Poco più di cento chilometri separano due città emblematiche della Bosnia Erzegovina. A un ventennio dalla guerra scopriamo l’entroterra balcanico tra Sarajevo, straordinario crocevia di culture, e Mostar, dove il ponte ricostruito è oggi più che mai un simbolo di pace e di riconciliazione
Indice dell'itinerario

Nana ha più di ottant’anni. Sida Kolar, questo il suo vero nome, vive in Bosnia, a Butmir, periferia di Sarajevo, ma ogni tanto ritorna al Tunnel della Speranza. Non molto è rimasto della buia e stretta galleria lunga ottocento metri e alta un metro e mezzo che negli anni dell’assedio serbo collegava la città martire all’area neutrale dell’Onu. Nana era lì, con la lampada a petrolio tra le mani, confortando migliaia di feriti, soldati, vecchi e bambini.

Per anni interi il tunnel ha rappresentato l’unica via di contatto con il resto del mondo; di qui passava tutto quello che serviva per la sopravvivenza: cibo, medicinali, aiuti umanitari. Scavato da un gruppo di volontari bosniaci che hanno lavorato ininterrottamente per circa sei mesi, la galleria è entrata in funzione a metà del 1993. Passava quattro metri sotto la pista dell’aeroporto collegando la campagna di Donji Kotorac a Dobrinja, le prime case di Sarajevo. C’erano giorni in cui vi entravano migliaia di persone e ci volevano ore per percorrerlo tutto.

È qui che Nana Sida raccontava favole ai bambini mentre fuori piovevano cinquemila granate al giorno. Alla fine del conflitto non ha ricevuto il Nobel per la pace, ma solo una stretta di mano di Eric Shinseki, generale delle forze armate statunitensi. Sono passati 18 anni da quando mi mostrò la foto che la ritraeva insieme al militare: l’assedio era finito da poco. A Sarajevo c’erano case distrutte, pochissimi alberi, carcasse d’auto dove giovani seduti su lamiere crivellate di colpi fumavano sigarette fatte con i giornali. A distanza di anni, nel tunnel di Butmir sono ancora intrappolate le pagine più commoventi dell’assedio; la maggior parte della galleria è crollata, ma il tratto iniziale (una ventina di metri) è ancora in buono stato, e c’è anche un piccolo museo dedicato alla guerra.

20220702_strada quartiere Bascarsija

Sarajevo

Sarajevo è rinata in fretta: all’indomani del conflitto c’era tanta voglia di tornare alla normalità. Durante una mia recente visita lungo la strada per Butmir non ho ritrovato la carcassa sventrata dalle granate del palazzone di Oslobodjenje, il quotidiano che usciva anche in tempo di guerra. Quell’ammasso di pietre, uno dei simboli della resistenza di Sarajevo, inizialmente doveva rimanere lì a monito per le future generazioni, e invece è stato abbattuto nel 2000. Un altro simbolo era Radio Sid, che sotto i bombardamenti mandava nell’etere messaggi di pace. Oggi all’ombra del minareto della moschea Gazi Husrev Beg, innalzata nel 1530 dall’architetto Adzem Esir Ali, il quartiere Bascarsija fondato dagli Ottomani nel XVI secolo pullula come un tempo di bar, ristorantini, negozi e botteghe.

C’è persino una strada dedicata agli artigiani che cesellano metalli realizzando brocche decorate, piatti e servizi da caffè. Nella piazza ci sono l’ottocentesca fontana in stile moresco di Sebili e poco distante il Brusa Bezistan, l’ex mercato coperto realizzato nel 1551 da Rustem Pasha. Basta invece salire sulle colline, da dove partivano i colpi delle milizie serbe, per avere una panoramica di Sarajevo: una distesa di tetti su cui svettano minareti, con la seicentesca Sahat Kula (Torre dell’Orologio) e il bianco cimitero musulmano. Nel quartiere di Kovacic Debelo Brdo sorge il cimitero ebraico di Staro Jevrejsko Groblje, uno dei più antichi e importanti d’Europa.

20220702_Panorama sulla città di Sarajevo e su un cimitero di guerra

Il caffè bosniaco

Sedetevi a un bar per consumare un’ottima torta locale, innaffiata dal nerissimo caffè bosniaco non filtrato. Il Cajdzinica Dzirlo è ad esempio un delizioso localino allestito in una vecchia casa a due piani. Parla italiano il proprietario Husein: decanta i suoi cinquanta tipi di tè e prepara a regola d’arte caffè bosniaco oppure turco, armeggiando tra pentolini e bicchierini a clessidra.

In città non mancano testimonianze del passato come la Svrzo House, dimora nobiliare in pietra e legno risalente al XVII sec. Le meravigliose stanze distribuite su due piani sono suddivise in zone per uomini, donne e servitù: al piano superiore c’è l’incantevole salone col vecchio bagno adiacente. Casa Despice è invece un gioiello architettonico di fine ‘700 che rimanda al tempo in cui Sarajevo era una fiorente città di traffici e commerci.

20220702_Monstar_centro storico

Montagne in Bosnia

Da Sarajaevo si possono effettuare piacevoli escursioni nei dintorni. Conviene però affidarsi alle agenzie locali, perché le segnalazioni sono quasi assenti. Un percorso di sedici chilometri porta per esempio alla località sciistica di Bjelasnica. Proseguendo ancora attraverso ampi paesaggi agresti senza incontrare anima viva si arriva a una necropoli di antiche stecci, tradizionali tombe bosniache scolpite a rilievo. I blocchi sono sparsi sulla cresta di una collina poco prima di Umoljani, un agglomerato di case sperduto in una valle dove abita non più di una decina di anziani contadini. Al mio passaggio uno di loro, per festeggiare i suoi ottantatre anni, si arrampica sul pagliaio come un gatto per la foto ricordo. Una donna in abito tradizionale mi insegue per convincermi ad acquistare un paio di calzini. A Umoljani c’è anche una vecchia moschea, un tempo di legno e oggi in lamiera.

Sul prato intorno si trovano antiche pietre tombali. Per il resto il silenzio è assordante: difficile immaginare che un tempo questo minuscolo villaggio era il principale luogo d’aggregazione per le comunità dell’alta valle del Rakitnica. Da Umoljani con alcune ore di cammino attraverso paesaggi bucolici si può arrivare a Lukomir, un villaggetto annidato a 1.500 metri di quota e abitato per lo più da anziani che vivono al ritmo delle stagioni. Mai avrebbero immaginato che il loro paese sarebbe apparso in alcune sequenze di Killing Season, il film sulla guerra in Bosnia interpretato da Robert De Niro e John Travolta.

20220207_Lago di Boracco

Dzajic

Tornati a Sarajevo il nostro itinerario prosegue per sessantaquattro chilometri fino a Konjic e alla vicina Dzajic, quartier generale delle discese di rafting sulla Neretva. Da qui, accompagnati dalle guide del centro rafting, si raggiunge a bordo di un pulmino il punto d’imbarco situato a Glavaticevo, dopo aver percorso una spettacolare strada d’alta quota. Nel tragitto si gode la visione dall’alto sul lago Boracko, specchio d’acqua dalle mille sfumature verdi, intorno al quale spuntano le tradizionali casette di legno, alte e strette e con lunghi camini. Una volta imbarcati sul gommone si torna a Dzajici navigando per circa tre ore ore sulla Neretva, il “grande padre della Bosnia”. Si attraversano paesaggi di stupefacente bellezza, ai piedi di vertiginose falesie tappezzate di boschi, pagaiando sul fondo del profondo canyon scavato dal fiume.

20220207_Ponte di Monstar2

Mostar

a Konjic ci si rimetterà alla guida lungo la strada che costeggia il fiume per arrivare – dopo settantacinque chilometri – a Mostar, altra città simbolo della Bosnia Erzegovina e anch’essa interamente ricostruita dopo la guerra. A cominciare dall’antico ponte a gobba d’asino sulla Neretva lungo trenta metri e alto ventiquattro. Progettato nel 1566, il ponte fu abbattuto dalle forze croate il 9 novembre 1993 ed è stato di nuovo inaugurato il 23 luglio 2004. Seduti sulle sponde del fiume potrete attendere il volo di qualche ardimentoso che si tuffa nelle acque gelide.

Il monumento e i vicini edifici medioevali sono tutelati dall’Unesco insieme alla caratteristica Kujundziluk, una strada affollata di botteghe, caffè e ristoranti. Furono gli Ottomani, a partire dal XV secolo, a far prosperare la città: aprirono botteghe, crearono commerci e innalzarono moschee come quella di Mehmed Pasa, eretta nel 1617 sulle rive della Neretva. C’è anche un esempio di storica residenza ottomana dagli arredi originali: casa Muslibegovic, costruita nel 1867 e oggi in parte adibita ad albergo.

Da Mostar consigliamo due escursioni di pochi chilometri fra arte, storia e spiritualità: Medjugorje Pocitelj, costruito su un’altura che domina la Neretva, frequentato da artisti e scrittori fra cui Ivan Andrić, premio Nobel per la letteratura nel 1961. Lasciato il veicolo nel parcheggio in basso si sale una ripida stradina dall’antico selciato attorniata da case di pietra restaurate, fino ad arrivare alla torre e ai resti di mura della fortezza innalzata nel 1383 dal re bosniaco Stjepan Tvrtko. Da quassù la vista si allarga verso il fiume, la madrasa Sinan Pasha, la moschea Hadzi Alijna (costruita nel 1563) e la seicentesca Torre dell’Orologio.

20220207_monastero Blagaj

Blagaj

A tredici chilometri da Mostar l’ultima tappa del nostro viaggio è Blagaj, un sonnolento villaggio sospeso tra magia e spiritualità attraversato dalle cristalline acque del fiume Buna. In alto, annidate su una formidabile parete rocciosa dove vola il rarissimo grifone, ci sono le rovine del quattrocentesco castello di Herceg Stjepan, insediamento illirico del II secolo avanti Cristo poi fortificato dai Romani (ci si arriva in un’ora di cammino). In basso invece appaiono le case sul fiume, fra le quali si notano alcuni esempi di architettura ottomana del XVII-XVIII secolo. Incastonato ai piedi di una vertiginosa falesia, proprio sopra la sorgente del Buna, appare un miraggio sospeso nel tempo: l’antico tekija (monastero) derviscio, risalente agli inizi del XVI secolo.

L’interno della casa mostra l’hamam dalla cupola traforata, la sala principale con il bellissimo soffitto ligneo e la stanza con i sarcofaghi di due veneratissimi dervisci, Sari Saltuk e Acik Pascha, sceicco della tekija nel 1848. Vicino al monastero non mancano ristorantini che servono la specialità di Blagaj: trote alla griglia con una corona di patate e verdure. In paese c’è persino un locale, il Most, che ha sistemato i tavoli in un istmo di terra in mezzo al fiume. Come recita l’avviso del prospiciente campeggio fluviale Aganovac, potreste anche fare una nuotatina tra ciuffi d’alghe e gamberetti di fiume… non fosse che la temperatura dell’acqua non supera gli otto gradi. Tant’è che l’avviso prosegue: “Se è troppo fredda per il bagno, allora teneteci le bottiglie al fresco”.

La collina della fede

Dopo il 24 giugno 1981, giorno in cui la Vergine sarebbe apparsa a un gruppo di giovani, la collina di Medjugorje è una delle mete di pellegrinaggio più affollate del pianeta. Da luogo di poche anime la località è diventata in breve una sovraffollata città della fede pullulante di hotel, pensioni, ristoranti e negozietti che vendono a folle di devoti ogni sorta di souvenir.

Pellegrini da ogni angolo del mondo arrivano ogni giorno per affrontare la salita di circa un’ora al Monte Križevac, sostando in preghiera anche lunghe ore e nelle più avverse condizioni meteorologiche presso le stazioni della Via Crucis fino ad arrivare alla grande croce bianca eretta negli anni Trenta. La salita – a causa della pendenza e delle pietre sconnesse e taglienti che ricoprono l’intera collina – è ardua, soprattutto in presenza di pioggia e fango. Ma qualunque sia il proprio credo, l’intensità dell’esperienza ripaga ampiamente la fatica. 

Testo e foto di Paolo Simoncelli

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