanni, ha imparato il mestiere da nonno Giovanni, pluripremiato maestro con cinque medaglie d’oro e sedici diplomi di benemerenze, al quale la città di Penne ha in progetto di intitolare una strada; il secondo, Gabriele Giancaterino, è ciabattino da settant’anni, da quando per imparare il mestiere se ne andava per le campagne a riparare scarpe.

Non c’erano i soldi e la gente, obbedendo a un tacito accordo chiamato staglio, pagava in natura con grano, farina e polli. Gabriele oggi ha più di ottant’anni ma tra una suola e un’altra continua a fare oltre cinquanta chilometri al giorno in bici su e giù per le colline. Quando torna nella bottega, prende a rifare tacchi col solito entusiasmo, a smontare, allargare e accorciare le punte. Con un avviso appeso al muro: “si prega di ritirare i lavori”.

Testo e foto di Paolo Simoncelli

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