La Jugoslavia era un mito e un mistero dall’altra parte dell’Adriatico. Nelle giornate particolarmente serene o dopo un temporale se ne scorgevano le prime isole, bastava alzarsi di poco sul livello del mare; a tal proposito, il Monte Conero costituiva un osservatorio privilegiato. Finché un giorno a qualcuno venne la geniale idea di stabilire un collegamento fra le due sponde, piccole navi passeggeri che neppure prevedevano l’auto al seguito. Ciò permise ai nostri padri, che non avevano mai viaggiato, di conoscere l’emozione di una frontiera, anche se dopotutto si trattava di una semplice andata e ritorno in ventiquattr’ore fra Ancona e Zara.
Nacquero così le prime tratte marittime turistiche, e anche noi ci imbarcammo con l’auto e la tendina a esplorare il nuovo mondo. Scoprimmo un mare meraviglioso, calette incontaminate, merende a base di prosciutto dalmata e salama nelle osterie (qui chiamate gostiona o gostionica), ma anche sterrati dell’entroterra simili a letti di torrente. Con i traghetti arrivò anche il turismo di massa. Le calette vennero recintate nei campeggi o cementificate, ma giunse la guerra a sconvolgere questo paradiso: per la prima volta sui nostri porti vedemmo imbarcarsi, al posto di camper e caravan, veicoli militari con le scritte UN (United Nations) e alpini in assetto da combattimento. Poi, stabilizzate le nuove frontiere, la pace è tornata, ma non ovunque: tra le separazioni unilaterali (ultimo il Kosovo) e le tensioni mai sopite fra musulmani e cristiani, chi si azzarda a rischiare di infilarsi in qualche guaio? Inguaribili curiosi: l’abbiamo fatto noi.
Fra Croazia e Montenegro
Allo sbarco in un pomeriggio di sole, Spalato splende nei suoi acciottolati resi lucidi (e pericolosamente scivolosi) da secoli di pedate. L’intrico di vicoli, le facciate di alcuni palazzi, addirittura una copia delle Paratie di Piazza San Marco fanno pensare di essere a Venezia. Ma Spalato non è solo famosa per il Palazzo di Giustiniano: su un colle appena fuori città giacciono i resti dell’antica città di Salona, che si raggiungono seguendo la segnaletica stradale dell’autostrada verso nord. All’uscita del sobborgo di Solin una colonna con capitello veglia su un bivio: prendendo a sinistra si raggiunge in neanche 500 metri il parcheggio. L’area archeologica si può ammirare nel complesso dall’alto del primo sentiero, ma è il caso di andare fino in fondo dove il piccolo anfiteatro è incorniciato dalla lontana vista del porto di Spalato.
Da qui inizia la traversata verso sud. Saltando le affollate località balneari (ma senza lasciarsi sfuggire le allettanti cale raggiungibili per stradelli direttamente dalla statale), nonché tagliando con le prime frontiere del nostro itinerario Neum e lo stretto sbocco sul mare di Bosnia ed Erzegovina si arriva a cercare un parcheggio sotto le mura di Dubrovnik, la vecchia Ragusa.
A ogni porta d’accesso alla città è apposta una mappa con la denuncia dei numerosi edifici danneggiati da una guerra che ha rischiato di farci perdere questa città meravigliosa, risorta più bella di prima: nel passeggiarvi ricordiamo le emozioni di quando tanti anni fa la scoprimmo. La strada poi rientra per una piana coltivata; a Gruda l’indicazione di un mulino trasformato in ristorante ci invita a una breve deviazione verso una zona idilliaca di acque e canali, con i ruderi di altri piccoli mulini tra frutteti e vigneti. Tornati sulla via principale siamo alla frontiera con il Montenegro, che si attraversa senza troppe formalità: è sufficiente acquistare al costo di 30 euro un permesso da applicare al parabrezza: la chiamano tassa ecologica e varrà un mese.
La prima cittadina di questo paese si chiama Herceg Novi e merita una pur veloce visita per la Stari Grad, il vecchio centro di pittoresche case con una fortezza (la cosiddetta torre sanguinaria, trasformata in prigione durante la dominazione turca) che incombe sulla piazza principale dove si ammirano le cupole della chiesa ortodossa.
Ci attendono ora le Bocche di Cattaro: un traghetto evita il periplo del grande bacino (che sembra un lago ma in realtà è un fiordo) ma noi procediamo verso i piccoli insediamenti rivieraschi che si susseguono fino al capoluogo Cattaro, città circondata da mura e da acque. Lasciato il camper nel grande parcheggio a pagamento, ci incamminiamo alla scoperta della cattedrale, di due chiesette ortodosse e di palazzi davvero notevoli. Da qui verrebbe istintivo completare il periplo della bocca, ma – in particolare durante l’alta stagione o se si è alla guida di un mezzo ingombrante – è del tutto sconsigliato infilarsi in una strada decisamente stretta con pochissimi slarghi per incrociare chi proviene dal senso opposto.
Proseguendo lungo la costa incontriamo prima Budva e poi Sveti Stefan, accessibile solo a pagamento: ci si tiene istintivamente fuori, basta una foto dal belvedere al mosaico dei suoi tetti. Proseguiamo invece verso il confine albanese e raggiunta Bar si cerca subito l’indicazione per il primitivo insediamento, Stari Bar. In cima a una salita di circa 4 chilometri si viene accolti da un comodo parcheggio alberato; il paesino è delizioso, con botteghe e ristorantini che non invadono più di tanto l’unica strada.
Davanti alla rampa per accedere ai resti della città antica siamo di nuovo alle prese con l’acciottolato lucido e scivoloso che di certo renderà acrobatica la discesa. Ma c’è anche una strada asfaltata che raggiunge la cittadella, e con un po’ di fortuna si trova posto in un piccolo parcheggio. L’accesso alle rovine è un’imponente porta che contiene la biglietteria; un cartello mostra quanto grande fosse l’impianto originale, mentre alcune indispensabili frecce tracciano il percorso da effettuare per non perdersi nel labirinto di ruderi e di edifici semidiroccati. Una puntata a Ulcinj, ultima cittadina prima del confine: a leggere la guida, vi si dovrebbe vivere un’atmosfera albanese, ma in realtà troviamo solo traffico caotico e un impianto urbanistico per nulla interessante.
Da qui, per non ripercorrere la costiera, tagliamo verso l’interno in direzione dello Skadarsko Jezero, il grande lago che fa da confine tra Montenegro e Albania. La strada è stretta ma poco trafficata fino a Vladimir, un insediamento costituito solo da bar, ristoranti e baracchini di prodotti artigianali albanesi. Si prosegue per Ostros su una via di montagna tagliata nella roccia: per vedere il lago bisogna scollinare ai 996 metri dei valico di Stegvas, dopodiché siamo accolti, in particolare nel paesino di Arbnes, da immensi castagni secolari.
Dopo Ostros, altro villaggio tutto di bar e ristoranti, la strada – ora decisamente stretta e con qualche tunnel – sale per poi precipitare a tornanti verso una zona di produttori vinicoli; ignoriamo le proposte di vendita diretta ma non possiamo non essere calamitati, in località Gradinje, da una meravigliosa piccola osteria a conduzione familiare, ove c’è già una compagnia a far festa. Virpazar è subito più avanti, con la sua bella piazza alberata. Abbiamo ritrovato una via più grande, quella che dalla costa va a Podgorica. In prossimità del ponte sulla testa del lago, gli spettacolari ruderi della fortezza Lesendro.
Capitale del Montenegro, Podgorica è una città sorprendentemente ordinata e tranquilla, con un grande parco centrale presso cui si può pernottare in libertà. Non lontano si trova il monastero di Ostrog, il più importante della regione, situato in posizione spettacolare sul fianco dritto del monte. Per raggiungerlo bisogna risalire la valle del fiume Zeta puntando su Niksic: dopo una quarantina di chilometri s’incontra il bivio. I nostri lettori avranno forse la fortuna di guidare sulla nuova bretella asfaltata risparmiandosi il calvario che non possiamo fare a meno di raccontare: una stradaccia stretta e senza protezioni (con preoccupanti vedute sull’abisso) sale a tornanti e l’incrocio con i mezzi che tornano dal monastero avviene con difficoltà. Torniamo a Podgorica per proseguire verso l’interno.

A dimostrazione di come un tempo viaggiassimo veloci, in almeno due passaggi su questo stesso percorso fummo capaci di ignorare il monastero di Moraca, ben visibile sotto il ciglio della strada. Un’autentica oasi di pace, nel cui parcheggio alberato è un peccato non pernottare. Dentro la cerchia di mura due chiese splendidamente affrescate, la foresteria dalla facciata ricoperta di fiori, una fontanella e un posto di ristoro. Una nuova escursione ci porta allo stupefacente Nacionalni Park Durmitor. Si risale il fiume Komarnica fino a Savnik, quindi si prosegue per Zabljak a ridiscendere la Tara: ma chi non ha intenzione di inoltrarsi nel parco per effettuare un trekking può evitare la deviazione, visto che dopo tanto verde l’anello culmina in un altopiano pieno di brutti edifici.
Kosovo e Macedonia
Dopo una sosta a Berane, animato paese con bar, ristorantini e un pittoresco mercato, ci si rimette in marcia e passata Rozai si cambia ancora nazione. Il Kosovo – che si è autoproclamato indipendente dalla Serbia – non riconosce la nostra carta verde per cui in frontiera bisogna stipulare una nuova assicurazione, piuttosto cara (40 euro) se si considera che vale solo quindici giorni.
Raggiungiamo Pec e Decani, dove si trovano i due monasteri più importanti, famosi per i loro affreschi. Finora lungo la strada non abbiamo trovato traccia delle guerre che hanno di recente sconvolto questa regione, ma adesso veniamo bruscamente riportati alla realtà del presente: gli edifici simbolo della fede ortodossa sono presidiati da forze dell’ONU per evitare attentati da parte dei musulmani. Così ci troviamo di fronte a sbarre, reticolati, camionette e persino autoblindo. Fra i militari in assetto da guerra ci sono tanti italiani che non mostrano sorpresa al nostro arrivo; eppure non dovrebbero essere molti i connazionali che si spingono fin qui.
Per superare il posto di blocco bisogna consegnare i documenti in cambio di un pass e proseguire a piedi (quasi 500 metri di strada malmessa, nel caso del monastero di Pe?). Non è il clima migliore per godersi le opere d’arte e come se non bastasse troviamo in vendita fra candele e immagini sacre un opuscolo intitolato Crucified Kosovo, una sorta di guida alternativa alle decine di monasteri distrutti o dissacrati dagli estremisti albanesi nelle zone controllate dalle forze internazionali: fra i responsabili, naturalmente, ci siamo anche noi.
Scesi a Prizren, veniamo accolti da tutt’altra atmosfera: moschee e mercatini nelle strade, carretti trainati da cavalli… e la preghiera del muezzin che ci sveglia a ore antelucane. Per uscirne in direzione della frontiera con la Macedonia bisogna cercare con attenzione, nei pressi del fiume, l’unica indicazione per Brezovica: se la si salta, a causa dei sensi unici tocca rifare il giro di tutto il centro. La strada sale per un autentico canyon e poi a tornanti fino ai 1.515 metri del passo di Prevalac, quindi ridiscende al bivio per Doganovic.
Un nuovo valico e siamo in Macedonia, incontrando nella piana Tetovo con la sua singolare moschea dipinta all’esterno. Il giro di boa del nostro viaggio è previsto all’estremo sud, sul lago di Ohrid. Per raggiungerlo ci sono due strade che si separano a una decina di chilometri oltre Gostivar: avendo tempo conviene prendere quella più lunga e tortuosa che verso destra sale al Nacionalen Park Mavrovo e ridiscende all’Ohridsko Ezero. Sembra di essere tornati al mare: l’estensione del bacino è tale da far fatica a scorgere l’altra riva.
Il capoluogo Ohrid è ricco di monumenti che si visitano seguendo un percorso guidato, ma per inserirvisi bisogna scarpinare su vicoli scalinati fino alla porta superiore, presso la quale si trova la bellissima chiesa di Sveta Bogorodica Bolnicka, con un ciclo di affreschi attualmente in restauro e una raccolta di icone; poco più in alto, la fortezza.
Da non perdere la cattedrale di Santa Sofia e la chiesetta di Sveti Jovan Kaneo, il tempio più famoso, che tutti fotografano inquadrato sulle acque blu del lago. Prima di girare la prua a nord si raggiunge Bitola, dove moschee e stradine piene di botteghe ci riportano in Turchia. Nonostante i numerosi minareti che punteggiano il cielo, nessun muezzin ci dà la sveglia. Ai margini della città visitiamo l’interessante area archeologica di Heraclea: la si raggiunge facilmente grazie a una segnaletica che poi è del tutto assente quando cerchiamo di andarcene. Proseguendo verso Skopje facciamo sosta presso un altro sito di tutta importanza.
All’incrocio con la strada proveniente da Tessalonica, l’odierna Salonicco, Stobi costituì a suo tempo un importante riferimento al ritorno dalla Grecia non solo per gli antichi mercanti, ma anche per gli amanti del pleinair che si ritrovavano a pernottare davanti alla biglietteria. Oggi c’è un nuovo ingresso dove non troviamo che un piazzale desolato e un edificio non ancora aperto che dovrebbe costituire il centro d’accoglienza. In compenso il personale, all’interno dell’area, è preparato e disponibile, e così Stobi si rivela il sito archeologico più interessante dell’itinerario.
Attraverso la Serbia
La nuova autostrada ci permette di risalire veloci verso nord, saltando alcuni insediamenti di scarso interesse, compresa la capitale. Varcato nuovamente il confine con il Kosovo, per raggiungere la Serbia siamo costretti a tornare verso Pec e rientrare in Montenegro, passando per Rozai: non riconoscendo l’indipendenza kosovara, le autorità serbe hanno reso il confine invalicabile. A Novi Pazar, arrivando da sud, ci si perde per l’assoluta mancanza di segnaletica; ma basta trovare la strada principale per dirigersi verso il duecentesco monastero di Sopocani, che si erge solitario su una bella piana. Tornati in città visitiamo il centro con il vecchio quartiere turco, dove è persino facile parcheggiare. Ripresa la strada verso nord, una deviazione porta al monastero di Studenica, ma continuiamo fino alle porte di Kraljevo che ci fa scoprire il punto sosta migliore di tutto il giro.
Il villaggio di Mataruska Banja, che si stende lungo un’unica strada, può considerarsi nel suo genere perfetto: ha un ristorante, i bar, le botteghe, un comodo e tranquillo parcheggio e persino un boschetto. Il monastero di Zica dista solo 4 chilometri: gli affreschi partono dal portale che si apre nelle mura, per cui il divieto di fotografare riguarda purtroppo anche l’esterno, dove una fontana di aspetto orientale fa pensare di trovarci nel recinto di una moschea. Affinché questo viaggio sia completo è indispensabile spingersi verso il Danubio (da Kraljevo si percorrono circa 250 chilometri di strade tranquille, con un solo valico e un breve tratto di autostrada). Con emozione ritroviamo quello che per noi è un vecchio amico: ne abbiamo rintracciato le origini in Germania (“da un rubinetto”, come scrive Claudio Magris in Danubio), visitato in battello il delta con cui si getta nel Mar Nero, pedalato sulle sue rive in Austria e Ungheria: ci mancava solo percorrerne il tratto che costituisce il confine fra Romania e Serbia.
Arriviamo per l’appunto alle cosiddette porte di ferro, dove la grande diga – con una chiusa per consentire la navigazione – fa da ponte e frontiera proprio con la prospiciente Romania. Il grande fiume scorre placido allargandosi e restringendosi fra rupi boscose; la strada lo segue, noi con lei. La risaliamo in direzione di Belgrado. Sono rari gli slarghi per fermarsi, e spesso occupati dalle auto dei pescatori, ma alle porte di Donji Milanovac uno spiazzo alberato è libero per chi vuole pernottare, anche se al solito in compagnia di chi va a pesca.
A Golubac si attraversano i resti di un forte, e a Veliki Gradiste la strada si allontana dal Danubio che ritroviamo, con una deviazione, oltre i binari della stazione di Smederevo. A fianco, una fortezza che sembra costruita nell’acqua: delle sue ventuno torri alcune furono gravemente danneggiate dallo scoppio di un vagone carico di munizioni durante la Seconda Guerra Mondiale.
Con l’autostrada si gira intorno a Belgrado e in corrispondenza della periferia settentrionale la segnaletica ci porta al primitivo insediamento di Zemun, ultimo caposaldo dell’impero austro-ungarico quando i Turchi arrivarono fino alla confluenza della Sava nel Danubio, dove oggi la capitale serba riunisce le due municipalità. Lasciamo il camper in cima a una salita, sullo stradone che ci condurrà a Novi Sad. Alcune bancarelle di fiorai annunciano la presenza di un cimitero; i resti di una fortezza, con a fianco la torre Janka che pare un faro, sono visibili in cima a una breve rampa. Si scende quindi per una scalinata alla chiesa Nikolajevska, chiudendo l’anello per una stradina acciottolata su cui un cartello annuncia la pista ciclabile del Danubio. Ma ciò che più colpisce è l’atmosfera da città asburgica, con gli stucchi, i fregi e le finestre a sporto delle case.
Per strada normale si raggiunge Novi Sad, e come a Belgrado troviamo quel che ci interessa senza dover attraversare la città. All’ingresso segnato dall’antica porta siamo nel corrispondente insediamento asburgico di Petrovaradin. Non abbiamo che da parcheggiare sul fiume e salire a piedi alla cittadella dove ci aspetta il grande orologio per il quale pare che un tempo fosse imposta una tassa a chi ne godesse la vista da casa. Dall’alto si ha una visuale completa della città attraversata dal Danubio e ridiscendendo si ammirano i tetti di quello che dopotutto è un borgo abbandonato: un restauro delle belle facciate lo riporterebbe agli antichi splendori. Siamo a un nuovo giro di boa di questo viaggio: da qui inizia la discesa verso la Bosnia ed Erzegovina. Ma quasi subito un incrocio animato da baracchini e da un cartello promettente ci fa deviare verso il Nacionalni Park Fruska Gora. Si può passare un’intera giornata su e giù per questa immensa foresta, andando alla ricerca di splendidi monasteri puntualmente segnalati ma spesso serviti da stradine che fanno soffrire il nostro mezzo. Tornati sulla principale si riparte e incrociata la Sava a Sabac si prosegue per Loznica dove sarà la Drina ad accompagnarci oltre Zvornik, sulla prossima frontiera.
Il cuore di Bosnia ed Erzegovina
Senza troppi giri di parole, Sarajevo vanta a buon diritto di essere una delle pochissime capitali al mondo in cui si arriva direttamente in centro senza dover attraversare la periferia: difatti, sbucati da una galleria dopo l’ennesimo canyon, ci troviamo nella città vecchia che, pur se ricostruita, restituisce un’atmosfera che talvolta ricorda la Turchia grazie alle moschee, ai negozietti nei vicoli e al bazar coperto. La città nuova – che dispone di un comodissimo parcheggio a pagamento per passare la notte – si trova invece a fianco del palasport e del ponte Eiffel, una struttura disegnata proprio da chi realizzò la più famosa torre del mondo: ma anche situata in faccia a edifici disastrati che ricordano il terribile assedio a cui la città fu sottoposta per quattro anni, dal 1992 al 1995.
Al pensiero del martirio subito dalla popolazione di Sarajevo non può non seguire la visita di Mostar, con quel suo monumento che aveva superato indenne più di quattro secoli di guerre e terremoti. Distrutto nel 1993, il famoso ponte voluto da Solimano il Magnifico è stato ricostruito usando tecniche antiche, ma purtroppo qualche differenza si nota. Lo si raggiunge seguendo la riva destra della Neretva, poi a piedi verso una strettoia resa impraticabile dalle bancarelle di souvenir. Per ammirare il ponte bisogna scendere al fiume, ma è meglio portarsi sull’altra sponda fino a trovare la moschea di Koski Mehmed Pasa, oggi trasformata in bazar, dalla cui corte il ponte s’inquadra in tutta la sua bellezza, dando l’illusione d’essere ancora quello originale.
Ritroviamo la strada verso il confine croato e il mare, ma la Bosnia ed Erzegovina ci regala un ultimo gioiello, Pocitelj, un villaggetto dall’aria abbandonata ma reso vivo da bancarelle di frutta e ninnoli: passeggiamo fra le casette basse, il bagno turco e la rocca, raggiungibile attraverso un sentiero scalinato. Ritrovato l’Adriatico a Omis, è tempo per una rilassante sosta in campeggio e una camminata per la graziosa cittadina con una torre arditamente costruita su uno spuntone di roccia. La stradina che attraversa in lungo l’abitato è invasa da tavoli di ristoranti turistici, quando fino a pochi anni fa c’erano solo pittoresche bettole. È sopravvissuta però un’autentica cantina, la cui insegna è una semplice bottiglia sistemata all’ingresso: un anziano offre assaggi del suo vino, che poi si potrà acquistare per l’asporto o per essere consumato seduti a uno dei due tavoli. La giusta atmosfera con cui concludere il viaggio nella vecchia Jugoslavia.
















