Personaggi famosi in camper: Manolo si racconta a PleinAir

Tra i personaggi famosi in camper abbiamo intervistato Manolo. Dagli albori dell'arrampicata alla conquista delle falesie di tutta Europa

Probabilmente il nome Maurizio Zanolla non vi dice nulla perché è conosciuto come Manolo. Ha fatto la storia dell’alpinismo e dell’arrampicata sportiva e noi lo abbiamo intervistato per la rubrica dei personaggi famosi per farci raccontare il suo rapporto con il camper.

Manolo, l’uomo ragno delle Dolomiti

Schivo e poco amante dei riflettori, Manolo finisce sulle pagine dei giornali e in tivù conquistando il pubblico con l’abbigliamento attillato, gli occhi di ghiaccio, i ciuffi ribelli, il volto da eterno ragazzo, l’incredibile elasticità con cui danza da un appiglio all’altro.

Ascese in free solo, lavorate, a vista o su vie lunghe. E quel 9a+ che lo colloca in un empireo di pochi. Fra gli anni Settanta e Ottanta, quando Manolo battezza vie e primeggia nelle falesie di tutta Europa, l’arrampicata sportiva è ancora agli albori.

L’uomo ragno che nel giro di pochi anni sarà conosciuto come “Il Mago” è ancora un sedicenne quando s’incammina dalla sua casa di Feltre verso le Dolomiti Bellunesi e mette le mani per la prima volta sulle rocce. Inizia così il suo approccio con l’arrampicata.

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Manolo: “La vera avventura è partire”

«Fu una passione improvvisa. Toccare la parete liscia mi emozionò tantissimo. Mi sembrava di averlo sempre fatto, sentivo che era solo una questione di pazienza e avrei messo insieme tutto. Vedevo quella superficie fredda muoversi come una pelle, mostrarmi le sue rughe; gli appigli erano lì: dovevo
solo metterli in fila».

Manolo ci spiega il suo approccio con la verticalità, una dimensione in cui la salita alla vetta non rappresenta il fine ma è parte di un’esplorazione. Anche interiore.

«Non riesco ancor oggi a comprendere come un ragazzino nato in un ambiente privo di qualunque cultura alpinistica – nella mia famiglia le montagne erano considerate luoghi inutili, impervi e pericolosi – si sia messo a scalare attribuendo la massima importanza alla qualità del percorso effettuato. Nei primi anni non mi preoccupavo di salire in cima alle montagne, volevo salirle in quel modo: da solo, senza chiodi né aiuti. Era pericolosissimo, e sono consapevole di essere stato molto fortunato. Ma avevo una grande voglia di scoprire gli abissi dentro e fuori di me».

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D. C’era dell’altro? Bisogno di libertà? Di avventura?

«Quand’ero adolescente, negli anni Settanta, come molti della mia generazione ho sentito l’esigenza di scendere in piazza per cambiare qualcosa, fare politica veramente. Le cose sono andate in modo diverso,
e probabilmente è stato proprio per reagire a quella delusione che ho cercato nelle mie Dolomiti una mia strada alternativa. Mi sono messo a cercare le cime più lontane e inaccessibili, ad andare là dove non c’erano bivacchi, strade o sentieri. Luoghi dove non mi avrebbero mai trovato se fossi scomparso, perché l’unica indicazione che lasciavo a casa era un foglio sulla tavola con su scritto a matita “sono in montagna”. Fu lì che scoprii che la vera avventura è partire senza sapere dove arrivi e quando arrivi».

D. Ci sono stati anche luoghi lontani?

«All’inizio, quando non sapevo che il mio vero cammino sarebbe stato verticale, ero curioso di andare, di conoscere. A meno di vent’anni – non avevo ancora la patente – mi misi in viaggio verso l’Afghanistan con pochi soldi in tasca. Presi uno degli ultimi Orient Express da Venezia a Istanbul e da lì arrivai a Kabul con un bus. Finito il denaro, riuscii in qualche modo a tornare a casa. Fu un’avventura bellissima. Ogni giorno c’era una variante, ogni occasione era buona per allungare +la strada. Sì: è il viaggio, non la meta, la parte più interessante. Viaggiare ti insegna a conoscere, cambiare, adattarti, a vedere le cose in modo diverso. Ancora oggi i nostri viaggi sono liberi, e questa è una delle possibilità e forse uno dei lussi che posso permettermi.

Arrampicata e camper

D. Ha mai viaggiato con un mezzo abitabile?

«Potrei dire quasi da sempre. Agli inizi quando andavo ad arrampicare per più giorni mi accampavo con
una tenda. Ben presto però capii che era meglio dormire all’asciutto piuttosto che ritrovarmi in una
pozzanghera in caso di pioggia. Osservavo con invidia i tedeschi che si cucinavano un pasto caldo
nei loro camperini. Non appena ne ho avuto la possibilità ho acquistato un furgoncino su meccanica
Volskwagen
e l’ho attrezzato dotandolo di letto e cucina. E ne ho approfittato spesso d’inverno, ad esempio quando arrampicavo sulle Alpi Svizzere, rifugiandomi al caldo alla fine della giornata. Successivamente sono passato a un altro Volkswagen di dimensioni maggiori, anche in questo caso
allestito da me, e infine a un California 4×4 attrezzato di serie e dotato di vari comfort.

D. Una comodità e un’autonomia in più che meriterebbero un pensierino, no?

«Sì, sarebbe ideale avere qualcosa di simile con doccia e bagno. Tuttavia non sono mai passato a un camper vero e proprio perché questo è il mio unico mezzo che impiego nei miei viaggi di lavoro e nelle necessità della vita quotidiana. La casa dove vivo a Primiero, che ho costruito con le mie mani, si trova in un luogo isolato, al di fuori del paese. Per questo ho bisogno di un veicolo con meccanica 4×4, capace di portarmi in giro anche con mezzo metro di neve, e al tempo stesso abbastanza +agile da poter essere utilizzato come vettura».

Manolo-arrampicata sportiva-furgone-costa-mare-strada

D. E in vacanza?

«Da sempre, insieme a mia moglie e ai miei figli, il furgonato rappresenta il nostro modo di viaggiare, in una dimensione assolutamente itinerante che ci appaga moltissimo. Ci piace infilarci nei posti più selvaggi, raggiungere luoghi dove il caos e la gente non arrivano. Ci piace cambiare di continuo lo scenario: oggi il mare, domani la montagna, un altro giorno ancora un giro in bici… Grazie a un mezzo del
genere puoi fare cose che mai ti sogneresti con un albergo a cinque stelle. Non saprei immaginare un altro modo per divertirmi di più».

D. Una meta che ricorda volentieri?

«Sono stato diverse volte in Sardegna, sia con la famiglia che per lavoro: è uno dei posti più belli che ho potuto vedere, anche perché è molto varia. E poi grazie al nostro mezzo abbiamo potuto raggiungere luoghi incredibili sia nell’entroterra che sulla costa. È impagabile scalare di giorno una falesia e al tramonto ritrovarsi in riva al mare in posti altrettanto selvaggi. Non siamo dei misantropi, sia chiaro. Mio figlio va all’università, mia figlia frequenta le superiori, mia moglie lavora in un ufficio del Parco naturale Pale di San Martino-Paneveggio, io di contatti ne ho fin troppi tra presentazioni, lavori, incontri con il pubblico… Però quando posso stacco la spina e sto benissimo: è una scelta che ho fatto e considero un privilegio poter vivere senza confusione, senza chiacchiere inutili, senza il nervosismo cittadino e quelle
strade affollate dove sembrano tutti matti».

furgonati-tenda da tetto


D. Oggi la montagna è un ambiente in pericolo, e al tempo stesso per sopravvivere ha bisogno di gente che la frequenti. C’è un equilibrio possibile?

«Quando ho scoperto le montagne una delle cose che mi ha colpito di più è stata la loro fragilità. Sono delicate, hanno un equilibrio labile. Non possiamo intenderle come un giardino o un balcone. Mi piacerebbe che ci fossero un rispetto e una consapevolezza sempre maggiore verso questi luoghi che ci danno la vita – l’ossigeno, l’acqua! Vorrei che non fossero trattate come dei parchi da gioco. La montagna insegna un modo di vivere diverso, vero, lontano dalle false sicurezze. Ed è ancora questo quello che cerco».

furgoni camperizzati-montagna-alberi

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