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I Giganti di Mont’e Prama
Hanno aspettato trenta secoli per venire alla luce. E poi altri trent’anni per uscire allo scoperto, dopo un lunghissimo e difficile restauro. I cosiddetti Giganti di Mont’e Prama (nome che perlopiù non piace agli studiosi), le statue nuragiche rinvenute nel 1974 e dal 2016 esposte nel nuovo allestimento del Museo Archeologico di Cabras, sono stati pazienti. Ma la lunga attesa non ha dipanato il velo di mistero che le accompagna. Rappresentano in dimensioni imponenti – circa due metri d’altezza – un piccolo esercito di guerrieri, pugilatori e arcieri, databile tra l’XI e il IX secolo avanti Cristo. Sono probabilmente le più antiche sculture a tutto tondo della storia del Mediterraneo, e sono state ritrovate in un contesto che ancora fa discutere gli studiosi.
Sul Mont’e Prama, una collinetta a due chilometri dallo Stagno di Cabras, gli scavi rinvennero un’area sacra piuttosto originale, alla base di un nuraghe di forma complessa, non più visibile. Gli oltre cinquemila frammenti di statue e modellini di nuraghe erano disposti lungo una fila da nord a sud, in prossimità di una serie di inumazioni singole disposte lungo una strada cerimoniale. A un primo sguardo, quindi, il sito appariva diverso dalle Tombe dei Giganti riferibili allo stesso periodo storico.

Inizialmente sembrava che i resti umani ritrovati fossero riferibili a giovani adulti nel pieno delle forze, forse seppelliti in un breve lasso di tempo. Questo fece nascere svariate interpretazioni: poteva trattarsi di un tempio dedicato a eroi, del sito fondante di una nuova religione basata sugli antenati, di un caso di sacrificio di massa oppure della sepoltura di combattenti dopo una grande sconfitta… o vittoria. Tra i più fantasiosi, qualcuno suggerì che si trattasse di un viale di richiamo e di benvenuto per una popolazione straniera o aliena, sul modello delle grandi statue dell’Isola di Pasqua.
Gli studiosi hanno invece definito un arco temporale piuttosto ampio, sia per quanto riguarda l’età dei defunti che per il lungo periodo d’utilizzo. Sono stati rinvenuti alcuni individui di sesso femminile e tra i corredi funebri è emerso un curioso scarabeo di incerta attribuzione; è stata infine riconosciuta la funzione di viale monumentale del santuario. Gli archeologi hanno insomma deciso di sospendere l’attribuzione di funzioni e il tentativo di ricostruire l’originaria disposizione delle statue rispetto alle tombe, ma il fascino di questi enigmatici kolossoi (come li definì il paletnologo Giovanni Lilliu) non smette di attirare visitatori.
Tanto più oggi nella nuova presentazione del Museo Civico Giovanni Marongiu di Cabras, dove sei figure intere sono esposte in una stanza sapientemente illuminata insieme con alcuni modelli di nuraghe e a una ricostruzione multimediale che tramite un touch screen permette di visualizzare tutti i reperti recuperati. E ancora di più dopo l’ultimo scavo del 2016, quando si è avuto accesso a tombe intatte e a importanti ritrovamenti: uno scanner con georadar è stato capace di dare un’idea della dimensione dell’intera necropoli e del santuario, un’area vasta più di sei ettari.

Tra i fenicotteri
La visita al nuovo allestimento del museo di Cabras – e presto, si auspica, anche degli scavi di Mont’e Prama oggi chiusi al pubblico – è un’ottima ragione per raggiungere la penisola del Sinis, di fronte alla quale un’area protetta marina tutela i preziosi ecosistemi costieri, costituiti da lunghe spiagge di sabbia, litorali di quarzo bianco e stagni retrodunali temporanei dove si alimentano stormi di fenicotteri. Sulla punta meridionale del Sinis si trova inoltre lo straordinario sito archeologico di Tharros, colonia fenicia passata sotto il controllo cartaginese prima di divenire romana: una destinazione turistica abbastanza frequentata per il grande valore archeologico, anch’essa di recente interessata da nuovi scavi.
Il territorio è inoltre particolarmente accogliente con il turismo itinerante: sulle spiagge più belle si può pernottare in camper grazie a panoramici stalli a pagamento e non ci sono sbarre o divieti nei posteggi dei musei e delle aree archeologiche. È insomma una Sardegna da godere anche d’estate, abbinando la bellezza del mare alla scoperta di emergenze culturali, oltre all’esperienza enogastronomica in cui l’isola è notoriamente meta d’eccellenza.

La visita in camper
Arrivando sul promontorio del Sinis con la SS131, da tutti chiamata la Carlo Felice, si troveranno le indicazioni per Cabras poco a nord di Oristano. La conformazione originaria e pittoresca del borgo di pescatori affacciato sugli stagni è in gran parte nascosta dagli effetti della spinta edilizia degli anni Ottanta; il museo archeologico, però, accoglie con un comodo parcheggio gratuito lungo la strada e con il fascino dei guerrieri dal volto enigmatico. Con pochi passi a piedi nel paese vecchio si troveranno le rivendite di bottarga – specialità locale – e la cantina dove assaggiare la Vernaccia di Oristano, uno dei vini più antichi della tradizione sarda.
La strada per Tharros, ben indicata, segue il profilo del golfo (purtroppo non sempre visibile) passando proprio di fronte all’antica peschiera Mar’e Pontis, ottima occasione di sosta sia per un pranzo di pesce ad alta sostenibilità ambientale che per imparare qualcosa sulla lavorazione delle uova di muggine. Il primo grande bivio che s’incontra è giusto in prossimità del villaggio di San Salvatore, che invece ha mantenuto un’originale conformazione circolare intorno alla chiesa ipogea del santo: ogni anno, nel mese di settembre, vi giunge la Corsa degli Scalzi che prende il via a Cabras.

Intorno a Tharros tra baie incantevoli
Scendendo a sinistra verso il promontorio di Capo San Marco si raggiunge Tharros (parcheggio solo diurno a pagamento) dove è indispensabile sostare per la visita dell’area archeologica. Proprio al parcheggio, vicino alla spiaggia, la chiesa bizantina e protoromanica di San Giovanni di Sinis è costruita su un sito di sepoltura paleocristiano e probabilmente anche pagano. Da non perdere anche una passeggiata verso la torre aragonese, liberamente accessibile, da cui è possibile anche godere un colpo d’occhio esterno dell’area archeologica.

Svoltando invece al bivio verso nord s’incontrano le indicazioni per le incantevoli spiagge di Is Arutas e Mari Ermi, paradisi di quarzo bianco e luccicante impreziosite (fino a maggio-giugno e da novembre in poi) da una corona di stagni salmastri popolati di fenicotteri. Entrambe sono organizzate con piazzole a pagamento dedicate ai camper e situate a due passi dal mare, e non mancano punti di ristoro allestiti in capanni dalle fattezze dei vecchi ripari dei pescatori.
Le due spiagge sono collegate da uno sterrato piuttosto sconnesso, protetto da staccionate, ideale da percorrere in bici anche per godere appieno dall’avifauna piuttosto confidente; l’alternativa è un lungo giro su asfalto (diciassette chilometri) che richiede di tornare sulla strada principale per Riola Sardo. Su questa strada, prima del bivio per Putzu Idu, si trova l’area archeologica di Mont’e Prama, oggetto di nuovi interventi di ricerca generalmente nella stagione estiva degli scavi.

Proprio seguendo le indicazioni per Putzu Idu si raggiunge il promontorio di Capo Mannu, un’area compresa tra la mondana spiaggia di Porto Mandriola e la riparata baia di Sa Marigosa, preferita dai pescatori, dove in bassa stagione è ancora possibile pernottare liberamente. L’ultimo accesso al mare degno di nota è la lunga spiaggia (sei chilometri) di dune nascosta dalla grande pineta di Is Arenas, raggiungibile dalla strada 292 per Bosa seguendo le indicazioni per i campeggi (in particolare il Nurapolis), dotata di parcheggio e accesso disabili.
La tutela delle acque
L’Area Marina Protetta Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre tutela le coste e i delicati ecosistemi delle lagune del promontorio, operando una continua sensibilizzazione sulla salvaguardia dei litorali di quarzo e sul disturbo antropico della fauna. È grazie a quanto fatto dai responsabili di questa riserva che si è iniziata a limitare l’asportazione dei cristalli, un barbaro uso per cui ogni bagnante si sente libero di portare via un po’ dell’originalissima sabbia locale mettendo seriamente a rischio la conservazione dell’ecosistema stesso. A ringraziare sono anche i fenicotteri, il cui spazio è stato delimitato da staccionate e munito di passerelle, così da poter vivere indisturbati dalle persone e dal passaggio delle auto.
Testo di Federica Botta – Foto di Alessandro De Rossi

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