“L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”. È con la citazione di Goethe in testa che imbarchiamo ancora una volta il nostro camper da Napoli verso l’antica Trinacria. Partiamo per il Trapanese per raccontare la nostra di questo territorio, attraverso la nostra esperienza di una settimana tra città e piccoli paesi, natura e arte, siti archeologici e piaceri enogastronomici.
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Da Segesta a Trapani
Iniziamo il viaggio da Segesta, uno dei centri più importanti dell’antico popolo degli Elimi, citata dallo storico greco Tucidide che la volle fondata da profughi troiani. Nel parco archeologico, che a primavera è avvolto da un vero tripudio di fioriture, colori e profumi, ci sono da vedere soprattutto il tempio in stile dorico risalente al V secolo avanti Cristo, splendido e solenne nella sua semplicità, e il teatro greco posto sulla sommità della collina, raggiungibile a piedi o con una navetta. Ci rimettiamo in camper pienamente soddisfatti: se il buongiorno si vede dal mattino…

Erice
Rimandiamo a un prossimo articolo la descrizione del versante settentrionale del Trapanese con Alcamo e il tratto costiero fra Castellammare del Golfo, Scopello e la sua tonnara, la Riserva Naturale dello Zingaro, San Vito lo Capo e la Riserva Naturale Orientata Monte Cofano. Intanto puntiamo dritti verso Erice, magnifico balcone a 750 metri di quota che domina la piana dalla sommità dell’omonimo rilievo, detto anche Monte San Giuliano.
Qui il parcheggio, anche per camper, è appena prima della porta di accesso al borgo; se lo si trova pieno, poco distante ne è segnalato un altro destinato a pullman e camper, sempre presso la strada principale. Il paese è un piccolo gioiello, come ben sanno i tanti turisti che lo visitano. Percorrendo l’intricato gomitolo di stradine che si dipanano dalla piazza del duomo dedicato a Maria Assunta fino a raggiungere la chiesa di San Giuliano, nella parte più alta, si apprezzano le architetture di edifici religiosi (come la chiesa di San Martino) e di palazzi storici.
E le cassatine di pari livello, se ci si passa il paragone, della pasticceria Grammatico lungo la centrale Via Vittorio Emanuele, insieme alle Genovesi, il dolce tipico della tradizione conventuale ericina.

Lungo la costa del Trapanese
Al calar della sera ci dirigiamo al campo base prescelto, il silenzioso e appartato Agriturismo Villa Maria, nella piana costiera fra Trapani e Marsala. È in tutta calma e col tiepido sole dell’indomani che ci rechiamo a Trapani per visitare il centro storico allungato a occupare una stretta penisola che si protende in mare verso ovest. Il primo a colpire la nostra attenzione è il Palazzo Cavarretta o Senatorio, oggi sede del Comune: per la sontuosa facciata barocca adorna di statue e, in alto, dell’orologio e del datario (che segna il giorno del mese).
Architetture ricche e interni sfarzosi contrassegnano molti dei monumenti cittadini come la chiesa del Collegio dei Gesuiti, la cattedrale di San Lorenzo, la chiesa del Purgatorio e quella di Santa Maria dell’Itria. Da non mancare anche la passeggiata lungomare dai due lati, quello nord e quello sud. Ma la visita di Trapani non può dirsi completa senza includere le sue saline, strettamente legate alla città da secoli per motivi economici e culturali.
Appena a sud dell’abitato, quella che rappresenta una delle zone umide più vaste e importanti della Sicilia si estende per circa mille ettari ed è protetta da una riserva naturale regionale, affidata in gestione al Wwf. Buona parte dell’area include proprietà private, nelle quali piccole e grandi imprese esercitano la millenaria attività della “coltivazione” del sale.
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Il Museo del Sale
Si può richiedere una visita guidata (obbligatoria) oppure recarsi in camper al Museo del Sale, alle cosiddette saline di Nubia nel settore meridionale dell’area. Il mulino che lo ospita espone al suo interno una piccola raccolta di attrezzi e il personale illustra le diverse fasi di lavorazione del sale. Da qui parte anche un breve percorso circolare a piedi intorno ad alcune vasche, che consente di apprezzare il fascino di questi ambienti e scattare qualche fotografia.

Il Trapanese: da Marsala a Mazara del Vallo
Tornati sulla terraferma, la prossima tappa sono le saline di Marsala e la Riserva naturale dello Stagnone, al cui centro sorge la singolare isoletta di Mozia. Presso l’imbarco settentrionale si trova il Museo del Sale della Salina Ettore & Infersa, con annessa visita guidata tra le vasche di produzione. Da segnalare il punto-ristoro sul pontile, dove se c’è il sole l’esperienza sensoriale a base di pane cunzato (ovvero condito con pomodoro, olio, origano e sarde), impepata di cozze e cappiddruzzi (ravioli fritti ripieni di ricotta) è da Sicilia al cento per cento.
Mozia
Dieci minuti di battello dall’imbarcadero a nord oppure dall’imbarcadero storico e siamo a Mozia. Le testimonianze dell’antica colonia fenicia sono raccolte nel museo che propone reperti e pannelli illustrativi dell’importante storia isolana. Il pezzo forte è senza dubbio la splendida statua a grandezza naturale del Giovane di Mozia risalente al V secolo a.C.
Realizzata in marmo scolpito da mano abilissima, è stata rinvenuta nel 1979 e rappresenta probabilmente un auriga alla guida di un cocchio; la posa plastica e la resa naturalistica dei dettagli anatomici, appena velati da una leggerissima veste, conferiscono all’opera un fascino magnetico. La visita va completata da un anello a piedi tra i campi e i bassi vigneti, che tocca i diversi siti interessati dalle campagne di scavo tra cui il santuario di Cappidazzu. Una eccezionale passeggiata archeologica di circa un’ora nell’unico sito di origine fenicio-punica visitabile al mondo.
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Marsala
Una manciata di chilometri separa lo Stagnone da Marsala, la città dei Mille e del celebre vino liquoroso. E noi iniziamo proprio dalla visita alle Cantine Florio, tra le più rinomate della città che pure ne annovera altre tra cui Donnafugata e Pellegrino. Per un’ora e mezza veniamo condotti lungo l’affascinante percorso produttivo del Marsala, in splendidi locali storici e con degustazione finale di quattro vini e piccole delizie gastronomiche.
In centro passeggiamo tra la Chiesa Madre e quella del Purgatorio fino al parco archeologico del Lilibeo, dove all’interno del museo sono esposti i resti di una nave punica. Nel centro storico, che prende il via da Porta Nuova, lungo Via XI Maggio (nota come il Cassaro) merita una tappa l’Enoteca della Strada del Vino Marsala Doc.

Mazara del Vallo
L’indomani è il turno di Mazara del Vallo, a una mezz’ora di strada. Troviamo un centro storico interessante, ricco di edifici in stili differenti (non tutti in buono stato di conservazione) come chiese barocche e medievali; a sorpresa, c’è anche una vera e propria casbah (il quartiere con il tipico impianto urbanistico dei paesi nordafricani) in via di recupero, decorata con pannelli di ceramiche.
Sino all’avvento dei Normanni, intorno all’anno Mille, Mazara fu infatti dominata per due secoli dagli Arabi divenendo un importante centro commerciale, artistico e letterario; ancor oggi il quindici per cento della popolazione residente è di origine maghrebina ed è prevalentemente impiegata nella pesca, la principale attività economica locale.
Il centro
Il pezzo forte in città è la statua del Satiro Danzante, databile alla fine del IV secolo avanti Cristo e custodita nell’omonimo museo che si affaccia su Piazza Plebiscito. La raffinata statua di bronzo alta circa due metri e mezzo fu rinvenuta in mare da un peschereccio tra il 1997 e il 1998 (prima una gamba, poi il resto: da non perdere il filmato didattico visionabile nel museo).
Si ipotizza che il manufatto, attribuito alla scuola di Prassitele, appartenesse al carico di una nave naufragata tra il III e il II secolo avanti Cristo lungo la rotta tra la Sicilia e il dirimpettaio Capo Bon, in Tunisia, in un periodo di grande diffusione del commercio antiquario.

A pochi passi vi sono il Collegio dei Gesuiti, con l’ampio cortile e la sede del Museo Civico, e la diruta chiesa di Sant’Ignazio di cui restano altari e colonne a cielo aperto. Poco più avanti incontriamo la centrale Piazza della Repubblica con il Palazzo Vescovile e quello del Seminario, insieme alla Cattedrale con le sue cupole maiolicate; qui affaccia anche il Palazzo Comunale, la cui facciata è stata recentemente sede di un restyling. Molti altri gli edifici d’interesse, come la barocca chiesa di San Francesco e quella arabo-normanna di San Nicolò Regale; in fondo al lungomare, oltre il porticciolo turistico, si trovano il monumento al Pescatore e la piccola chiesa di San Vito a Mare.
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Tra templi antichi e santuari moderni
Siamo nel punto più a sud dell’itinerario e spostiamo il camper per un’altra trentina di chilometri fino a un’altra meta irrinunciabile di un viaggio in quest’angolo di Sicilia, e cioè Selinunte.
Selinunte, città greca
Ancora una volta si rivela vincente la scelta di visitare lo splendido parco archeologico a primavera, quando le fioriture selvatiche colorano scorci dove il tempo pare davvero essersi fermato. Due i templi ricostruiti: il Tempio E, vicino all’ingresso sulla Collina Orientale e al Tempio G, il terzo per grandezza del mondo greco antico (gli altri sono ad Agrigento e a Mileto, nell’odierna Turchia); e il Tempio C, sull’Acropoli.
Se avete tempo e voglia, vi consigliamo una passeggiata archeologica mozzafiato di circa un’ora partendo dall’ingresso: è il miglior modo per apprezzare i resti dell’antica città fondata dai Greci presso la foce del fiume Belice, oggi il Parco Archeologico più grande del Mediterraneo. A camminare tra queste rovine inondate di luce ci si sente un po’ come i viaggiatori del Grand Tour, oppure archeologi a caccia del passato quali Amedeo Maiuri, Sabatino Moscati e Filippo Coarelli. Il parco chiude un’ora prima del tramonto, la biglietteria un’ora prima della chiusura: se verrete nel pomeriggio godrete dei momenti più belli in un’atmosfera semplicemente indimenticabile.

Gibellina Vecchia, la magia del Cretto di Burri
Per chiudere l’itinerario abbiamo scelto una meta inusuale, a cui ci avviciniamo con grande curiosità e aspettativa. Si trova nelle campagne della Valle del Belice, solitarie come poche, e ha la fama di essere l’opera di land art forse più grande al mondo.
Stiamo parlando del Cretto di Gibellina Vecchia, meglio noto come Cretto di Burri, che l’artista umbro Alberto Burri realizzò tra il 1984 e il 1989 sulle rovine del paese di Gibellina devastato dal terremoto del 1968. Chiamato dall’allora sindaco Ludovico Corrao a contribuire – assieme ad altri artisti di fama internazionale – alla rinascita del paese, nel frattempo ricostruito a una dozzina di chilometri più a ovest, Burri pensò di rivestire i ruderi con un manto bianco di cemento solcato da un dedalo di stradine. L’effetto è sorprendente.
Da Selinunte col camper occorre seguire la statale 19 fino al bivio per la SP5, con indicazione per i Ruderi di Gibellina; giunti al Cretto conviene proseguire per un po’ e, dopo un tornante, si lascia il camper in un ampio parcheggio sulla destra della strada. Percorrendo a piedi il labirinto del Cretto siamo investiti da un’emozione forte. Si tratta di un’opera controversa e le discussioni non avranno probabilmente mai fine.
A noi è sembrato un tentativo riuscito magistralmente di esprimere e sublimare un dolore locale – quello della tragedia umana consumata per il sisma – in un contesto più universale dato dallo struggente paesaggio della Sicilia interna, i suoi silenzi, le sue atmosfere da romanzo.

Nuova Gibellina
È inevitabile a questo punto proseguire per Nuova Gibellina. Provenendo dal Cretto si entra al paese passando per la grande scultura a stella dello scultore Pietro Consagra. In centro, presso Piazza del Comune, vi sono diverse opere di arte contemporanea (tra cui alcune sculture e il teatro incompiuto dello stesso Consagra).
Seguendo le indicazioni raggiungiamo quindi in camper la sede della Fondazione Orestiadi. All’esterno della struttura, in fondo a un bel cortile, c’è la magnifica Montagna del Sale di Mimmo Palladino. Da vedere anche la ricca collezione di arte contemporanea all’interno della struttura, con pezzi di Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Sebastian Matta, Alighiero Boetti e tanti altri protagonisti del Novecento.
È anche questa la Sicilia che non ti aspetti: l’arte libera e provocatoria (ma anche ortodossa, e spesso multietnica) custodita entro i locali di una tipica masseria del Trapanese, il Baglio di Stefano, ancora per volontà e genio dell’ex sindaco Corrao. Autentico piacere per gli occhi. Ci viene da concludere con una sola parola: grazie.
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Pietre e tonnare a Favignana
Da Trapani la tentazione di una rapida sortita nel dirimpettaio arcipelago delle Egadi è troppo forte, e imbarcato il camper prendiamo alla svelta il largo. La nave Siremar, l’unica con trasporto auto, ferma prima a Levanzo con il suo porto dall’acqua cristallina e dopo un breve tragitto approda a Favignana. Il paese è grazioso e animato, con due piazzette dove si raccolgono bar e ristoranti (panini col tonno e cuoppi, i classici cartocci di fritti misti, saranno alla base dei nostri gustosi spuntini).
Lungo la costa orientale facciamo due passi alla scoperta della bella Cala Rossa. Ma siamo qui soprattutto per la storica tonnara Florio, il cui stabilimento è stato magnificamente recuperato con fondi europei. Il complesso fu prima affittato e poi acquistato nel 1874 assieme all’intero arcipelago dalla nobile famiglia Florio, protagonista del fortunato romanzo storico di Stefania Auci dal titolo I leoni di Sicilia.
Durante la visita guidata si ammirano gli ambienti produttivi, i bellissimi ricoveri coperti delle barche, un’esposizione fotografica permanente con opere di Salgado, Scianna, Herbert List e altri maestri internazionali e un’interessante raccolta di beni archeologici e antropologici, arricchita dalle testimonianze filmate di anziani del posto.
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Uno spazio espositivo è anche dedicato alla Battaglia delle Egadi, voluto dall’archeologo Sebastiano Tusa, scienziato di fama internazionale scomparso in un incidente aereo un anno fa. Sull’isola alloggiamo per una notte presso il campeggio Egad, nella contrada Arena. E facciamo in tempo a visitare il singolare Giardino dell’Impossibile, ricavato nelle cave di calcarenite dove, al riparo dal vento, crescono e fioriscono lussureggianti agavi, ibiscus, carrubi, lantane e molte altre piante illustrate da una guida competente.
Testo e foto di Giulio Ielardi
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