Sono trascorsi ottant'anni dall'eccidio di Marzabotto: oggi i luoghi della strage sono compresi nell'unico parco storico italiano, sfiorato dalla statale Porrettana che collega Bologna e Pistoia attraverso l'Appennino
Indice dell'itinerario

Sulla strage di Marzabotto è uscito pochi anni fa il film “L’uomo che verrà”, girato da Giorgio Diritti. Magari qualcuno avrà invece avuto modo di assistere a un festival di cinema a un vecchio documentario targato Rai negli anni ’60. Era girato in un rigoroso bianco e nero, con molte riprese aeree (una novità per quei tempi) e raccontava con lucidità l’evento dolorosissimo della Seconda Guerra Mondiale: l’eccidio di Marzabotto.

Alcuni dei testimoni diretti di quei fatti erano ancora in vita, e il filmato raccolse le loro preziose testimonianze. Indimenticabile l’intervista a una maestra elementare che rievocava uno degli episodi della tragedia: quando le truppe tedesche al comando del maggiore Walter Reder radunarono bambini e donne in un edificio di Caprara (che era sede comunale di Marzabotto) per poi massacrarli con bombe a mano, lei si finse morta e poi fuggì da una finestra. Unica superstite di 80 persone, raccontava la propria salvezza con una disperazione annegata nelle lacrime, continuando a chiedersi il perché di una simile barbarie.

La situazione storica

Almeno militarmente, le motivazioni che portarono alla tragedia sono facilmente spiegabili. Nel settembre del ’43, dopo l’armistizio, si era costituita nella frazione di Vado la brigata partigiana Stella Rossa, da subito impegnata in una penetrante azione di guerriglia contro i tedeschi: in questo tratto di Appennino passava infatti la Linea Gotica che in pratica tagliava in due l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno.

Sotto la pressione angloamericana il fronte era arretrato sino alla zona di Monte Sole, proprio dove operavano i partigiani, e per i tedeschi era intollerabile subire attacchi all’interno delle proprie linee. Il maresciallo Albert Kesserling diede così l’ordine di eliminare ogni sacca di resistenza, annientando la brigata Stella Rossa.

Il 29 settembre del ’44 le truppe dell’esercito regolare tedesco e delle SS, guidate dai fascisti, circondarono Monte Sole e senza distinguere tra combattenti e inermi cittadini sterminarono l’intera popolazione, accusata di favoreggiamento: le vittime furono 770, tra cui – e in questo caso i numeri sono fondamentali – 216 bambini, 316 donne e 141 anziani. L’episodio forse più brutale vide coinvolta la popolazione di San Martino, un piccolo borgo raccolto intorno all’omonima chiesa: qui, il 30 settembre, più di 40 persone rifugiatesi nella chiesa vennero fatte uscire e immediatamente fucilate.

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Furono ben 38 i luoghi interessati dall’eccidio, e ancora oggi è difficile visitarli senza sentire un groppo in gola. Eppure è un’esperienza da fare, che aiuta a mettere a fuoco tanti dubbi e genera considerazioni sulle guerre che stanno sconvolgendo il mondo.

Il parco della memoria

Dopo i fatti di quell’autunno di ottant’anni fa (l’eccidio proseguì altrove sino al novembre del ’44 e alla fine i morti furono 1.830) la montagna venne abbandonata: i pesanti bombardamenti, le distruzioni, i campi minati e soprattutto i ricordi convinsero tutti gli abitanti a trasferirsi a valle. La natura, pur non guarendo i cuori, ha così potuto ricucire le ferite di queste terre, ammantandole di severa bellezza.

E’ nel 1989 che la Regione Emilia Romagna decide di creare il Parco di Monte Sole: si tratta dell’unico parco storico italiano, nato per perpetuare la memoria di quelle vicende. Oltre a un centro visita, sono stati predisposti alcuni percorsi che collegano i luoghi delle stragi – alcuni sono oggi piuttosto suggestivi, anche se riesce difficile dimenticare che quei ruderi immersi nel bosco sono il frutto della bestialità umana – fino ad arrivare in vetta al monte stesso, dove si trova il cippo che ricorda il comandante Mario Musolesi, detto Il Lupo, e i partigiani della Stella Rossa.

Ogni anno, nella prima domenica di ottobre, il Comitato Regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto organizza una cerimonia in ricordo delle vittime: nel 2002 vi partecipò anche il presidente della Repubblica Federale Tedesca Johannes Rau, che in quell’occasione condannò fermamente l’operato dell’esercito tedesco e chiese perdono per le sofferenze inflitte alla popolazione. Un atto che, in qualche modo, ha chiuso la vicenda storica.

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La Porrettana, tappa per tappa

Il confine orientale del Parco di Monte Sole è segnato dalla A1 nel tratto da Sasso Marconi a Rioveggio; quello occidentale dalla Porrettana, ovvero la statale 64 che in poco meno di 100 chilometri varca l’Appennino collegando Bologna a Pistoia. Ed è proprio questa strada – che nel tratto più a nord attraversa la stessa Marzabotto – a costituire un ideale percorso di avvicinamento, capace di mediare l’impatto emotivo grazie alla bellezza dei suoi paesaggi.

Benché possano esserci tratti più trafficati, soprattutto nei finesettimana, la Porrettana è generalmente comoda, tranquilla e non presenta particolari problemi di percorrenza per chi viaggia in camper o in caravan, ad eccezione di alcuni tratti più stretti che richiedono qualche cautela; le possibilità per la sosta libera abbondano, ma il luogo migliore resta comunque Monte Sole. Noi l’abbiamo seguita partendo da sud ma, ovviamente, è altrettanto fattibile il contrario, come pure la si può intercettare nei punti intermedi provenendo magari dalla parallela autostrada.

Da Pistoia la statale si addentra dolcemente verso le colline, passa tra fitti boschi e segue a lungo il torrente Limentra sino a toccare il piacevole borghetto di San Pellegrino al Cassero, mentre a Corniolo si notano le tipiche casette in pietra affacciate sul torrente, in un ambiente fresco e verdissimo. Dopo Sambuca Pistoiese, l’ultimo abitato in terra toscana è Pavana Pistoiese: proprio all’ingresso si trova l’ex chiesa di San Fridiano con moderni affreschi che riassumono lo spirito dei luoghi, la storia, i personaggi, i mestieri tradizionali.

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Porretta Terme

Al ponte della Venturina si entra in Emilia Romagna raggiungendo in breve Porretta Terme, la località turisticamente più nota della zona. Edificato a picco sul fiume Reno, vedremo subito il bel santuario mariano raggiungibile attraverso il grazioso ponte che gli dà il nome: fondato nel XVI secolo ma ristrutturato nel 1878, conserva un’immagine della Madonna – opera seicentesca di Ferdinando Berti – venerata dagli abitanti di Porretta, che la portano in processione ogni anno nel giorno dell’Ascensione.

Raggiunto il centro, si passeggia piacevolmente negli ariosi vicoli partendo da Piazza della Libertà: oltre a diversi edifici interessanti (alcuni del ‘500, anche se rimaneggiati) spiccano gli impianti delle Terme Alte – di origine romana ma abbondantemente rifatti nell’800 – e, imboccando Via Ranuzzi, la bella chiesa di Santa Maria Maddalena dove è conservato un grandioso crocifisso ligneo del XVI secolo.

Tra luminose viste sulle montagne, coperte da un fitto manto di boschi, si prosegue fino al bivio a sinistra per Riola di Vergato dove si sottopassa la statale arrivando a un altro bivio, ancora sulla sinistra, per Casa Monzone e Casa Costonzo. Si tratta di abitazioni fortificate di origine medioevale – visibili solo dall’esterno perché di proprietà privata – inserite in un pregevole contesto naturale: va detto però che il percorso è abbastanza stretto e tortuoso, e chi viaggia con un v.r. di grandi dimensioni farà bene a procedere a piedi o in bicicletta. La prima abitazione, distinta da un’alta torre, si raggiunge proseguendo diritto, la seconda prendendo di nuovo a sinistra su una stradina che passa per Montecavalloro, un altro tipico borgo.

Riola di Vergato

A Riola di Vergato ci attendono due monumenti diversi ma entrambi sorprendenti: la moderna chiesa di Santa Maria Assunta, opera del noto architetto finlandese Alvar Aalto, e la singolare Rocchetta Mattei, edificata dall’omonimo conte nel 1100 in stile arabo-moresco e anche questa osservabile solo esternamente.

Ai viaggiatori più tenaci consigliamo a questo punto un’altra deviazione: poco prima della Rocchetta, seguendo le indicazioni per Campolo-Montovolo, si arriva al piccolo abitato di La Scola, poi a Campolo e da qui, proseguendo per circa 4 chilometri, al duecentesco santuario di Montovolo posto a 912 metri di altezza (anche in questo caso la strada è piuttosto impegnativa e tortuosa, poco adatta ai camper di maggiori dimensioni). La costruzione si erge sulla cima di quella che viene considerata una vera e propria montagna sacra, dove si presume che già in epoca romana sorgesse un luogo di culto in onore di Giove.

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Parco Storico di Monte Sole

Tornati sulla Porrettana, superando Vergato avremo finalmente alla nostra destra il Parco Storico di Monte Sole, introdotto a Pian di Venola dai ruderi della chiesa di San Giuseppe. Poco oltre, s’incontra a destra l’accesso al parco, al centro visite Il Poggiolo e all’area del Memoriale. La strada scavalca il Reno e risale in ambiente piacevolissimo sino a un ampio parcheggio per i pullman, dove converrà lasciare il mezzo. A piedi, superato il centro visite (dove si può prenotare una guida o avere carte e informazioni), si arriva a San Martino e alla chiesa dell’eccidio; targhe e monumenti ricordano i fatti del ’44.

Una stradina in salita sulla sinistra porta ai ruderi della chiesa di Caprara con una breve passeggiata, da farsi anche in mountain bike. Da qui parte anche uno dei quattro itinerari consigliati dal parco: il sentiero svolta sulla sinistra e risale le pendici settentrionali del Monte Sole fino a una sella da dove, seguendo le tracce, si raggiungono la vetta e la stele che ricorda la brigata partigiana. E’ poi possibile ridiscendere sul versante meridionale per visitare i ruderi della chiesa di Casaglia (in tutto circa 3 ore e mezzo); lungo il percorso sono evidenti le tracce dell’ultimo conflitto come trincee, buche scavate dalle bombe, postazioni di artiglieria.

Grizzana Morandi

Appena fuori del parco è invece Grizzana Morandi, a pochi chilometri da Vergato: il nome ricorda che qui soggiornò a lungo il grande pittore bolognese Giorgio Morandi. La casa in cui visse è oggi un museo, mentre i vicini Fienili del Campiaro sono stati trasformati in un centro di documentazione a lui dedicato.
Ridiscesi sulla Porrettana, pochi minuti dopo l’ingresso del parco troviamo la necropoli di Misa, non ricchissima di resti ma assai suggestiva.

Nel fitto del bosco si possono ammirare i ruderi di diversi templi, ma la parte più interessante è sicuramente l’acropoli, dove si giunge grazie a un ponticello pedonale che scavalca la statale. Fondata dagli Etruschi, la città ebbe un’economia legata soprattutto al commercio e alla lavorazione dei metalli; la crescente pressione delle popolazioni celtiche ne provocò l’abbandono. I primi scavi risalgono al 1831, mentre il museo fu creato un secolo dopo e ristrutturato due volte, l’ultima nel 1979: vi sono raccolti i preziosi materiali rinvenuti nell’area dell’antico insediamento.

Sasso Marconi

Sasso Marconi, che volle successivamente onorare l’inventore della radio, deriva il toponimo dalla parete rocciosa (ai cui piedi passa la Porrettana) dove un tempo sorgeva il santuario della Madonna del Sasso, fondato nel XII secolo utilizzando una grotta naturale artificialmente ingrandita.

Nel 1477 Nicolò Sanuti provvide a un’ulteriore ristrutturazione che per diversi secoli sopravvisse alla continua minaccia di crolli della rupe sovrastante, fino all’abbandono definitivo nel 1787 a causa di una prima grande frana; ulteriori cedimenti hanno progressivamente cancellato ogni traccia del luogo di culto, di cui era rimasto solo un prezioso dipinto rappresentante la Beata Vergine poi trasferito nell’attuale santuario che sorge nella bella piazza centrale del paese. Oggi, però, a sostituirlo troviamo una tela moderna: durante l’ultima guerra l’originale è definitivamente scomparso, forse trafugato dopo il bombardamento della chiesa.

Dal santuario, proseguendo sulla Porrettana, si passa accanto al piccolo oratorio di Santa Apollonia; di fronte, una stradina alberata conduce alla seicentesca Villa Achillini che potremo ammirare dall’esterno con le sue tre torrette.

Si tratta di una delle numerose residenze storiche di questo territorio, edificate tra il XVI e il XVIII secolo, delle quali fa parte anche Villa Griffone a Pontecchio: affacciata proprio sulla statale, fu abitata dai Marconi a partire dalla fine dell’800 e fu scenario dei primi esperimenti del giovane Guglielmo con le onde elettromagnetiche. L’edificio è visitabile solo da studiosi o gruppi organizzati mentre ai suoi piedi, in un bel parco, si trova il mausoleo progettato nel 1941 da Marcello Piacentini (con possibilità di sosta sul piazzale).

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Casalecchio di Reno

Ormai a ridosso del capoluogo regionale, Casalecchio di Reno offre diversi motivi d’interesse. Era uno degli snodi principali del sistema di canali navigabili che resero Bologna una specie di Venezia dell’entroterra: sino all’ultimo conflitto la città vantava infatti una serie di porti fluviali oggi del tutto scomparsi. Un’enorme e ardita diga, il cui primo impianto risale al 1191, sbarra le acque del Reno e le immette nel canale che si dirige verso la città, anche se nel centro urbano è stato coperto dalle strade.

Il Parco della Chiusa o Parco Talon, a cui si arriva con facilità superando il fiume su un grande ponte e imboccando la Panoramica, offre belle passeggiate in un ambiente verde e sereno: seguendo l’itinerario 112 del CAI si può arrivare alle rive del fiume e ammirare lo sbarramento da vicino, mentre nel bosco si trovano tavoli da picnic e altre strutture per il tempo libero. Purtroppo il parcheggio non è facile, quindi conviene lasciare il mezzo in paese – informandosi eventualmente presso i vigili, perché un recente provvedimento limita l’uso dell’area attrezzata ai gruppi – e raggiungere il parco a piedi.

Nei dintorni varrà infine la pena visitare il seicentesco eremo di Tizzano, cui si accede in poco più di un chilometro seguendo una piacevole stradina in direzione di Tignano e Mongardino. E’ l’ultima tappa tra il verde di questi colli, a pochi minuti dalla Porrettana e dai tetti di Bologna.

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