Alla scoperta di un inedito Molise in camper, dalla costa all'entroterra con una sosta nei piccoli ordinati borghi adagiati tra dolci colline e campi coltivati
Indice dell'itinerario

Una fila interminabile di ombrelloni, lettini, pedalò, cabine e alle loro spalle una distesa di case, hotel e residence senza soluzione di continuità: gran parte della costa adriatica italiana, in particolare nel versante settentrionale, si può condensare in questa immagine. Eppure non mancano le eccezioni. Prendiamo ad esempio il litorale del Molise, che abbiamo visitato con il nostro camper.

I suoi 35 chilometri di costa bassa compresi tra la foce del fiume Trigno e quella del torrente Saccione, che segna il confine con il territorio pugliese, sono interrotti solo dal promontorio sul quale sorge Termoli, circondata da alte mura fortificate che cadono a picco sul mare. E basta spostarsi di poco dalla nota località, che offre spiagge ampie e attrezzate, per trovare un susseguirsi di dune colonizzate da numerose piante tipiche della vegetazione litoranea adriatica.

Litorale fra Termoli e Petacciato

La costa di Termoli

La costa a nord di Termoli, che comprende le marine di Petacciato e di Montenero sino alle foci del fiume Trigno, ha lo status di Sito d’Importanza Comunitaria (SIC), e c’è da augurarsi che il regime speciale la tuteli a dovere dalle speculazioni edilizie che hanno martoriato gran parte del litorale italiano. Qui è ancora possibile trovare sabbia bianca, acqua limpida e un arenile dove piantare il proprio ombrellone fra le dune immerse nella vegetazione.

E qui nidifica una specie rara, il fratino: inconfondibile con il suo corpicino raccolto dal manto mimetico e le lunghe zampe esili è uno tra i più piccoli limicoli (gli uccelli che si alimentano nella sabbia) nidificanti in Italia. Il fratino mangia in prevalenza insetti, che raccoglie direttamente dal suolo o scavando piccole buche nella sabbia. Durante il periodo della nidificazione assume un comportamento più solitario e quasi aggressivo, specialmente il maschio pronto ad mettere in fuga potenziali intrusi. Costruito sulla sabbia ma non lontano dall’acqua, il nido viene di solito riempito con tre uova, covate per circa un mese; i piccoli si allontanano poco dopo la nascita, diventando facilmente attaccabili dai predatori.

La sua presenza, in ogni caso, è un buon indice dello stato di salute dell’intero ecosistema costiero, come ci spiega Dante Caserta, consigliere nazionale del WWF: «Il fratino è una specie protetta a livello europeo ed è anche il simbolo della biodiversità delle spiagge, che non devono essere considerate come un mero cumulo di sabbia da spianare per il turismo ma come un fragile ecosistema abitato da piante e animali adattati a vivere in un ambiente estremo ». Non a caso proprio a Petacciato ha sede un centro di educazione ambientale dedicato all’osservazione e alla tutela di questa specie.

Dal mare alla campagna

La chiesa romanica di Santa Maria a Petacciato

Il Trigno nasce ai piedi di Monte Capraro nei pressi di Vastogirardi, in provincia di Isernia. Scorre per metà interamente in territorio molisano, quindi segna il confine con l’Abruzzo, ad eccezione dell’ultimo breve tratto prima della foce a Marina di Montenero, in provincia di Campobasso. Qui un tempo sorgeva un porto che serviva i Balcani, mentre ora si sta cercando di rinaturalizzare l’area con la creazione di uno stagno e un osservatorio per il birdwatching, proteggendo la duna con appositi camminamenti in legno.

Non lontano dalla foce, che costituisce un elemento distintivo del territorio, si trova un punto sosta per i v.r. messo a disposizione dal Comune di Petacciato, alle spalle del bosco di pini ed eucalipti che separa la SS16 dal mare. In alternativa, al chilometro 535 della statale, si trova una casa cantoniera accanto ai ruderi di una torre eretta per controllare le possibili invasioni turche. Proprio qui vi è l’ingresso di un campeggio, base per molti camperisti che arrivano anche da lontano per godere di questo mare.

Nei pressi della foce del fiume Trigno è stato realizzato un osservatorio per il birdwatching, proteggendo la duna con appositi camminamenti in legno

Quando lasciamo la costa per tuffarci nell’entroterra, fra distese di girasole che arrivano fin quasi sul mare, entriamo in un’atmosfera completamente diversa e inaspettata: campi di grano, vigne, uliveti e casolari sui colli fanno da scenario ai lavori di trebbiatura e la campagna è tutta un viavai di macchinari e uomini arrampicati sui covoni trasportati dai trattori.

Petacciato

La nostra prima tappa è Petacciato, un paese collinare a poca distanza dal mare. In epoca preromana il territorio venne occupato dal popolo dei Frentani, mentre nel Medioevo ebbe vita travagliata e finì nelle mani di Konrad Wolf von Wolfurt, uomo d’armi tedesco che contribuì alla vittoria degli Ungheresi sugli Angioini nel 1349, ricevendo così la baronia del vicino borgo di Guglionesi. Risale a quel periodo la chiesa romanica di Santa Maria, con una pregevole cripta, mentre il castello situato quasi di fronte ha subito delle trasformazioni durante il periodo rinascimentale (attualmente è in fase di ristrutturazione e non è possibile visitarlo).

Santa Maria a Petacciato, il punto sosta comunale ombreggiato da ulivi

Montenero di Bisaccia

Da Petacciato si può puntare in direzione di Palata e Mafalda (il nome venne così cambiato nel 1900 per rendere onore alla principessa, figlia di Vittorio Emanuele III), ma noi scegliamo di inoltrarci verso Montenero di Bisaccia. Il borgo, che ha conservato l’impianto medioevale, si trova in una splendida posizione su una collina di arenaria, da dove la vista nelle giornate terse va dalle vicine montagne dell’Abruzzo fino al promontorio del Gargano. Da lontano spicca il Santuario di Santa Maria di Bisaccia, in prossimità del tratturo Santa Maria-Centocelle: l’antico quadro raffigurante la Madonna custodito al suo interno è oggetto di devozione popolare. Dalla chiesa si osserva il panorama dei calanchi argillosi, oggi classificati SIC e in fase di rivalutazione.

Il santuario di Santa Maria di Bisaccia a Montenero

Guglionesi

La prossima tappa è Guglionesi, uno dei paesi più interessanti del territorio. Qui merita una visita la chiesa di San Nicola, menzionata per la prima volta in una pergamena del 1049, il cui aspetto attuale risale al XIII secolo, mentre la sottostante cripta scoperta negli anni ’70 ha consentito di stabilire che la struttura originaria è databile al V-VI secolo. Anche Santa Maria Maggiore fu edificata nell’XI secolo, durante il periodo normanno, ma nel 1746 venne sostanzialmente modificata assumendo le architetture barocche ancor oggi visibili; dell’antica chiesa romanica rimangono la bella cripta, con tre absidi esterne e l’interno diviso in navate da colonne con arcate a tutto sesto e volte a crociera.

All’interno si può ammirare un ciclo di affreschi della seconda metà del XVI secolo, con scene del Diluvio, dell’Arca di Noè e della Torre di Babele. Di fronte alla chiesa si trova il museo archeologico (aperto su prenotazione) dove sono custoditi i reperti ritrovati in una necropoli della zona databili al VI e al IV secolo a.C. In fondo a Via Roma, il corso principale, un belvedere attrezzato con un binocolo gratuito consente di godere di un ampio panorama su campi, calanchi e sul mare.

Vista dal santuario di Santa Maria di Bisaccia a Montenero

La necropoli di Guglionesi

Avendo tempo a disposizione conviene prevedere una visita alla necropoli di Guglionesi, riportata alla luce nel 1986 in occasione di alcuni sbancamenti per ampliare una zona residenziale del paese. Qui vennero rinvenute cinque sepolture risalenti al VI secolo a.C., situate a una profondità maggiore e corredate da oggetti più numerosi e preziosi, e quattro databili al IV secolo a.C., più piccole e dotate di corredi minori. Nelle tombe sono stati trovati oggetti in ceramica daunia, dalla tipica decorazione geometrica, e in bronzo, a testimonianza della ricchezza del defunto.

Fra i ritrovamenti alcune sepolture spiccano per qualità e quantità del corredo rinvenuto: ad esempio una tomba maschile ha restituito, fra le altre cose, una scure e un coltello che ne farebbero ipotizzare l’appartenenza a un individuo con funzioni sacerdotali (la scure era lo strumento utilizzato per il sacrificio degli animali). Le sepolture rinvenute sono soltanto una parte di quelle che formavano l’intera necropoli: altre sono state distrutte durante lo sbancamento dell’area, altre sono probabilmente ancora in attesa di venire alla luce.

Termoli è nota per il castello svevo che domina il borgo antico
Termoli è nota per il castello svevo che domina il borgo antico

È il momento di tornare verso la costa. Scendiamo quindi in direzione di Termoli passando per San Giacomo degli Schiavoni, uno dei borghi della zona sorti nel XVI secolo, quando gruppi di etnia slava ottennero dal vescovo la concessione di lavorare nei campi e stabilirsi qui.

Termoli

Ci accoglie infine la deliziosa cittadina di Termoli che, oltre per le ampie spiagge, è nota per il castello svevo che domina il borgo antico e per i trabucchi. Di questo tradizionale casotto di pesca, tipico della costa del basso Adriatico, ne rimangono ormai solo un paio di esemplari. Una volta – come scrisse Gabriele D’Annunzio nel romanzo Il trionfo della morte – “la grande macchina pescatoria, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano” affascinava i poeti, mentre oggi attira i turisti.

Termoli, i tradizionali trabucchi in legno

Il borgo antico, circondato da mura e situato su un promontorio ellittico, è accessibile da un’unica porta. Facendosi strada fra vicoli, piazzette e palazzi, in un’atmosfera da paese mediterraneo dimenticato si arriva alla cattedrale dedicata a San Basso, in stile romanico pugliese. È uno dei monumenti più importanti del Molise e si trova sul punto più alto del promontorio su cui sorge il borgo. Da qui si sviluppò l’insediamento urbano, come testimoniano i resti di vasellame risalenti all’Età del Bronzo ritrovati durante i lavori di restauro nei locali sotterranei del vicino palazzo vescovile.

Non lontano si trova un vicolo, chiamato dagli abitanti a rejecèlle, che misura appena 33 centimetri di larghezza e la cui realizzazione risale ai tempi della prima espansione urbana. Dopo aver goduto la tranquilla atmosfera di Termoli e imparato qualcosa della sua ricca storia di città prima longobarda e poi normanna, chiudiamo il nostro anello tornando verso il mare, qui delimitato a nord dal fiume Trigno e a sud dal Biferno: un inaspettato itinerario a colori tra il verde dei campi e il giallo dei girasole, tra la sabbia delle dune e il turchese del mare.

Testo e foto di Gabriele Salari

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