Lontana dalle mete più note e affollate c’è una Puglia da visitare in camper, tanto antica quanto insolita e verace. Da Deliceto a Orsara di Puglia passando per Accadia e Bovino, i borghi dell’entroterra foggiano sono ideali da esplorare in camper facendo soste golose nei caseifici e nei panifici locali.
Tre diverse puglie
Dalle creste dei Monti Dauni la grande pianura di Cerignola, Foggia e Lucera, delimitata dal blu dell’Adriatico, sembra a portata di mano. Tra le aspre rocce di calcare chiaro e il verde profondo delle faggete, questo spicchio di Puglia è assai differente dalle distese assolate delle Murge o dalle coste frequentate dalla movida estiva. E somiglia da vicino ai severi e solitari paesaggi del Sannio, nel Beventano, che da qui distano solo pochi chilometri. Anche la storia ci parla di tre diverse Puglie, e non è un caso se in epoca borbonica il nome della regione era declinato al plurale.

Prima dell’arrivo dei Romani, il sud della regione era la terra dei Messapi, la parte centrale era popolata dai Peuceti e il nord costituiva il dominio dei Dauni. Popoli tutt’altro che chiusi in sé stessi, che coltivavano stretti rapporti con la Grecia. «Nel bel mezzo delle guerre contro i bellicosi Sanniti i Romani pensarono bene di aggirare da oriente le zone del conflitto, e giunsero a incontrare i Dauni e a fondare Lucera intorno al 300 avanti Cristo» spiega Angelo Valentino Romano, archeologo dell’Università di Foggia e guida d’eccezione per queste contrade. «Per loro – come per noi oggi – le ricchezze della Puglia erano tre: il grano, l’olio e il vino, cioè le tre basi della dieta dei cittadini dell’Urbe. Poi venne costruita la Via Appia, che garantì, allora come oggi, una rapida comunicazione con Roma, e infine vennero le grandi famiglie senatorie che crearono i loro latifondi nelle zone di pianura».
Il castello di Deliceto
Ascolto questa breve lezione di storia pugliese seduto in un angolino d’ombra, sugli spalti del grandioso castello di Deliceto affacciati sul panorama della valle che digrada verso Candela. La fortezza, edificata dagli svevi nel Duecento, è spettacolare e praticamente intatta, con una strana forma triangolare segnata da tre grandi torri che offrono un ampio panorama sulle case arroccate del centro e sui monti circostanti. «Come era avvenuto con i Greci e i Romani, gli abitanti di queste parti sono sempre stati ospitali e aperti all’esterno: basti pensare che nel Quattrocento a Deliceto si contavano alcune chiesette di rito albanese e cinquantotto famiglie di etnia slava, risultato delle crisi politiche nei Balcani». Angelo, amante della storia della sua terra, offre un fiume d’informazioni sui borghi dei Monti Dauni e le loro origini.

Accadia a ritmo di blues
Ma oggi non si parla solo di storia e archeologia: dopo i tortuosi quindici chilometri che ci hanno portato fino ad Accadia, anche la geologia fa la sua comparsa. Sulla piccola piazza al termine di Via Borgo una fontana gorgoglia tranquilla, a poca distanza da una scultura di legno che riproduce un vecchio paese. Si tratta del Rione Fossi, che inizia poco oltre l’arco qui a fianco, che venne gravemente danneggiato dal terremoto del 1930 e definitivamente abbandonato dopo quello del 1980. Una passeggiata nei vicoli e sulle piazzette spopolate è un’esperienza surreale. Già, perché le strutture terremotate sono state in buona parte restaurate, ma sono ancora spopolate, in attesa di una qualche idea che possa sbloccare un assurdo stallo.

Costato certamente molti denari e purtroppo, fino a oggi, privo di ogni prospettiva per il futuro. La geologia non ha creato solo distruzioni: una bella passeggiata che parte dalle case di Accadia porta fino alle cascatelle della gola del Frugno; nella buona stagione, alcune associazioni locali vi organizzano gite che si concludono con pic-nic pantagruelici. Un’altra oasi di frescura non lontana dal paese è quella del Bosco Paduli di Accadia dove, all’ombra di faggi maestosi, si radunano spesso i gruppi che compiono escursioni a cavallo verso il maneggio La Loggia. Qui, nel verde, si svolgono anche i concerti più importanti del festival estivo Accadia Blues, che nell’ultima edizione ha vantato ospiti internazionali come Jake Clemons (il sax della East Street Band di Bruce Springsteen) e Doyle Bramhall II.

Con circa quindici chilometri di strada in direzione nord si raggiunge il centro di Bovino, località dove nell’ultima domenica di settembre di ogni anno si rinnova l’appuntamento con la Festa del Nazionale del PleinAir nei Paesi Bandiera Arancione. Nel borgo posto in cima a un colle sono ancora visibili le tracce dell’antica Vibinum dove, secondo le cronache dello storico romano Polibio, sostò anche il fiero Annibale durante le sue scorrerie nel sud dell’Italia. Dopo aver visitato il duomo dedicato all’Assunta, gioiello romanico ricostruito con cura dopo il terremoto del 1930, conviene salire al castello ducale. Sulle rovine di antiche fortezze erette per controllare il viavai di viaggiatori e merci lungo la via delle Puglie, i Normanni fondarono nel Duecento la rocca attuale, dove alloggiarono nel corso dei secoli celebri personaggi come Manfredi, figlio di Federico II, i sovrani del Regno di Napoli, Torquato Tasso e Margherita d’Austria.

Attorno alla cittadina sono molte le mete per gli amanti della natura, della buona cucina e dei prodotti del territorio. Una tappa da consigliare è la grande tenuta della Masseria Salecchia, che offre diverse possibilità di sistemazioni e sosta anche per camper, e comprende un parco di imponenti dimensioni. Salendo a Bovino, superato l’invitante salumificio Fattibene, vale la pena dirigersi verso l’Azienda Agricola Piana delle Mandrie, dove Nicola Consiglio gestisce un ristorante a fianco di un piccolo negozio che propone formaggi locali (caciocavallo, mozzarella, formaggio aromatizzato al pepe, al peperoncino e alla menta) e prodotti derivati dal maiale nero.

Bovino, il gusto della scoperta
Già, la tavola. Impossibile affrontare un viaggio in queste contrade senza essere catturati dalle storie e dai profumi di una cucina particolare, frutto di contaminazioni secolari tra regioni e paesi diversi. Con un po’ di pazienza potrete scoprire il pancotto (una pagnotta svuotata con cime di rapa, borragine e patate), i lampascioni (una sorta di cipolla selvatica) con le uova e la pizza con i cicoli (ciccioli di maiale). Per poi continuare con le olive provenzane, ripassate in padella con aglio e peperoncino, le rare pezzedde, una sorta di maltagliati con pomodoro e rughetta. E infine assaggiare i pani della tradizione, realizzati con specie di cereali a resa minore (come la cultivar Senatore Cappelli), farine macinate a pietra o grano saraceno. A dare sapore e sostanza al pane più speciale è, ancora oggi, il grano arso, che si ottiene con la spigolatura dopo la bruciatura delle stoppie, e fornisce una farina particolare e “tostata” che viene mescolata a quella normale.

Ai piedi di Bovino, nel fondo della valle dove corre il fiume Cervaro, passa il tracciato della via di comunicazione più importante tra il centro d’Italia e la Puglia, attualmente ricalcato dalla Strada Statale 90 delle Puglie. Valgono una sosta il ponte romano che scavalca il corso d’acqua e l’antico mulino, ristrutturato e aperto alle visite, ma è ancora più interessante il complesso della Taverna del Ponte, una stazione di posta seicentesca fondata sui resti di una mansio romana, cioè di una sosta pubblica riservata ai viaggiatori ufficiali. In epoca borbonica la taverna rappresentava una sosta sicura, in un territorio infestato dai briganti che prosperavano depredando i viandanti, e divenne il centro della lotta dell’esercito contro i banditi. Una guerra combattuta senza esclusione di colpi, se è vero che Giuseppe Ceva Grimaldi, nel suo Itinerario da Napoli a Lecce del 1821, così descrisse la raccapricciante scena osservata in questo luogo: “…sedici teste di banditi chiuse in gabbie di ferro coronano da una parte e dall’altra le sponde del ponte, e questa muta ma eloquente guardia parla potentemente all’immaginazione degli scellerati.” Nei secoli seguenti la struttura, davanti alla quale si trova un’imponente fontana in travertino realizzata del 1734 per volere di Carlo III di Borbone, divenne sede di agenzie di spedizionieri, per poi finire la sua storia come deposito di carbone in seguito all’apertura della linea ferroviaria Caserta-Foggia.

La discesa verso il cielo di Orsara di Puglia
A pochi chilometri dal confine tra Puglia e Campania, Orsara di Puglia è l’ultima meta da non perdere di un itinerario in questo spicchio di Puglia. Ai margini del centro storico si trova l’antico complesso dell’abbazia dell’Angelo, sorto nel Trecento lungo la via che i pellegrini seguivano in direzione del santuario di Monte Sant’Angelo. La chiesa del Pellegrino con i suoi mosaici e il complesso dell’Annunziata (sede italiana dell’ordine spagnolo dei Cavalieri di Calatrava) nacquero al di sopra del luogo di culto più antico, ovvero la Grotta di San Michele, che riproduce le forme, l’isolamento e il fascino della più celebre grotta del Gargano. La discesa verso l’ipogeo, in parte naturale e in parte scavato nella roccia, avviene seguendo i gradini della Scala Santa; una volta raggiunto il livello più profondo della cavità, vale la pena di sostare per qualche tempo nel silenzio, ammirando gli effetti che le luci soffuse disegnano sulle pareti dove ancora si notano i segni degli scavi e decine di piccole croci incise dai pellegrini del passato.

Orsara deve probabilmente il nome agli orsi che popolavano queste montagne, creando non pochi patemi d’animo ai viaggiatori che percorrevano il tracciato della Via Appia Traiana che corre nel fondovalle. L’impianto medievale del centro è evidente, tra piazzette e vicoli che seguono le curve di livello e conducono – inevitabilmente – davanti alla porta di Pane e Salute. Non si tratta solo di una taverna d’eccezione: qui infatti esiste dal 1526 un forno a paglia, che grazie alla fiamma viva delle stoppie assicurava la cottura perfetta di un pane realizzato con lievito crescente. Al termine del nostro breve viaggio tra la natura e le storie dei Monti Dauni è giunta l’ora di soffermarci per un po’ ai tavoli dove vengono serviti i piatti della tradizione: ottime pizze, spettacolari orecchiette in crosta e il dolce e profumato peperone crusco, prima seccato e poi cotto. Buon appetito, quindi. E buon viaggio.
Testo e foto di Fabrizio Ardito
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