Un viaggio nel tempo, che puoi effettuare a tappe col tuo camper, alla scoperta di Gubbio, accompagnati da una guida particolare e misteriosa che conosce molto bene la città (5ª puntata)
Indice dell'itinerario

Abbiamo fatto parecchia strada risalendo la verde Valle del  Cesano, ma eccoci qui al Monastero di Fonte Avellana, abbracciato da un’aria mistica e incastonato tra i dirupi appenninici del Monte Catria. Nella conca ricoperta da ampie faggete, sorge il complesso dell’abbazia camaldolese di Santa Croce di Fonte Avellana, che rappresenta un luogo di silenzio e di pace dove poter ritrovare il proprio equilibrio psico-fisico, a contatto con la natura e con la spiritualità.

Questi spazi erano abitati da eremiti raccolti nella contemplazione e nella preghiera, con un’attenzione per i forestieri in cerca di ristoro. Tra questi giunse anche Dante Alighieri che lasciò traccia della suggestiva atmosfera di questo luogo nel XXI canto del Paradiso; al sommo poeta è dedicata la prestigiosa biblioteca all’interno dell’eremo, che conserva oltre diecimila volumi, tra codici miniati e libri sacri.

Non è un caso che il personaggio che incontrerai oggi, abbia scelto questo posto per trovare pace. Ha seguito le orme di Dante, dopo essersi pentito per quello che gli ha fatto. A breve ti spiegherò cosa intendo.

Le strutture architettoniche di Fonte Avellana

Eremo-di-Fonte-Avellana
Eremo di Fonte Avellana

Un ampio piazzale all’ingresso dell’eremo dà accesso alla chiesa, dalla pianta a croce latina, coperta da volte a botte a sesto acuto, con presbiterio sopraelevato sulla cripta dell’XI secolo. Accanto c’è il chiostro e lo scriptorium risalente al XIII secolo. Qui gli amanuensi, utilizzando la luce solare per tutta la giornata, grazie alla fitta e alta serie di ampie monofore che si aprono nella volta a botte dell’edificio, ricopiavano gli antichi manoscritti arricchendoli di artistiche miniature.

Sì, le stesse di cui si occupava Oderisi da Gubbio. Tra i pregevoli volumi ancora conservati spicca il Codice NN dell’XI secolo, primo breviario della comunità avellanita e prezioso documento dell’evoluzione delle notazioni musicali.

Scriptorium-del-monastero
Scriptorium del monastero

Appartengono alla clausura la sacrestia, il refettorio, le celle dei monaci, l’accademia, la biblioteca antica e l’appartamento abbaziale, nobili e austeri ambienti che si stringono attorno alla massiccia torre campanaria ed ospitano ancor oggi i monaci camaldolesi. Come in molti altri conventi dove si rispettava la clausura anche a Fonte Avellana si può notare un’antica ruota che serviva per passare i pasti o altro ai forestieri, senza mettere a diretto contatto questi con i monaci.

La cripta, il luogo più antico

cripta di fonte avellana
Cripta dell’XI secolo

Se scendiamo giù alla cripta entriamo nella parte più antica del complesso architettonico. È la chiesa primitiva e forse contemporanea alle origini dell’eremo, è il più antico luogo di culto esistente a Fonte Avellana, ma soprattutto è l’ambiente che meglio caratterizza l’impronta austera di queste antiche mura dedicate alla preghiera.

Con la costruzione della basilica alla fine del XII secolo la parte occidentale della chiesa primitiva è andata perduta mentre quella a oriente, ancora perfettamente conservata, presenta le finestre rivolte a est verso la luce dell’alba, luce del Risorto. Sullo sguincio delle finestre sono posti dei gradini simboleggianti l’ascesa verso la luce.

Biblioteca-Fonte Avellana
Biblioteca del monastero

Eccolo lì, nella cripta, a chiedere perdono per gli innumerevoli peccati compiuti. Ormai l’unica cosa che riesce a fare è questa. Si è ritirato alla vita monastica per espiare, con l’ascesi e la preghiera, la propria vita contrassegnata sì dalla fedeltà alla Chiesa, ma anche da tanti delitti. Eh sì, cara o caro mio, un tempo Cantuccio Gabrielli non era così docile, è stato un violento condottiero di ventura, nonché Signore di Gubbio.

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Cante Gabrielli, il Signore di Gubbio

Al tempo delle faide tra guelfi e ghibellini, sì hai intuito bene, i sostenitori del Papa dell’Imperatore, Gubbio era apertamente schierata con i primi, compresa l’importante famiglia Gabrielli, da sempre legata alla Chiesa. Nel 1300 Gubbio fu però espugnata dalla fazione ghibellina e Cante Gabrielli fuggì a Roma per chiedere aiuto alla corte pontificia e organizzare un astuto piano.

Nei giorni di festeggiamento del patrono di Gubbio, ovvero il sottoscritto, affluirono in città gruppi di sedicenti pellegrini, tra cui il Gabrielli stesso; una volta rivelatisi esponenti guelfi, questi presero rapidamente il controllo della città in festa e dopo un atto di pubblica umiliazione, i capi degli usurpatori vennero lasciati uscire dalla città, mentre il resto dei ghibellini eugubini furono sottoposti a dure vessazioni ed esecuzioni sommarie. A quel punto, eliminati i più importanti oppositori politici, Cante Gabrielli si proclamò signore di Gubbio.

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Cantuccio Gabrielli

Cante non fu solo questo. Ricoprì l’ambito incarico di Capitano generale della Lega guelfa, guidando le milizie guelfe federate e dando prova sia di diplomazia che di abili virtù militari. Fu anche podestà, la suprema magistratura cittadina, di Roccacontrada, Lucca, Orvieto, risiedendo a Gubbio nei periodi tra i vari incarichi, dove curava l’amministrazione dei propri possedimenti. Durante questi mandati dette prova di un uso spregiudicato della sua autorità, tra cui il frequente e ingiustificato ricorso alla tortura. Molti lo descrivevano come un feroce persecutore degli avversari politici e come un uomo, sì integerrimo, ma spietato.

Uno degli episodi che si ricordano a tanti secoli di distanza è proprio il contrasto con Dante Alighieri che ti accennavo prima.

L’esilio di Dante

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L’esilio di Dante

Da podestà di Firenze, Cante aveva ricevuto l’incarico di riportare concordia tra le fazioni guelfe in lotta in città, ma con questo pretesto si cominciò al contrario una sistematica repressione degli elementi percepiti come ostili alle ambizioni egemoniche di papa Bonifacio VIII. Registrate nel Libro del Chiodo del comune di Firenze del 1302, vi sono infatti le sentenze di condanna per concussione e baratteria emanate da Gabrielli contro i guelfi bianchi, tra cui Dante Alighieri.

Il poeta, allora ambasciatore a Roma, venne condannato a una multa di ottomila lire, al divieto a vita di partecipare al governo di Firenze e soprattutto all’esilio per due anni dalla Toscana. Con la seconda sentenza, non avendo ottemperato a quanto stabilito in quella precedente, Dante fu condannato al rogo, nonché alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni. Di fatto, la condanna equivaleva all’esilio perpetuo per Dante e per altri tredici maggiorenti guelfi inclusi nella medesima sentenza.

“O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”, gridavan tutti insieme i maladetti”

(Divina Commedia, XXII canto, vv. 40-42)]

L’omaggio di Carducci a Cante

Secoli dopo, Carducci gli ha dedicato un sonetto definendolo “O primo, o solo ispirator di Dante” in quanto proprio con l’esilio Dante cominciò la stesura della Divina Commedia. Noi lo possiamo considerare un fatto positivo dunque, anche se Dante non accettò mai di essere stato cacciato dalla propria città. Di risposta collocò Gabrielli nei canti XXI e XXII dell’Inferno, immaginandolo come un diavolo rubicante, ovvero il rabbioso.

Bene, è tempo di tornare a Gubbio. Si sta facendo sera e devo incontrarmi con un amico per brindare al suo pensionamento. Vieni, devo raccontarti le ultime curiosità della mia città prima che termini il nostro viaggio.

Testo di Fabrizio Roscini

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