Dalle sorgenti ai piedi del Monviso fino al Delta che si protende nell'Adriatico: seconda puntata del viaggio lungo il grande fiume alla scoperta di rocche, città d'arte e oasi naturali, rincorrendo il confine tra Lombardia ed Emilia Romagna.
Indice dell'itinerario

Biciclette e violini, le regge decadute, l’aroma del culatello. E’ l’Italia lungo il Po che si fa densa di cultura e storie di uomini, che ad ogni ansa sembra voler aggiungere una pagina ancora, un altro capitolo. I silenzi dei montagnard lasciano il campo alle arie di Giuseppe Verdi, l’oro di Valenza agli strumenti capolavoro di Stradivari, i valloni impervi dove saltano gli stambecchi alla Bassa ricamata di salici e di pioppi.

La natura sì, c’è ancora. Guidi il camper lungo rettifili interminabili e ti passa accanto il volo leggero degli aironi. Pedali in bici fino alla lanca e il manto smeraldino della lenticchia d’acqua ti sorprende come il più fresco dei regali nel torpore della pianura. Ma non è più e non sarà più come prima. Dopo i dislivelli vertiginosi dell’alta valle piemontese, il Po ora dispensa spazi e pianure a destra e a manca, eppure i luoghi per la sosta vanno scelti con cura: per trovare l’ombra accogliente di un albero e per schivare grumi di svincoli, ponti, periferie non memorabili.

Basta concentrarsi sul rovescio, anzi sul diritto della medaglia. Vale a dire la facilità degli spostamenti, la vicinanza delle tappe, la presenza timida ma diffusa di oasi naturali, soprattutto il distillato di cultura che offrono le città – sempre di dimensioni contenute – ma anche molti piccoli centri. Lungo il grande fiume qui c’è un pezzo dell’Italia in testa alle classifiche della qualità della vita, la provincia a misura d’uomo che convince e incanta. Allora al viaggiatore non resta che seguire la linea, assecondare il genius loci; condurre il camper da un luogo all’altro (tra aree di sosta numerose e ben distribuite, va detto subito) e poi, chiusa la porta, aprire la guida ai monumenti e pure quella ai ristoranti, scoprire teatri e musei. E poco più avanti salire sul sellino e pedalare tra le campagne, puntare il binocolo sul mondo della palude, passeggiare lungo gli argini a guardarsi con calma quel mare d’acqua che scivola lentamente verso est. Tornati al volante, magari viene voglia di metter su l’Aida.

Le rocche e gli aironi

Pavia si annuncia con il ponte sul Ticino, che poco più avanti sfocia nel Po

La seconda puntata del nostro viaggio verso l’Adriatico ha inizio a Pavia anche se, va pur detto, più che del Po questa è città del Ticino (ma la confluenza è a 5 chilometri): persino sotto il famoso ponte coperto, il fiume azzurro sfoggia appunto un colore che il nostro neanche se lo sogna. Un po’ per rispettare il confine invisibile con un altro viaggio, un po’ perché la ricordiamo bene, non entriamo in centro ma ci limitiamo a raggiungere la Certosa nella campagna a nord dell’abitato. Poi via lungo il Po per stradine secondarie, merletto padano di single tracks da percorrere facendo attenzione agli incroci con gli altri veicoli per via della carreggiata ridotta. A Somaglia, 3.000 abitanti vivono intorno al castello trecentesco di Bernabò Visconti, poi trasformato in età barocca.

Birdwatching alla riserva naturale di Monticchie
Birdwatching alla riserva naturale di Monticchie

Appena fuori paese, la riserva naturale di Monticchie protegge 40 ettari di bosco ad aceri e ontani neri dove un tempo il Lambro si congiungeva al Po formando un grande lago: è l’oasi verde di centinaia di coppie di ardeidi – vera e propria città di aironi cenerini, garzette e nitticore – che nidificano in una grande garzaia. Nei campi coltivati tutt’intorno, d’inverno pasturano le pavoncelle e caccia il falco di palude.

Il Palazzo Pubblico a Piacenza
Il Palazzo Pubblico a Piacenza

Piacenza da qui è davvero vicina. E’ l’antica Placentia fondata dai Romani nel 218 a.C., con il centro storico ancora a ridosso della sponda destra del Po. Fornaci, magazzini, filande e dogane che un tempo sorgevano sulle rive, naturalmente, oggi non ci sono più – c’è invece l’autostrada – e la guida rossa del Touring scrive che con il fiume la città mantiene un rapporto di estraneità . Il nucleo della parte vecchia è la Piazza dei Cavalli, dalle due statue equestri in bronzo dei Farnese (del ‘600, opera di Francesco Mochi): su questo spazio affacciano il Palazzo Pubblico detto il Gotico, il neoclassico palazzo del Governatore e la chiesa di San Francesco. In fondo alla Via XX Settembre sta invece il romanico duomo con il campanile e la facciata in arenaria e marmo, e poco distante sorge la vecchia cattedrale del patrono Sant’Antonino. Da Piazza Cavalli bisogna andare verso il Po, lungo Via Cavour, per raggiungere il blocco dei musei principali di Piacenza oggi riuniti nei saloni decorati al pianterreno della trecentesca Rocca o Cittadella Viscontea.

Prima di riprendere la strada, date un’occhiata alla mappa. Da qui e per svariate decine di chilometri il corso del fiume s’impenna e s’abbassa senza regole, come il tracciato di un elettrocardiogramma poco tranquillizzante. In quello che i geografi descrivono come il suo corso mediano le anse del Po s’approfondiscono, lasciandosi alle spalle tracce più o meno evidenti di meandri passati. Quasi si chiude in un cerchio la grande ansa di Monticelli d’Ongina, prossima tappa (con area attrezzata) e località rinomata – almeno così dicono i dépliant turistici – per la coltivazione dell’aglio e altre produzioni orticole, praticate appunto nell’area golenale del fiume.

Ma qui da visitare c’è soprattutto uno spettacolare castello, che ancora non è conosciuto e valorizzato come merita: a pianta rettangolare e cinta tuttora dal fossato, oggi rivestito d’erba, la poderosa rocca fu eretta per volere dei Pallavicino a partire dal 1420 e mantiene tuttora le torri cilindriche, il mastio e i camminamenti di ronda. Al suo interno i volontari del Gruppo Culturale, coordinati da Giuseppe Fornasari, hanno costituito e materialmente allestito – recuperando i sotterranei e altri locali – un interessantissimo Museo del Po con annesso acquario (numerose vasche con storioni, scardole, anguille e altre specie), un Museo Etnografico e un Museo Culturale con reperti archeologici e paleontologici, tra cui le corna di un uro rinvenute sul greto del fiume. La ricchezza delle collezioni meriterebbe maggiori investimenti, in particolare per l’illuminazione dei locali e per la manutenzione. Splendidi, inoltre, gli affreschi della piccola cappella del castello, opera quattrocentesca del lombardo Bonifacio Bembo.

Verdi e Stradivari

A Cremona, particolare dell’orologio astronomico della facciata del Torrazzo

A un tiro di schioppo, Cremona è una gran bella cittadina ricca d’interesse per il turista. Nell’elegante piazza centrale il duomo ha la facciata adorna di sculture, mentre all’interno conserva interessanti affreschi cinquecenteschi; a pochi metri si eleva il battistero, con l’alta volta ottagonale in cotto. Sempre nella piazza, di fronte al porticato Palazzo del Comune, si elevano i 111 metri del celebre Torrazzo, con un curioso orologio astronomico all’esterno: saliti i 502 gradini si raggiunge il belvedere più straordinario della città, raccolta nell’estensione e ancora circondata dalla campagna.

Oltre a sfarzose pasticcerie, facile incontrare lungo le stradine del centro le botteghe dei liutai. Per approfondire il discorso tappa obbligata è il Museo Stradivariano, all’interno del complesso dei musei civici, che espone tutti gli strumenti usati dal maestro e alcuni violini di bottega; un filmato che ha come protagonista Salvatore Accardo presenta la collezione. A fine giornata, per un po’ di relax si può approfittare dell’area lungo il Po, attrezzata ad uso sportivo con impianti, piste ciclabili e noleggio barche.

Tavolini dei caffè con vista sul battistero di Cremona
Tavolini dei caffè con vista sul battistero di Cremona

All’uscita dalla città il fiume punta a sud e noi con lui, entrando in Emilia Romagna. Ci spostiamo a Busseto, capitale dei luoghi verdiani, meta di pellegrinaggio di migliaia di appassionati che da tutto il mondo giungono qui per vedere dove nacque e visse l’autore della Forza del destino, della Traviata, del Nabucco e di tante altre opere che hanno fatto e fanno la gioia di milioni di melomani in tutto il mondo.

Come spesso accade in luoghi simili, Giuseppe Verdi qui è ovunque: nella statua in bronzo davanti alla rocca rifatta a metà ‘800 in stile gotico, nel nome della bella piazza coi portici e in quello di bar e ristoranti. E pure del teatro comunale che, realizzato nonostante il parere contrario del maestro e inaugurato nel 1868 col Rigoletto, è di piccole dimensioni contenendo solo 300 posti a sedere: ma per le opere, che tuttora vi si rappresentano in un paio di occasioni all’anno, si devono togliere le prime tre file per far spazio all’orchestra.

Come in passato i cittadini di Busseto hanno accesso libero alle prove, e proprio grazie al legame con la cittadinanza questo piccolo teatro non chiude, al contrario di altri nella regione. In paese ci sono poi da vedere altre cose, come la Collegiata di San Bartolomeo, il Museo Civico ospitato nei locali della cinquecentesca villa Pallavicino, il complesso francescano di Santa Maria degli Angeli. Nella frazione Sant’Agata visitiamo invece la Villa Verdi, dove il maestro compose tutte le sue opere principali (spesso, spiegano le guide, lavorando di notte): circondata da un magnifico parco e ancora parzialmente abitata dagli eredi, vi si coglie – anche senza musica, la cui assenza abbiamo particolarmente avvertito – l’aura del luogo.

La visita è guidata a gruppi e dura una quarantina di minuti; c’è pure un fornito negozio dove i nostalgici delle vecchie mille lire troveranno il volto barbuto di Verdi riprodotto su sottobicchieri e foulard, calendari e tappetini per mouse. Ultima tappa di questo pellegrinaggio è Roncole, dove c’è la semplice casa in cui, il 10 ottobre del 1813, nacque il piccolo Giuseppe da un oste e da una filatrice.

La statua di Giuseppe Verdi a Busseto
La statua di Giuseppe Verdi a Busseto

Natura in bicicletta

La fastosa Reggia di Colorno
La fastosa Reggia di Colorno

Dopo un’intensa tappa gastronomica a Soragna, immancabile nella terra del culatello di Zibello, seguendo la sponda destra del Po si giunge a Colorno. Il grande complesso della ex reggia Farnese, con annesso parco scandito da boschetti e fontane, conta più di quattrocento stanze e ospita, oltre alla parte che si visita con guida, una scuola di scienze gastronomiche, sale congressi, complessi sanitari e associazioni varie.

Il percorso obbligatorio comprende il piano nobile, la cappella di San Liborio e l’appartamento nuovo del duca Ferdinando di Borbone; in 40 minuti si percorrono sale completamente spoglie (quasi tutto l’arredo fu prelevato dai Savoia prima di lasciare la proprietà della residenza), ammirando però gli affreschi sulle volte, i camini originali e alcune stanze come l’osservatorio astronomico al piano alto e la sala principale con ricchissimi stucchi.

Escursione in bici nella riserva della Parma Morta
Escursione in bici nella riserva della Parma Morta

Da Colorno passa la Bici Parma Po, uno dei percorsi ciclabili più battuti della zona. Sono 50 chilometri sull’argine del Po da Polesine a Mezzani, percorribili in 5 ore escluse le soste. A chi vuole coprirne almeno un tratto suggeriamo quello che passa per la vicina riserva naturale di Parma Morta, segnalata nella campagna di Mezzani presso alcuni laghetti di pesca sportiva. Nell’angolo nord-orientale della provincia di Parma, l’area protetta comprende un tratto di circa 5 chilometri dell’antico alveo del torrente, affluente di sinistra dell’Enza. A ridosso del Po, con i suoi filari di alberi e le strisce di canneto, offre rifugio a una comunità animale numerosa quanto discreta, ormai rifiutata da un territorio circostante che ha subito profonde trasformazioni ambientali. Sulle dueruote si pedala – naturalmente in pianura! – lungo una bella lanca con tratti di bosco allagato, mentre fagiani e lepri si lasciano avvistare con facilità nei campi.

A soli 10 chilometri da qui c’è poi l’oasi di Torrile, una delle più belle della LIPU (con punto sosta camper) dotata di percorsi su passerelle in legno, in parte sospese sull’acqua, che portano ai capanni di osservazione; vi sono stati realizzati anche un Centro Anatidi e alcune voliere per un programma di allevamento e reintroduzione della cicogna bianca.

Chi invece preferisce l’arte troverà di nuovo pane per i suoi denti (e un’area attrezzata) facendo un’altra breve digressione in Lombardia a Sabbioneta, la conosciutissima città ideale di Vespasiano Gonzaga, che nel ‘500 vi promosse la nascita di una corte colta e illuminata. Nell’esagono praticamente perfetto delle mura i vari monumenti scandiscono uno spazio quasi metafisico: il Palazzo Ducale, la parrocchiale dell’Assunta, il Teatro Olimpico, la Galleria degli Antichi sfilano davanti ai nostri occhi di turisti un po’ intimiditi da tanta cerebrale bellezza.

Dopo Brescello (di nuovo un’area attrezzata) torna protagonista il Po. Al Lido di Guastalla, segnalato in paese e dove porta anche una piacevole pista ciclabile, il fiume si mostra in tutta la sua solenne imponenza. Abbellito da foto ricordo un po’ inquietanti, un chiosco bene in vista propone lo sport locale che va per la maggiore, cioè la pesca al siluro: pesci gatto dalle proporzioni gigantesche (arrivano al quintale) sono la preda più ambita di pescatori soprattutto stranieri – austriaci e tedeschi in testa – che ne apprezzano le carni. Per strappare i bestioni al Po occorrono una lenza robusta e il klonk, un arnese di legno che sbattendo sull’acqua richiama i pesci fino all’esca, rappresentata da una piccola anguilla viva. Al Lido ci sono anche delle capanne in legno, frequentate da pescatori e residenti, e una piccola area giochi.

Un'insegna nei pressi di Luzzara
Un’insegna nei pressi di Luzzara

Più avanti, a Luzzara, dove il Po cessa di far da confine tra Lombardia ed Emilia Romagna, alcuni cartelli naïf appena dietro la sponda invitano ad amare il fiume e a rispettarlo. Tutt’intorno la geometria solitaria dei pioppeti golenali e poi campi, argini infiniti.

Isole, laghi, storie d’acqua

Tra le tante occasioni di natura da vivere una sportiva gita con la pagaia
Tra le tante occasioni di natura da vivere una sportiva gita con la pagaia

A San Benedetto Po da vedere c’è la monumentale abbazia di Polirone, fondata nel Mille e rimaneggiata più volte. Al primo piano del chiostro quattrocentesco di San Simeone è ospitato l’importante Museo della Cultura Popolare Padana: ben 10.000 e più oggetti suddivisi nelle sezioni dedicate al teatro popolare dei burattini e delle marionette, ai cicli agricoli, ai mestieri di una volta, al fiume e alla sua gente; vi trovano spazio anche opere d’arte contemporanea.

Dal paese, dopo il ponte sul Po, si arriva subito a Mantova. Impossibile tirar dritto, anche se valgono le considerazioni fatte all’inizio per Pavia. Qui il fiume è il Mincio, protagonista dell’omonimo parco naturale che comprende le magnifiche valli e i laghi dove si affacciano i principali monumenti del centro storico. Di tutte le straordinarie attrattive cittadine – per le quali è sufficiente sfogliare una buona guida – basti citare le delizie architettoniche e cromatiche di Palazzo Te, capolavoro di quel Giulio Romano (1499-1546) che fu sommo artista ma poco noto al grande pubblico perché sovrastato dal gigante Raffaello, suo maestro.

Nel palazzo, le tre sale dei Cavalli, dei Giganti e di Amore e Psiche sono autentici capolavori dell’arte italiana; interessante e ben messa la piccola collezione egizia raccolta da Giuseppe Acerbi, il viaggiatore mantovano che nell’800 si spinse fino al Delta del Nilo e, su tutt’altra rotta, perfino a Capo Nord.
Ma il fiume chiama.

Il mulino galleggiante di Revere
Il mulino galleggiante di Revere

Proprio sopra Revere, pochi chilometri dopo la confluenza del Mincio, è stato da poco realizzato un mulino galleggiante ad imitazione di quelli che un tempo sul Po lavoravano senza sosta. In paese va visitato anche il sorprendente Palazzo Ducale turrito con un delizioso chiostro tutto in cotto e un pozzo al centro, gli uffici della Pro Loco e ai piani superiori alcune collezioni di pittura, nonché un interessante piccolo Museo del Po con bella collezione di vecchie mappe del fiume, modellini di imbarcazioni, reperti vari.

A Ostiglia, subito sull’altra sponda, segnalate lungo la statale e poi raggiunte con una serie di stradine ci sono invece le omonime paludi, tutelate da una riserva naturale di circa 120 ettari. Dal centro visite parte un bel percorso anche ciclabile che raggiunge alcuni capanni, il primo dei quali sopraelevato, da cui osservare la ricca avifauna locale: un numero sorprendente di aironi rossi e cenerini, falchi di palude, albanelle minori. Al confine con la provincia di Verona, residuo delle Valli Grandi estese migliaia di ettari prima delle bonifiche dell’800, si tratta di una zona umida riconosciuta d’importanza internazionale. Oltre un argine di terra che la separa dai campi, più bassi di un paio di metri, la palude ospita un vasto canneto e cariceto.

L'isola Bianca, quasi alle porte di Ferrara, è una delle più antiche isole fluviali del Po
L’isola Bianca, quasi alle porte di Ferrara, è una delle più antiche isole fluviali del Po

Passati Borgofranco sul Po, Castelmassa e Gaiba (dove in rapida sequenza si trovano comode aree attrezzate per camper) a chiudere questa puntata del viaggio si va infine a Isola Bianca, una delle più antiche isole fluviali del Po ormai quasi alle porte di Ferrara: ben segnalata, si raggiunge da Pontelagoscuro in direzione di Francolino percorrendo poi un breve tratto in barca. Circondata com’è dall’acqua e ricoperta interamente di vegetazione, compresa in un’altra oasi LIPU, offre rifugio nell’arco dell’anno a un’ottantina di specie di uccelli tra cui picchi, sparvieri, cormorani, aironi che vi nidificano con centinaia di coppie. Sembra che l’isola già esistesse fra il ‘400 e il ‘500, al tempo degli Estensi che la usavano per le feste estive all’aperto: oggi è l’ennesimo piccolo santuario della natura creato e difeso dal Po, prima di proseguire verso il Delta.

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