In provincia di Macerata, ci addentriamo con il nostro camper per visitare tre posti meravigliosi, ricchi di cultura e poesia: Loreto, Camerano e Recanati.
Loreto

Alla Santa Casa di Loreto i pellegrini arrivano da ogni angolo del mondo. Si raccolgono in preghiera, chiedono una grazia o semplicemente si lasciano trasportare dal luogo che Giovanni Paolo II definì “cuore mariano della cristianità”. Superato il portale d’ingresso del santuario, oltre le altissime navate, si ritrovano al cospetto di un capolavoro d’architettura sacra, il monumentale rivestimento marmoreo commissionato nel 1507 da papa Giulio II a Donato Bramante.
Oggi come allora i santi e i profeti scolpiti da Andrea Sansovino, Antonio da Sangallo il Giovane e Giovanni Dalla Porta scrutano da ogni angolo il visitatore. Valicate le due porticine del bianco monumento ci si cala in un silenzio sospeso tra spiritualità e realtà storica: le tre pareti di umili mattoni stridono con lo sfarzo dell’involucro rinascimentale. Sono davvero queste le mura della casa di Maria a Nazareth, quelle che hanno accolto la nascita della Vergine e assistito al messaggio dell’Arcangelo Gabriele? E come sono arrivate fino a qui?

Il mistero della casa di Maria
Il mistero affonda nelle nebbie dei secoli. Secondo la tradizione, in una notte di dicembre del 1294 la casa terrena di Maria arrivò a Loreto in volo, trasportata dagli angeli, dopo un lungo viaggio dalla Palestina con tappa in Illiria, nell’odierna Croazia. La spiegazione storica racconta invece come le vetuste pareti sarebbero giunte in terra marchigiana dopo un lungo viaggio via mare: lo comproverebbe un manoscritto d’epoca che attesta l’invio di beni dotali a Carlo d’Angiò da parte del re d’Epiro la cui figlia stava per andare in sposa al quartogenito del sovrano di Napoli.
A dare validità alla provenienza della costruzione ci sono invece approfondimenti archeologici: «Il tipo di lavorazione – spiega padre Giuseppe Santarelli, autore di un testo sull’argomento – è tipico dell’architettura in voga ai tempi di Gesù. E inoltre nessuna pietra è assimilabile al nostro territorio». Forse nessuno potrà mai spiegare con certezza la traslazione della Santa Casa, ma è certo che quando la visione si palesò accorse tutta la popolazione della zona e presto il flusso di pellegrini prese a crescere fino a divenire incessante fra il XV e il XVI secolo.

Oltre a sprigionare una magnetica attrazione spirituale, il santuario è anche uno scrigno di opere d’arte. Nella cappella di San Marco si è al cospetto dei cherubini quattrocenteschi dipinti sulla volta da Melozzo da Forlì; nella Sagrestia di San Giovanni ecco gli affreschi di Luca Signorelli, nella Sala del Tesoro le storie della vita di Maria dipinte all’inizio del XVII secolo da Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio.
Usciamo. Oltre il lungo porticato e la piazza con la fontana dove ogni tanto qualche madonnaro si mette all’opera coi gessetti colorati si staglia la facciata del palazzo apostolico, nei cui saloni si trova il Museo Pontificio Santa Casa. Vi sono esposti arazzi realizzati su cartoni disegnati da Raffaello Sanzio, antiche ceramiche e preziosissimi dipinti di Lorenzo Lotto.

Con gli occhi che hanno fatto il pieno di bellezza possiamo meglio contemplare il panorama dell’Adriatico e dei Monti Sibillini dai camminamenti della basilica, percorrere la Scala Santa (una Via Crucis di un chilometro e mezzo che passando accanto all’immenso cimitero polacco scende per la collina fino alla stazione ferroviaria) e gironzolare per le stradine del centro storico, stipate di negozietti di articoli religiosi. Magari puntando l’occhio su qualche tavolo sistemato davanti all’uscio di casa per vedere all’opera le coronare, donne intente a fare i rosari a mano: un’attività sempre più rara.
I sotterranei di Camerano

Se accettare il mistero della Santa Casa presuppone il dono della fede quello dei sotterranei della vicina Camerano contempla indefinibili inquietudini. Come per la chiesa di Portonovo non esistono fonti scritte bensì approssimative testimonianze orali. A cosa servì scavare questi labirinti artificiali che s’allungano sotto le fondamenta di strade e palazzi creando una città ipogea?
Ascoltando la guida Marco De Seris scopriamo che i primi tunnel furono forse scavati dai Piceni tremila anni fa per creare nascondigli, depositare materiali o raccogliere acqua pura, che qui manca a livello della superficie: arriva dalle falde carsiche del Monte Conero attraverso il principio dei vasi comunicanti. Camminando nella semioscurità vediamo cisterne e passiamo per sale tra cui una a forma di croce di Venere, simbolo della fertilità: Marco ci racconta di culti legati a divinità pagane, di riti di iniziazione dei cavalieri di Malta, di riunioni di carbonari.

Risalgono al Medioevo le carceri, situate sotto il torrione che faceva da luogo di esecuzione, mentre la grotta Ricotti è un remoto luogo di culto trasformato in chiesa dai monaci basiliani intorno all’VIII secolo… e se invece, come ha affermato qualcuno, fosse legata ai templari? Troppi misteri. Meglio tornare alla luce prima che arrivino i tetri personaggi delle leggende paesane, la gigantessa del bosco o la strega Giana che uccideva chi andava ad attingere acqua alla fonte.
Recanati

Dopo aver verificato la correttezza del vecchio adagio locale, di Camerano ce n’è più sotto che sopra, volgiamo nuovamente a sud e ci dirigiamo per contrappasso verso un luogo della luce, il cosiddetto colle dell’infinito, il Monte Tabor di Recanati. A distanza di 182 anni dalla morte di Giacomo Leopardi, nel suo borgo natio tutto parla di lui. La grande dimora di famiglia nella piazza del Sabato del villaggio con la chiesa di Santa Maria dove fu battezzato, l’abitazione di Silvia e la filanda dove lavorava, il chiostro del convento di Sant’Agostino con la Torre del passero solitario, la Casa Antici dove la madre del poeta abitò e celebrò le nozze con il conte Monaldo, suo padre.
Le poesie sono un po’ dappertutto; compaiono ad ogni passo di Via Risorgimento evocando i tormenti di un animo puro e inquieto. E così, quando si vistano le sale della casa-museo, sembra di vedere il malinconico ragazzo chino sui “libri proibiti” o sulla Bibbia poliglotta che gli richiese anni di studio “matto e disperatissimo”; lui si consolava solo incrociando lo sguardo di Silvia oltre la piazzetta, oppure quando saliva il sentiero sopra l’odierno Centro Studi Leopardiani per andare a contemplare il panorama dal Monte Tabor.

Ne è passato di tempo, da allora: al panorama si sono aggiunte molte costruzioni, ma si può ben percepire la profondissima quiete immaginata dal poeta oltre la siepe che gli chiudeva la vista.
In città non mancano curiosità d’altro genere. Visitiamo la bottega dove Marco e Luca Biagini – padre e figlio – producono stupende pipe di radica e i laboriosi ambienti dove gli artigiani della ditta Castagnari, attiva da più di un secolo, creano fisarmoniche dall’acustica cristallina.
Gli edifici di Recanati e il colle dell’Infinito

Rimanendo in tema di musica incontriamo l’aura di un’altra gloria recanatese, Beniamino Gigli. Con il sottofondo della sua voce tenorile all’interno del Teatro Persiani si visita il bel museo a lui dedicato, pieno di fotografie, scritti, cimeli, addirittura il camerino con i trucchi e i pennelli originali. Aguzziamo la vista: lo vediamo per strada che gioca a bocce in canottiera o mentre canta con il cappello a terra, tra lo stupore generale, per raggranellare soldi da regalare a un mendicante. Già, perché anche all’apice della carriera il figlio del campanaro del duomo non dimenticò le umili origini.

Prima di lasciare Recanati, non lontano da Piazza Leopardi con la duecentesca torre e la statua del poeta, diamo un’occhiata al vicino prospetto scenografico nel cortile di Palazzo Venieri, in Via Cavour, dove appare la frase volat irreparabile tempus. Sembra incredibile ma proprio da qui, rosso di passione come un ultrà, si affacciava il tifosissimo Giacomo per assistere alle partite di pallone col bracciale (molto in voga nel XIX secolo) del suo idolo, il leggendario Carlo Didimi. Uno sport di cui oggi non esiste che il ricordo, e così ci torna in mente L’infinito: “e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei”. Abbandonato alla poesia s’annega anche il pensier nostro: e il naufragar ci è dolce in questo mare.
Testo e foto di Paolo Simoncelli

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