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19 giugno 2007
Da Campagnano a Roma (trentaduesima tappa)
Strano davvero, stamattina, partire per l’ultima tappa. Sono indeciso se essere felice per la vicinanza della meta o triste per la fine del viaggio. Ma d’altronde è così che deve succedere per ogni viaggio che si rispetti veramente. Il primo tratto del cammino di oggi è molto bello, verso il santuario della Madonna del Sorbo, poi in beata solitudine attraverso il parco di Veio. Man mano che la giornata avanza il caldo mi sembra diventare sempre più opprimente e l’umidità è altissima. Dopo Veio, ecco Formello, con una strada che, secondo le guide “offre ampie vedute verso il mare” che io non vedo a causa della caligine bollente. Questo tratto di strada è terribile: chilometri e chilometri su una simpatica stradina secondaria circondata da rteti, recinzioni, mura e muraglie, fili spinati e cancelli faraonici. Non c’è neanche un punto per sedersi, che diamine! Fresco come un risotto appena cotto costeggio anche la Cassia e i suoi viadotti, finchè metto la freccia e mi fermo al bar di un distributore. Dove mangio, bevo, e mi accorgo di essere osservato come un venusiano dai camionisti presenti. Al bivio dell’Olgiata il termometro esposto fuori dalla farmacia indica 38 gradi, e in un’ora ho già bevuto un altro litro d’acqua. Allungo un po’ la strada tra case e casette per allontanarmi dalla Cassia e finalmente avvisto il campanile de La Storta, dove Sant’Ignazio ebbe l’illuminazione di fondare la Compagnia di Gesù e io, più modestamente, ho l’illuminazione di prendere il treno fino alla stazione di Monte Mario, per evitare raccordi, svincoli e superstrade. Da qui mi affaccio finalmente sul panorama della più bella città del mondo (anche se grigio e fumante di calore) e poi, pian pianino, scendo per la Trionfale verso il Vaticano. Sbuco sulla piazza in mezzo a una turba di turisti di tutte le nazioni, forse sono l’unico italiano a parte i poliziotti e i venditori di cartoline. Foto ricordo di prammantica (grazie a Sandro che mi àè venuto ad accogliere e a portare a casa), poi l’ennesima acqua tonica, l’ultima con nil marchietto di Sigerico sopra. Le canzoni di oggi potrebbero essere due: una, dedicata al dubbio che mi ronza nella testa, è “You can’t always get what you want” di alcuni signori di mezz’età con cui ho appuntamento allo stadio Olimpico il 7 luglio. Oppure, per finre in gloria, cosa c’è di meglio del “Grande Raccordo Anulare” di Guzzanti mascherato da Venditti? Chilometri camminati oggi: direi 28 che però, data la temperatura, valgono almeno doppio. A domani le considerazioni finali.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:15 nella categoria In viaggio
18 giugno 2007
Da Capranica a Campagnano (trentunesima tappa)
Oggi la giornata mi sorride decisamente più di ieri. C’è il sole e la mattina è abbastanza fresca mentre mi dirigo da Capranica alla volta di Sutri, che il trisavolo Sigerico chiamò Suteria nel suo elenco di tappe. In più, proprio nel parco archeologico cittadino, mi attende un caffè a casa di amici: non ho dunque alcun motivo di essere triste. Accompagnato da Antonio passeggio di qua e di là tra prati verdi e antiche ville, mentre purtroppo il mitreo (con la chiesa di Santa Maria del Parto che conserva affreschi di minuscoli pellegrini in viaggio verso Roma) è chiuso già che è lunedì. Ma, se il nume di noialtri pellegrini così ha deciso, vuol dire che va bene così anche per me. Lasciata Sutri, dopo un tratto assai breve lungo la oramai maledetta Cassia che somiglia a Indianapolis, si inizia di nuovo a percorrere strade di campagna. Mentre passeggio distratto cercando di immaginare he cosa fare quando tra un paio di giorni avrò smesso di camminare, la mia attenzione viene attratta da un minaccioso cartello con la scritta “PERICOLO STRUZI”. Mi guardo intorno, ma non vedo struzi (o struzzi) carnivori. Un po’ preoccupato per il rischio di essere divorato da un enorme pennuto procedo nella calura e nella polvere – nessuna delle auto che passa sembra infatti avere neanche l’intenzione di rallentare un po’ – e vedo alla mia sinistra uno spettacolo idilliaco: in un prato verde smeraldo delle macchinette elettriche coperte portano in giro signori in calzoncini stirati e lacoste su e giù per un campo da golf. Mi sembra di essere il contrario assoluto dei fortunati che parlottano amabilmente a pochi metri di distanza da me, dal mio zaino, e dalla polvere giallina che mi ricopre. Sfioro lo specchio assai ridotto del lago di Monterosi e raggiungo il paese, da dove le guide consigliano caldamente di prendere un autobus del Cotral fino a Campagnano, già che camminare sul bordo della Cassia a 4 corsie sembra essere un’attività un po’ stupida. A Campagnano, mentre sto uscendo dal paese per recarmi da un’amorevole zia che mi ospiterà stasera, vengo bloccato dalla ragazza del gazebo dell’ufficio informazioni che, sinceratasi del fatto che io parli inglese, mi presenta due pellegrini canadesi che mi spiegano che sono partiti da “Syina” (forse Siena) e, dopo aver ascoltato per poco la mia spiegazione sul modo per evitare la Cassia domani, scuotono la testa e se ne vanno spiegando che loro “seguiranno la Cassia, che è la vera Francigena”. Da come zoppicano, soprattutto quello con il bastone nodoso in mano tipo Flintstone, credo che abbiano i piedi ben ben trifolati. I chilometri percorsi, escludendo quelli barati grazie alle ruotone del Cotral, potrebbero essere circa 29. La canzone di oggi, dedicata a G. è l’impegnativa “Redemption Song” di Bob Marley (valida anche se cantata da Jackson Browne).
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 16:52 nella categoria In viaggio
17 giugno 2007
Da Viterbo a Capranica (trentesima tappa)
Anche stamattina, come succede oramai di frequente, piove piano. Traverso una Viterbo deserta dopo gli stravizi di ieri sera e per fortuna il cielo rimane grigio ma smette di piovere. Si esce subito dalla “civiltà”: una stradina tagliata nel tufo mi porta lontano dalle macchine, verso una tomba etrusca seguita dal basolato della vecchia Cassia. A un certo punto la strada romana è sbarrata da un cancello: mentre mi sto domandando come fare, nel campo alla mia destra compare un gregge enorme, con cani e pastore. Giovanni – il pastore – è molto gentile e mi fa attraversare i suoi campi fino al suo casale dove mi offre acqua fresca e mi racconta di un accadimento che non conoscevo. Esistono in Italia i ladri di strade. Infatti, mi racconta il pastore, spesso vengono qui camion e ruspe e portano via un po’ di basoli dell’antica consolare. Ma per farne che, mi domando? Per lastricare piazzali e bordi delle piscine nelle ville dei dintorni, ovvio. “Vedessi che spettacolo nella villa dell’Architetto” conclude Giovanni agitando una mano in segno di saluto mentre mi allontano. E, camminando verso la nuova Cassia su quel che rimane della vecchia, mi domando che pena avrebbe scelto un magistrato romano tutto d’un pezzo per i ladri di strade. Solo la crocefissione o qualcosa di peggio? Cammina cammina, anche oggi mi tocca un po’ di adrenalina lungo la Cassia, popolatissima di gitanti, ma dopo circa 3 chilometri riesco a sfuggire al traffico e a seguire un giro per strade minori fino a Vetralla. Dove mangio un panino solo dopo aver doverosamente visitato la cripta romanica di San Francesco, costruita nell’XI secolo sulle fondamenta di un luogo di culto dell’alto medioevo. E dove si notano numerosi resti romani riutilizzati dagli architetti medioevali. In corrispondenza di Vetralla si univa alla via Cassia la strada che proveniva da Tuscania, già potente in età longobarda e che per secoli fu una tappa molto importante per i viaggiatori. Io invece di fare tappa procedo stoico e fresco come un fiore all’alba delle due verso Capranica e traverso un fitto bosco ombroso e tragicamente colmo di moschini che mi avvolgono in una palla ronzante. Finalmente, usciti dalle frasche, i moscerini spariscono, sputo via quelli che ho inghiottito e in compenso compaiono i noccioleti, vanto dei monti Cimini che riforniscono tutti i cioccolatai d’Italia. Abbastanza ben cucinato raggiungo finalmente Capranica, dove è molto bello il portale romanico dell’ospedale. Segno del destino: anche qui le mitiche pastiglie Leone! Chilometri percorsi, circa 32. Musica, già che oggi mi sento meditabondo, proporrei “Harrisburg” diu Josh Ritter, una chicca canadese per pochi appassionati che vi suggerisco con calore…
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:19 nella categoria In viaggio
16 giugno 2007
Da Bolsena a Viterbo (ventinovesima tappa)
Stamattina, all’alba delle 6,30, il cielo sul lago è nero da far paura. Mentre inizio ad aggirarmi stancamente per cercare di mettere un po’ d’ordine tra le mie idee e le mie cose, inizia a piovere forte e vedo i due canadesi che ho incontrato ieri e che hanno dormito qui che partono come se nulla fosse. Io, invece, mi siedo nel chiostro a guardare la pioggia che cade con una tazzona di caffè in mano già che non ho tanta voglia di bagnarmi. Saggezza e astuzia vengono premiate e, quando parto alle 8, ha smesso di piovere e cammino contento e solitario a mezza costa sul lago. Dopo un po’ di saliscendi si entra nel bosco di Turona, molto bello e ombroso, dove una serie di sentierini mal segnati porta a guadare un ruscellone e poi - meraviglia! – a sbucare sul basolato scuro della Cassia Romana. Felice per l’abilità e tenacia dei miei lontani progenitori (su questa strada sicuramente ha passeggiato anche Sigerico qualche secolo dopo le quadrate legioni), continuo la mia strada verso Montefiascone che si rivela piacevole, con solo poche centinaia di metri lungo l’asfalto della Cassia. Il paese di Montefiascone è celebre per il suo vino “Est, est, est!” scritta che, si racconta, un servo lasciò al suo padrone Defugger per segnalare la bontà del bianco locale. Tanto piacque il vino a Defugger che qui morì (immagino ubriaco) e venne sepolto in una delle chiese più significative della Francigena intera. La chiesa inferiore della basilica di San Flaviano risale all'XI secolo e ha la facciata rivolta verso il tracciato della Via Francigena, su cui si trova la loggia rinascimentale dalla quale i papi apparivano per benedire la folla. All’interno della chiesa inferiore sono conservati notevoli capitelli e affreschi del XIV-XVI secolo mentre il nostro alticcio Defugger riposa nella terza cappella della navata sinistra. Salgo per una via ripidissima fino alla rocca, da dove il panorama è però fantastico: alle mie spalle sta il lago di Bolsena, con addirittura Radicofani all’orizzonte. Davanti, oltre l’immensa cupola di Santa Margherita, si apre la piana di Viterbo, che mi accingo a traversare. La discesa è parente della salita (come avrebbe detto Pippo) e precipita verso il basso come una pista da bob. Raggiunta la piana, altri tratti di strada romana mi attendono a Case Paoletti poi, dopo le sorgenti del Bagnaccio, raggiunta la Cassia, un autobus blu dell’amato Cotral mi evita gli ultimi 3 o 4 chilometri di trafficata statale fino alle mura viterbesi. La musica di oggi, in onore dell’antico avvinazzato potrebbe essere: “Libiamo nei lieti calici” dalla Traviata. I chilometri percorsi (già scontati del tratto in bus) circa 34.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:32 nella categoria In viaggio
15 giugno 2007
Da Acquapendente a Bolsena (ventottesima tappa)
Stamattina, dopo due giorni di riposo (o meglio di ignominiosa fuga dalla via) ogni singolo pezzettino del mio corpo cerca di convincermi che in fondo camminare non è tanto una buona idea. Alla fine riesco a forzare un po’ la mano e a lasciare Acquapendente mentre i banchi del mercato del venerdì si stanno sistemando sul corso. La giornata non è brutta, ma il cielo è bianco e soffia un po’ di vento, mentre cammino (in buona parte su strade sterrate) verso San Lorenzo Nuovo. Il paese ha al centro una grande piazza ottagonale – ottima per prendere un caffè – e la Cassia, prima di iniziare a scendere, offre un panorama mozzafiato verso il lago di Bolsena. Un paio di chilometri lungo la vecchia e cara SS2 portano a un nuovo sterrato polverosissimo, che diverrà un disastro nel momento in cui i camion di una cava inizieranno a passare avanti e indietro. Superato lo scavo credo di essere oramai in salvo, ma sottovaluto la passione degli abitanti della zona per l’alta velocità su sterrato. Se a tutto questo aggiungete un bel po’ di vento dopo un’oretta, oramai identico come colorito al fantasmino Casper, inizio ad essere un po’ seccato. Per fortuna il fato e la Francigena si allontanano dal traffico e, tra casette, campi dove la mietitura avanza velocemente e il panorama sullo specchio del lago il percorso diviene piacevole. Bolsena fu una delle tappe del nostro amato Sigerico con il nome di Santa Cristina e divenne meta importante di pellegrinaggi dopo il miracolo del 1263: per fugare i dubbi di un sacerdote tedesco sulla natura divina dell’ostia consacrata, nel corso di una messa da questa iniziò a sgorgare del sangue. Papa Urbano IV, presente in chiesa durante il miracolo, istituì a perenne ricordo la festa del Corpus Domini, che avrebbe portato nella chiesa di Santa Cristina un flusso ininterrotto di pellegrini. La chiesa è una costruzione romanica del XI secolo anche se con una nuova facciata. All’interno si trovano affreschi quattro-cinquecenteschi e, nel presbiterio, un altare maggiore realizzato con frammenti di marmi del X secolo e un polittico del pittore senese Sano di Pietro. Dalla chiesa, una salita niente male porta all’ex convento di Santa Maria del Giglio, diventato uno degli ostelli più piacevoli che abbia incontrato finora. Mentre scrivo queste chiacchiere nella mia “cella”, basta alzare gli occhi per vedere, fuori dalla finestra, il lago che brilla nel sole del pomeriggio. La canzone di oggi mi era stata suggerita qualche anno da un fortissimo arrampicatore tedesco che – raccontava – la canticchiava al suo organismo quando si rifiutava di collaborare con entusiasmo. Per me, oggi, ha funzionato: “Lonely coffin”, Minus 5. Chilometri percorsi circa 22.
Inserito da Fabrizio Ardito alle 16:47 nella categoria In viaggio
13 giugno 2007
Da Radicofani ad Acquapendente (ventisettesima tappa)
La mattina si annuncia splendida e già pocvo dopo le sei il sole entra allegramente dalla finestra che avevo scordato di chiudere ieri sera. Parto presto, quindi, e la discesa da Radicofani è veramente meravigliosa. Anzitutto perché trattasi di discesa (8 km), poi perché il sole brilla nel cielo mentre le nuvole ancora riempiono le valli che si allungano verso il Lazio sotto ai miei piedi. Lungo la discesa non incontro nessuno, poi fortunatamente c’è un bar aperto a Ponte a Rigo. Mentre sono seduto all’ombra cercando un valido motivo per lanciarmi lungo la Cassia, nel parcheggio entra un gippone rosso, da cui scendono una giovane mamma e il suo figlioletto grassottello. Lasciano il motore acceso (“per l’aria condizionata” mi sorride la signora) e, una volta finito al bar, tornano alla macchina. Con la mamma che sprona il pargolo “sbrigati, che dobbiamo passare a casa prima di andare a sport!”. Partono e, dopo 50 metri, raggiungono casa loro. Sarò anche oramai deformato da 27 giorni a piedi. Ma mi sembra veramente curioso che per portare al bar due umani abbastanza leggeri a 50 metri di distanza, sia necessario raffreddare e muovere due tonnellate di automobile. Per poi andare in palestra… Mentre rifletto sulle stranezze dell’umanità mi incammino lungo la Cassia fino a una provvidenziale deviazione lungo la vecchia strada dismessa. Un chilometro e mezzo di lepri e uccellini mi portano a Torricella, avita magione del mio amico Ermanno che non solo ha tagliato l’erba apposta per il mio passaggio, ma scatena anche il fattore che mi offre delizie varie, acqua fresca e birra (che rifiuto, visto il cammino che ancora mi manca). Da qui fino al ponte Gregoriano, costruito nel ‘500 per superare il corso del Paglia, purtroppo si cammina lungo la statale, con un traffico non spaventoso ma rumoroso. Un’ultima salita mi conduce ad Acquapendente, oramai nel lazio, che all’epoca dei pellegrini era celebre per la chiesa del Santo Sepolcro che, in una delle cripte romaniche più belle d’Italia, conserva una riproduzione di com’era – all’epoca – il sepolcro di Gerusalemme. Chilometri di oggi, circa 24. Per l’aspetto musicale, già che mi sento solitario, una canzone dedicata ai miei amici – anche a quelli che se ne sono andati: “My generation”, Who, possibilmente da Live at Leeds, un vero tsunami musicale della mia (lontana ) giovinezza.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 8:43 nella categoria In viaggio
11 giugno 2007
Da Buonconvento a Radicofani (ventiseiesima tappa)
Stamattina c’è una nebbia degna del migliore volto della Padania invernale. Alle sette in punto un fantastico e deserto autobus della TRAIN di Siena mi raccoglie in una Buonconvento deserta per depositarmi, senza alcuna fatica a parte quella di comperare il biglietto, otto chilometri più avanti, a Torrenieri. Già, lo so, sono un pusillanime, ma le indicazioni che avevo avuto suggerivano di evitare a tutti i costi questo tratto di Cassia, trafficato oltre che incassato. Così mi trovo a camminare in un clima strano, in cui, man mano che la nebbia si alza, il caldo inizia a farsi sentire. La prima tappa (panino, ospedale per pellegrini medievali, duomo) è a San Quirico d’Orcia, poi il dovere mi chiama a salire lungo un bellissimo sterrato verso Vignoni alto, luogo magico da cui si domina tutta la Val d’Orcia. In basso, a Bagno Vignoni, già iniziano a brulicare turisti e pullman e io proseguo quindi (con un inquietante tratto sulla Cassia) fino al celebre borgo di Gallina, dove scopro con soddisfazione da un curioso cartello di stare tagliando il 43° parallelo. Ancora asfalto, poi si devia, finalmente. Il problema è che il percorso indicato dalle mie scartoffie prevede un paio di guadi e, già che questa è secondo i giornali l’estate piuù secca del millennio, ci sarà un metro d’acqua buono. Deviazione, quindi, fino a prendere il vecchio tracciato della Cassia che, deserto e assolato si dirige verso la rocca di Radicofani che mi sembra sempre lontanissima. La salita verso il rifugio di Ghino di Tacco è infinita, anche perché probabilmente nel pianificare questa tappa mi sono fatto prendere un po’ troppo dall’entusiasmo. Comunque riesco ad arrivare, disidratato come una mummia (qui non si trova acqua da nessuna parte) e a togliere le trappole che da più di otto ore mi stanno schiacciando i piedi. Anche oggi, sulla via, la maggior parte della gente che lavora o cammina non è italiana, come ho notato fin dall’inizio del mio viaggio. Nei campi, nei cantieri, nei frutteti, le lingue si intrecciano, ma non sono mai la nostra. Quindi, già che anche il mio zaino è d’accordo, oggi vorrei dedicare l’angolino musicale agli stranieri che lavorano in Italia, i soli che, insieme ai pellegrini diretti a Roma come me, sgobbano sotto al sole delle due di pomeriggio. Le scelte musicali sono due, una per i più grandicelli (“Deportee”, Woody Guthrie) e una per i giovanotti (“Lucrecia”, Ska-P). Chilometri percorsi, qualcosa di vicino ai 34.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:38 nella categoria In viaggio
10 giugno 2007
Da Siena a Buonconvento (venticinquesima tappa)
Stamattina Siena sembra un’altra città, rispetto a ieri sera. Sparita la folla, svanite le lattine, le birre, i tavolini. Gli unici rumori che si sentono sono i rondoni che volano a tutta velocità e il frusciare di scope e ramazze che cercano di ripulire i resti del sabato sera. Saluto Mario che dopo aver allietato il mio viaggio da Lucca a qui, torna a casa e, sentendomi un po’ solo salgo su un autobus che mi permette di saltare raccordi e superstrade fino a Bucciano. Da qui riparto – solo soletto – con lo zaino che inizia a piagnucolare che negli ultimi giorni l’ho trascurato un po’. Tra colline e strade secondarie arrivo finalmente alla Cuna, una delle grance, cioè fattorie fortificate, di proprietà dell’ospedale senese di Santa Maria della Scala. Rimasta sostanzialmente integra fino ai giorni nostri, abitata, la struttura è imponente e sono ben visibili i simboli di Santa Maria della Scala. Mi siedo a riposare davanti alla piccola chiesa del 1314, con affreschi del ‘300 che raffigurano il mio amato San Giacomo, ma che purtroppo è chiusa. Il tracciato della Francigena sfiora Monteroni, poi scende verso Quinciano e, da qui, prosegue parallelo alla linea ferroviaria per 4 o 5 chilometri. Mentre cammino tenacemente in un paesaggio tipo “Ultimo treno per Yuma”, sento il rumore di un treno in arrivo. Di colpo, dalla macchia che mi separa dai binari, viene sparato fuori un cinghiale che produce un frastuono in grado di coprire anche il sax di Clarence Clemmons che stavo ascoltando. Dopo 10 minuti necessari a riportare le pulsazioni al di sotto delle 200 al minuto, proseguo in una calura impressionante fino alla salvezza: un fresco bar di Ponte d’Arbia, dove bevo un paio di litri di liquidi e ritorno lentamente alla normalità. Mi manca ancora un tratto di 4 o 5 chilometri fino a Buonconvento: mentre lo percorro lemme lemme si annuvola e inizia a tuonare. Passo a fianco della Pieve di Sant’Innocenza a Piana e poi, accompagnato dal ticchettio delle prime gocce di pioggia, entro a Buonconvento, non lontano dalla confluenza dell’Arbia nell’Ombrone che scorre in direzione della costa maremmana. Il paese agricolo, sede di mercato dei cereali, tabacco e gelso, deve ome tanti degli altri luoghi dove mi sono fermato in questi giorni, la sua fortuna alla presenza della via Francigena, lungo cui venne costruita la monumentale porta Senese. Chilometri percorsi oggi: tra 31 e 32, direi. La canzone a cui ho pensato è, visto il clima africano “Iko Iko” delle fantastiche Zap Mama. In più aggiungo anche “Jersey Girl” di Tom Waits/Bruce Springsteen, dedicata a chi so io.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 16:50 nella categoria In viaggio
09 giugno 2007
Da Colle Val d'Elsa a Siena (ventiquattresima tappa)
Oggi giornata strana. Stamattina non so come mai ma l’idea di camminare lungo la via Francigena mi sembra un po’ strana. Riesco a forzare il mio animo recalcitrante solo dopo un paio di ottime paste del bar sulla piazza principale poi, come spesso accade, partiamo per i nostri primi chilometri lungo una strada asfaltata, la provinciale verso Monteriggioni. La giornata è bella e, per fortuna, a un certo punto si lascia l’asfalto per deviare per strade secondarie fino ad Abbadia a Isola. Il nome le deriva dal fatto di essere stata costruita in mezzo a terreni paludosi, che il lavoro dei monaci avrebbe contribuito a bonificare. Il nostro amato Sigerico la cita come Burgenove ed è probabile che abbia dormito in una struttura precedente all’abbazia cistercense di San Salvatore, fondata nel 1001. Potente e ricca tra i secoli XII e XIV, venne fortificata alla fine del ‘300 dai senesi a causa della sua vicinanza con il confine che separava i possedimenti di Siena dai domini di Firenze. La bellissima chiesa ci viene aperta da una gentile signora che mi racconta che i pellegrini diretti a Roma, secondo lei, stanno diminuendo rispetto al passato (probabilmente dopo una punta raggiunta nel 2000). Riprendiamo la strada camminando tranquillamente (nessuno di noi due mi sembra particolarmente scattante, oggi) e il tratto seguente, evitata la breve deviazione verso Monteriggioni, è molto piacevole e solitario. Fino a raggiungere il castello cinquecentesco della Chiocciola e, una volta nei pressi della trafficata Cassia, il provvidenziale passaggio fino a Siena di un amicone d’infanzia (grazie, Carletto!). Anche Siena fa un’impressione strana: la città è ovviamente bellissima, ma mi sembra ci sia troppa gente in giro. Probailmente, già che anche di solito non mi piace la folla, dopo 24 giorni di Francigena sono diventato ancora un po’ più orso del normale. Chilometri di oggi (escluso il tratto di Cassia percorso comodamente in auto di circa 5 km) direi circa 22. Canzone odierna, ci è venuta in mente “American idiot” dei Green Day.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:05 nella categoria In viaggio
08 giugno 2007
Da Gambassi Terme a Colle Val d'Elsa
Dopo la giornata complessa di ieri (conclusasi tra l’altro con una rumorosissima sfilata di moda sulla piazza di Gambassi) la notte è ovviamente agitata in attesa di scoprire quali sfide impressionanti ci riserva l’avvenire. Invece c’è il sole e, meraviglia, all’orizzonte della prima mattina si vede il profilo delle torri di San Gimignano, neanche tanto lontano. Così, abbastanza rinfrancati, decidiamo di andare a fare due passi in direzione di Roma. Il bello delle colline toscane è lo splendore del paesaggio, il brutto è che, tra una collina e l’altra, c’è una valle da scendere e poi risalire. In tre ore e mezzo arriviamo a San Gimignano e, dalla nostra atmosfera serena in cui gli unici rumori sono quelli degli uccellini e talvolta dei TIR, piombiamo in una cittadella del turismo internazionale. Il bar che scegliamo è popolato solo di stranieri, a parte noi, e decine di negozi vendono David di Donatello di plastica, vernaccia di San Gimignano, salami e cartoline. Eppure, in paese siamo entrati seguendo il tracciato della strada che gli ha dato la vita che, guarda un po’, è la nostra cara e vecchia Francigena. Le prime citazioni del paese – dove sostò anche Sigerico che lo chiama Sancte Gemine XIX – risalgono al 929. Tanto era stata importante la presenza della cara stradona per la nascita del paese quanto lo fu per la sua decadenza. Per ironia della sorte, infatti, l’immagine perfettamente medioevale e due-trecentesca del paese si è conservata proprio perchè, dopo un lungo periodo di floridezza, la via Francigena si spostò sul versante opposto della val d’Elsa. Dopo tutti questi profondi pensieri, si è fatta una cert’ora. Così partiamo verso Bibbiano, in una calura abbastanza opprimente, e poi, dopo un bel numero di altre salite e discese, piombiamo finalmente sulla strada asfaltata che porta nel centro di Colle Val d’Elsa, dove, se il cartello che parla di un ascensore diretto verso il paese alto dice la verità, magari faremo un giro in ciabatte nel tardo pomeriggio. I chilometri percorsi oggi sono oggetto di dibattito: abbiamo seguito una via diversa da quella delle carte: direi circa 25. La canzone di oggi è “Try (Just a little bit harder)” di Janis Joplin.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:35 nella categoria In viaggio
07 giugno 2007
Da San Miniato a Gambassi Terme (ventiduesima tappa)
Oggi la giornata si annuncia falsamente allegra con il canto degli uccellini nel chiostro di San Francesco e la colazione con i frati. Poi, per una lunga e piacevole strada asfaltata che esce dal paese, ci dirigiamo a passo rilassato verso l’incontro con la sorte infausta. Infatti sulla via ci sono pochi segni, di molti tipi (sembra che decine di persone si siano messe d’impegno a scegliere segnaletiche differenti), lungo vie che spesso non coincidono con la cartografia. In più, oggi, avrei anche un appuntamento alla Pieve di Coiano con una serie di amministratori della provincia riuniti a parlare della Francigena. E, date le premesse, accade ciò che era inevitabile. Una cresta, una strada, una magione, e finiamo in un fondovalle in cui segni bianchi rossi indicano un po’ da tutte le parti. Nelle case coloniche ci sono solo cani feroci, fino a che il primo umano della intera provincia mi dice sorridendo che per la pieve ci sono “molti chilometri in là…”. Seguiamo le indicazioni, arriviamo a una pieve, siamo felici. Ma per poco. Perché scopriamo con un brivido che non è la pieve di Coiano, ma la pieve di Corazzano. L’appuntamento salta (forse è meglio così perché avrei rischiato di illustrare con tinte forti le mie opinioni delle grandi vie la cui segnaletica è abbandonata nelle mani del primo screanzato di passaggio) e il barista del paese scuote la testa e dice che SIA Coiano SIA Gambassi Terme sono molto lontani in una direzione casuale. Seguiamo la strada, superiamo il momento di depressione cosmica che aveva seguito la scoperta dell’equivoco tra i due insignificanti paesucoli e ritroviamo la retta via con un allungo di 7/8 chilometri. In più, ogni tanto piove… All’alba delle 17,30 giungiamo freschi come roselline di maggio (a giugno) a Gambassi Terme e il simpatico albergatore che avrà l’onore di ospitarci dice, come prima cosa, che “domani il tempo sarà brutto…”. Appena in camera mi si rompe la cinta dei pantaloni, consumata da sudore e chilometri. Chilometri regolari della tappa, circa 25, chilometri realmente percorsi molti di più (da 8 a un milione). Canzone di oggi: “Heroes” di David Bowie, almeno per tirarci su di morale.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:57 nella categoria In viaggio
06 giugno 2007
Da Altopascio a San Miniato (ventunesima tappa)
Dopo un’ottima nottata nell’ostello del comune di Altopascio, la mattina è come al solito grigia e plumbea. Tanto quanto il percorso che, appena lasciato l’affascinante centro antico del paese, segue senza pietà una brutta e trafficata strada asfaltata. Fino a Galleno, da dove una deviazione porta su un tratto della vecchia strada e poi sale per l’attraversamento delle colline delle Cerbaie. Qui, anche se il caldo umidiccio è abbastanza forte, si cammina serenamente, tra chiacchiere, frizzi e lazzi, fino a Ponte a Cappiano, dove traversiamo il corso dell’Usciana su un ponte fortificato del ‘500. Camminando lungo l’argine, ad un tratto avvistiamo una visione molto “spagnola” alla nostra destra: su un traliccio dell’Enel c’è un nido enorme, da cui sbucano poco più tardi due cicogne felici e contente. Rallegrati dall’apparizione che ci ricorda il Cammino di Santiago, mangiamo pieni di entusiasmo i nostri panini mollicci avanzati da ieri prima di affrontare l’entrata, tra argini, strade e salite, a Fucecchio, patria non solo di Indro Montanelli, ma anche di decine di altri omonimi e progenitori celebrati da targhe e targhette. Dalla piazza davanti alla facciata di San Salvatore si vedono in basso ai nostri piedi gli argini dell’Arno, che per i pellegrini del passato era un bel problema da risolvere. Per noi – gioie e comodità del mondo d’oggi – il guado non è necessario, ma traversare sul ponte fitto di TIR sì. Oltre, per un paio di chilometri almeno, la via è un incubo di traffico sfiorato camminando sul ciglio della strada, forti solo della protezione della piccola immagine di San Caprasio buonanima che viaggia oramai da giorni al sicuro nel mio zaino. Ridendo e scherzando – si fa per dire – scampiamo alla furia di auto e camion per piombare “come corpo morto cade” cita il mio dotto compagno di viaggio, su una panchina di San Miniato Basso. Un ultimo sforzo, lungo una salita in cui nei tratti di sentiero l’erba supera il metro e mezzo d’altezza (ma non se li può permettere un paio di decespugliatori il comune di San Miniato?) raggiungiamo il paese alto. Con il Duomo, il milione di scalini per salire in cima alla torre di Federico e il convento di San Francesco dove troviamo ad attenderci una stanzetta linda e piacevole affacciata su un chiostro. I chilometri percorsi oggi, secondo stime di illustri istituti di ricerca, sono stati circa 25. Sulla canzone ho avuto dei dubbi, già che quel chiacchierone di Mario non mi lascia il tempo di riflettere: direi, a causa del rischio mortale dei camion, “I need a miracle every day” dei cari, vecchi Grateful Dead.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:27 nella categoria In viaggio
05 giugno 2007
Da Lucca a Altopascio (ventesima tappa)
Giornata corta, oggi. A Lucca pioviggina stamattina, anche se nel mio viaggio c’è una seria novità. Da oggi, per qualche giorno, non sono più solo. Il mio amico bolognese Mario, prode scrittore e fotografo, ha deciso per qualche balzano motivo di fare un pezzo della via insieme a me. Felice di non dover parlare più solamente con lo zaino, mi aggiro per una Lucca semi deserta e, nel portico della facciata di San Martino, vedo finalmente il labirinto scolpito che è il simbolo del pellegrinaggio terreno e il crocefisso del Volto Santo, all’interno. Sotto un cielo grigio lasciamo Lucca per una tappa non entusiasmante, praticamente tutta sull’asfalto e in parte su strade trafficate. A Capannoni, mentre siamo seduti davanti alla pieve, inizia a piovere piano e, a furia di non stare attenti e chiacchierare amabilmente, ci perdiamo un paio di volte. La seconda su un argine in una zona dove ognuna delle vie possibili porta un cartellino con scritto Via Francigena. A Porcari passiamo solo lungo la via, per fermarci finalmente a mangiare qualcosa davanti alla semi distrutta abbazia di Pozzeveri. Altopascio è oramai vicina anche se, mentre camminiamo verso la meta, i tuoni che si sentono davanti a noi ci fanno pensare al peggio… Altopascio era una delle mete importanti che mi ero posto in questo viaggio. Cresciuta attorno al suo grande ospedale medioevale, Altopascio non venne citata dal mio amico Sigerico perchè la struttura dedicata all’accoglienza dei pellegrini venne fondata tra il 1073 e il 1081. Concesso ai frati di San Giovanni di Gerusalemme (o del Tau) da papa Gregorio IX nel ‘200, l’ospedale divenne uno dei più importanti dell’Italia centrale, tanto da aprire succursali a Parigi e lungo il Camino de Santiago. Il centro del paese è ciò che resta del grande ospedale con le sue dipendenze e nella torre campanaria suonava la campana della Smarrita, che serviva a far trovare la strada ai pellegrini che l’avevano persa nelle paludi verso l’Arno. Ad Altopascio il comune è molto attento alla Francigena, e mette a disposizione dei viaggiatori un comodo alloggio con tutti i comfort necessari. Lunghezza della tappa odierna: circa 17 km, canzone suggerita alle vostre signorie “Two of us”, Beatles.
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04 giugno 2007
Da Pietrasanta a Lucca (diciannovesima tappa)
Anche oggi giornata lunga, con vari saliscendi per superare le colline che scendono verso Lucca. La mattina inizia con una camminata tra stradine e campi fino a Camaiore, dove affronto anche con un certo erotismo la (breve) deviazione verso l’abbazia benedettina di San Pietro. All’esterno, il calco di un rilievo cinquecentesco mostra il prode Sigerico (che qui aveva sostato) e il suo seguito. Lasciando Camaiore il tratto verso Montemagno si sviluppa sulla strada provinciale, con un traffico abbastanza inquietante di mezzi di tutti i tipi, ma soprattutto furgoni e camion di ditte edilizie: tutti costruiscono o ristrutturano qualcosa… Oltre il primo colle ho modo di notare nuovamente che i ciclisti sono in genere abbastanza antipatici: passano veloci con le loro tutine piene di marchi, stringono il viandante verso il ciglio, non salutano mai, da dietro ai loro occhialetti da insetti. Appena però da Valpromaro il gioco si fa duro, e la salita ricomincia, i multicolori pedalatori svaniscono. Salgo in perfetta solitudine fino a Piazzano (dove c’è, ovviamente, una Pieve) e l’unica forma di vita che incontro è una simpatica signora di una certa età con nipotino nel giardino e musica di Rod Stewart a tutto volume. Quando passo mi sorride e mi offre dell’acqua fresca (in effetti l’avevo finita) e mi spiega che quella era musica “di una volta”. Le spiego che anch’io sono un po’ di una volta, e riparto sulla strada. Che scende a lungo fino agli argini del Serchio, che raggiungo a Ponte San Pietro, in una località che si chiama Nave, in ricordo di un antico traghetto). Passo il fiume e, mentre mi sto inoltrando sulla pista ciclabile verso Lucca, alle mie spalle si gonfia un temporale nerissimo e tonante. Mi incarto nei vestitini impermeabili ma, fortunatamente, bastano una ventina di minuti sotto un platano enorme per far sfuriare Giove Pluvio. Sempre lungo la pista sull’argine arrivo quasi al centro di Lucca, e la giornata si chiude gloriosamente con un raggio di sole che illumina la facciata di San Michele. Canzone odierna, ve la dovevate aspettare: “Maggie” di Rod Stewart. Chilometri percorsi: circa 32, ma domani si riposa un po’…
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03 giugno 2007
Da Sarzana a Pietrasanta (diciottesima tappa)
Tappa ardua, che ha richiesto tenacia. E non perché i sentieri siano stati ripidi o bagnati. Solo perché il primo tratto è lungo, noioso e neanche tanto bello. Lasciata Sarzana da porta Romana, si cammina lungo strade varie fino a Luni (l’area archeologica era chiusa perché ero partito decisamente presto), poi ci si aggira all’infinito tra strade asfaltate maggiori e minori fino a Massa. Dove devo dire si arriva già stufi. Da qui ancora qualche chilometro fino a Capanne, dove riesco a rinfrancarmi un po’ perché un simpatico signore comparso dal nulla mi dice che anche lui è andato a Roma partendo da qui, e mi offre un caffé al bar. Una salita asfaltata irta di ciclisti che scendono a velocità supersonica porta al castello Aghilolfi, dove fervono i lavori di restauro e un cartello annuncia che “il concerto è stato annullato causa maltempo”. Quindi non sono stato il solo a bagnarmi, nei giorni scorsi. Intanto è uscito il sole, e una lunga strada asfaltata scende verso Pietrasanta, con qualche panorama ogni tanto verso il mare della Versilia e i parchi di due ristoranti dove si celebrano a suon di arrosti e braciole comunioni e matrimoni. Purtroppo nessuno ha il buon senso di invitarmi a pranzo. Scendi che ti riscendi arrivo a un bivio caro al mio cuore: a sinistra si va verso Stazzema, cioè verso il cuore delle Apuane e il sempre amato monte Corchia (chi non è stato speleologo non capirà questo slancio di affetto…). Dritto, dopo un paio di chilometri ancora sull’asfalto, si arriva a Pietrasanta. Oggi, già che ho camminato decisamente verso meridione, la canzone prescelta è “Southbound” della Allman Brothers Band. Chi è troppo giovane per non conoscerla, si informi, che ne vale la pena. Sui chilometri percorsi, le guide divergono, direi che 33 km potrebbe essere una giusta media. Per i cultori delle statistiche, da qui a Roma dovrebbero mancare 387 km, sugli 848 totali. La differenza fatela voi, se vi va: i miei piedi già la conoscono…
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 15:24 nella categoria In viaggio
02 giugno 2007
Da Pontremoli a Sarzana (diciassettesima tappa)
Stamattina il tempo è bigio, le previsioni meteo parlano di guai in arrivo. Mi alzo più presto possibile – cioè non molto – e scelgo di seguire l’idea che mi è venuta leggendo guide e relazioni. Cioè di camminare fino a Terrarossa, poi saltare un tratto d’asfalto con un mezzo meccanico qualsiasi fino ad Aulla e da lì proseguire con una tappona verso Sarzana. Inizio quindi a camminare da Pontremoli con un bel fresco e notevole umidità: seguo la destra del Magra tra strade di campagna non particolarmente attraenti. A Lusuolo, paese molto bello, stretto e lungo sul tracciato della Francigena, comincia a piovere piano. Cerco poi un passaggio, già che ho scoperto solo ora che oggi è 2 giugno, quindi i servizi pubblici lasciano un po’ a desiderare. Raggiungo Aulla sotto un bell’acquazzone e mi rifugio nell’abbazia dedicata a San Caprasio, fondata nell’884 e certamente visitata da tutti i pellegrini dell’epoca, dove sono stati effettuati scavi molto interessanti negli ultimi anni. Che, oltre che riportare alla luce tracce delle chiese precedenti, hanno fatto comparire anche le reliquie del santo, che fu uno dei promotori della presenza monastica in Provenza. Dotato di un’immaginetta di San Caprasio, parto finalmente da Aulla verso la via montana, cioè l’itinerario che tocca prima Bibola, arroccata su uno sperone avvolto dalla bruma e poi mi porta fino a Vecchietto (…) Da qui la musica cambia: la pioggia per fortuna diminuisce e si entra in un bosco imponente dove è quasi buio. Arranco in salita tra rami sgocciolanti e fango verso Quattro Strade, da dove finalmente inizio a scendere verso Sarzana. Di colpo, a una curva del sentiero, gli alberi scompaiono e appare il borgo di Ponzano, con dietro La Spezia, il mare di Portovenere e la lunga costa della Versilia che scende in direzione sud. A completare la meraviglia, di colpo esce il sole e tolgo qualche strato sintetico di dosso, con grande felicità. La discesa per Sarzana è ancora abbastanza lunga, e l’ultimo tratto cerco di correre il più possibile per evitare un fronte nerissimo che mi corre incontro da ovest. Ovviamente, non ci riesco ed entro trionfalmente a Sarzana sotto il diluvio. Oggi, giornata filosofica: la canzone prescelta è “Quello che non ho” di Fabrizio de André. I chilometri (escluso lo strappo in macchina)circa 34.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:11 nella categoria In viaggio
01 giugno 2007
Dal Passo della Cisa a Pontremoli (sedicesima tappa)
“L’Italia ha a ovest l’Appennino, che ora con nome diverso si chiama volgarmente Monte Bardone” scriveva il dotto Otto Frisino nel suo “De gestis Friderici II”. Che il passaggio della Cisa (cioè del Bardone) fosse uno dei punti chiave del mio viaggio – come lo era stato per i pellegrini del passato, lo sapevo. Che tale grande passo sarebbe avvenuto in modo così drammatico e dirompente, invece no. E’ abbastanza presto quando lascio l’ostello Via Francigena che si trova circa 2 chilometri prima del passo: piove, ma non molto forte. Mentre mi trovo nell’ospitale bar del valico la pioggia aumenta, e perdo tempo per un po’ sperando che si plachi. Quando l’acqua sembra diminuire chiudo tutto quello che posso e mi lancio eroicamente verso Pontremoli. Dopo 5 minuti la pioggia si trasforma in un uragano, con raffiche di vento forte, tuoni, fulmini non lontani e il sentiero che scende verso valle trasformato in un ruscello canterino di color marrone. Non ho scelta, a questo punto: torno sulla statale e cammino verso valle, sotto il diluvio, e in alcuni punti i ruscelli che scorrono sull’asfalto superano l’altezza dei miei scarponi. Resisto come posso, anche perché con questo freddo e quest’acqua è evidente che non mi posso certo fermare. Finalmente raggiungo il paese di Montelungo, dove nel bar trattoria vengo salvato da una caraffa di tè bollente, che bevo mentre ai miei piedi si allarga pian piano una pozzanghera vergognosa. Mentre ancora non riesco a smettere di tremare e battere i denti, scopro di essere stato salvato da un gentile ragazzo che si chiama Giacomo (un segno del destino!) e che in paese esistono i resti di uno xenodochio, cioè di un ospitale, che in epoca medievale aveva il compito di salvare i viandanti probabilmente conciati come me. Intanto fuori la pioggia rallenta, poi smette. Ringraziando mille volte i simpatici ragazzi della Patagonia che hanno confezionato le mie giacche a prova di uragano, continuo a camminare verso valle, fermandomi ogni tanto a strizzare i calzettoni. Mentre raggiungo Pontremoli e mi accorgo dell’esistenza dei resti della chiesetta romanica di San Giorgio, i tuoni iniziano di nuovo e piove, anche se dolcemente. I chilometri percorsi oggi, circa 20, sono stati i più duri, finora. E la canzone? Non può che essere “Who’ll stop the Rain” dei grandissimi Creedence Clearwater Revival (oppure interpretata da Springsteen, come a Milano, nel 2005, sotto un diluvio simile).
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 16:30 nella categoria In viaggio
31 maggio 2007
Da Cassio al passo della Cisa (quindicesima tappa)
Mattina piacevole, sulla via da Cassio verso il confine con la Toscana. Si cammina prima un po’ lungo la strada asfaltata (con qualche deviazione più o meno sensata su sterrato) poi, già in vista di Berceto, si lascia l’asfalto per seguire una vecchia via lastricata che scende al paese. Qui aveva sostato il vecchio Sigerico, che ne ha tramandato il nome di Sancte Moderanne. Infatti il paese aveva preso il nome da Moderanno, vescovo di Reims, che dopo aver assistito qui a un miracolo sulla via verso Roma, aveva deciso di venire a finire i suoi giorni qui, ai piedi del Monte Bardone, cioè del passo della Cisa. Il paese è vivace e quasi affollato, anche se non solo da persone simpatiche e gioviali. Mentre sto fotografando un bassorilievo che rappresenta un piccolo San Pietro con una grande chiave, una signora francese bene in carne – che è qui con un gruppo a visitare “les voies des pelerins” - domanda alle amiche, nel suo gallico idioma, “come mai questo tonto non si sposta”. Il tonto in questione, che sarei io, vede comparire come in sogno il vecchio Sigerico che si rimbocca le maniche per pestare ben bene la cicciona, ma poi decide di essere molto gentile. Le spiego solo che so bene il francese e che forse di tonti ce ne sono molti nella sua famiglia. Moderanno e Sigerico si danno il cinque mentre lascio il paese. Con qualche problema: infatti i cartelli e cartellini dedicati alla via Francigena sono decine, ma non ce n’è uno solo (come al solito) che aiuti il viandante a trovare la strada. Grazie al mio intuito eccezionale riesco a tornare sulla retta via, e salgo lentamente lungo la vallata, con solo qualche strappo in salita ogni tanto. Oggi nessun daino all’orizzonte, solo un continuo saltellare di scoiattoli. Lascio il percorso segnato seguendo le indicazioni verso destra che mi dovrebbero condurre all’ostello che si trova sulla statale. Scendendo perdo i segni e trovo l’asfalto. Già, ma in che direzione devo andare per trovare il mio candido lettino. Potendo scegliere, ovviamente scelgo il verso sbagliato e arrivo quasi al passo prima di capire che la direzione giusta era l’altra. Sbuffando come una foca torno indietro fino alla casa cantoniera trasformata in ostello dove, guarda un po’, sono l’unico ospite. Inizio a sentirmi solo soletto e, d’accordo con i miei due compari sintetici (zaino e marsupio) dedico alla giornata di oggi “Minority” dei Green Day. Chilometraggio odierno, circa 22, domani, Toscana.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:11 nella categoria In viaggio
30 maggio 2007
Da Fornovo a Cassio (quattordicesima tappa)
Tappa bella, lunga, solitaria. Usciti da Fornivo, si segue una deviazione che evita l’asfalto fino a Respiccio, poi è giocoforza seguire la provinciale che, se si esclude qualche mostruoso camion da cava, non è molto trafficata. Prima sosta a Sivizzano, sulla piazzetta del paese che offre bar e giornalaio, poi ancora avanti fino a Bardone. Il paesino sembra un gioiello, con la sua pieve romanica che si avvista già da lontano, prima di salire sul colle. Costruita sui resti di una chiesa più antica nel XII secolo, la pieve è stata restaurata nel 2000 e, dopo una breve ricerca delle chiavi in paese, con una modica somma di due euro riesco ad ammirare la collezione di sculture conservata all’interno. Oltre, si continua a salire su una strada asfaltata solitaria fino a Terenzo e, da qui, inizia la salita vera. Una mulattiera si inerpica decisa a mezza costa, fortunatamente in buona parte coperta dall’ombra degli alberi: quando mi fermo a mangiare qualcosa mi rendo conto che è giunta l’ora di fare un nuovo buco alla cintura dei pantaloni. Per tutta la salita sento nel bosco rumori di animali di grossa taglia e poi, prima di arrivare a Castello di Casola, per tre volte dei daini mi girano intorno – con un verso non proprio carino – prima di scappare via a balzelloni. L’ultimo tratto fino a Cassio è abbastanza lungo (probabilmente sono un po’ stanco), ma il paesaggio è molto bello. Siamo tra i 700 e gli 800 metri di quota e, finalmente raggiunto il paese, trovo facilmente il piccolo ostello ricavato in una vecchia casa cantoniera dell’ANAS. Domani ancora salita, fino al passo della Cisa. Nel corso della giornata la distanza percorsa è stata di poco meno di 23 chilometri, aggravati da circa 900 metri di dislivello in salita. La canzone, manco a farlo apposta, non può che essere “River deep, mountain high” di Ike e Tina Turner.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:30 nella categoria In viaggio
29 maggio 2007
Da Fidenza a Fornovo (tredicesima tappa)
Dopo una tranquilla notte trascorsa dai gentili e ospitali frati cappuccini, quando parto da Fidenza – abbastanza presto – piove leggermente e fa fresco. Pian piano si lascia la periferia della città e, tra boschi e strade di campagna, si inizia una serie di saliscendi sulle colline. Uno strano giro mi porta alla chiesa di Siccomonte poi, mentre la pioggia smette di cadere, arrivo ai piedi del paese di Costamezzana. Una bella strada tra gli alberi porta in leggera salita al castello del paese (dove si trova un agriturismo), poi la via, divenuta sterrata, si rivela orrendamente fangosa. Dopo aver cercato di camminare su due zattere di fango alte cinque centimetri provo a passare sull’erba, bagnata ma almeno non tanto appiccicosa. Felice come una pasqua raggiungo una stradina asfaltata e, sulla collina di fronte, noto una bellissima stradina di campagna che si srotola verso il crinale successivo, splendida da fotografare. Un po’ meno fantastica quando mi rendo conto che è la strada che dovrò percorrere: non solo fangosissima, ma anche bella ripida. Tutto questo su e giù mi riporta ahimé in pianura, all’ingresso del paese di Medesano, dove godo dei piaceri della civiltà: caffé, cornetti, caramelle. Non è tardi, mi sento abbastanza bene, e decido di fare ancora un bel po’ di strada, fino a Fornovo. Ancora cascine, poco fango e strade di campagna fino a Felegara, poi una botta sulla statale fino a Fornovo, dove arrivo, a dir la verità, un po’ cotto davanti al Duomo di Santa Maria Assunta. Citato già nell’854 e costruito su un basamento romano, conserva parte della facciata originale, con sculture e bassorilievi e l’altare è stato costruito utilizzando una splendida lastra con le scene del martirio di Santa Margherita di Antiochia. Felice della strada percorsa, della poca pioggia e dei piedi in buono stato, scelgo facilmente la canzone odierna “Goin’ up the Country”, Canned Heat, e constato che i chilometri percorsi sono stati circa 32. Domani si va in montagna…
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:21 nella categoria In viaggio
27 maggio 2007
Da Fiorenzuola a Fidenza (dodicesima tappa)
Dopo l’acquazzone di ieri, la mattina è decisamente fresca e piacevole. Lascio Fiorenzuola mentre ancora i banchi della festa dedicata alla via Francigena sono in fase di allestimento, e poco più di un’ora di cammino tra i campi mi porta all’abbazia di Chiaravalle della Colomba, fondata da San Bernardo nel 1135. Mi riposo un po’ nel chiostro, gotico, fresco e silenzioso. Poi la via riprende tra strade sterrate, cascine grandi e piccole con cani più o meno cattivi, e le nuvole bianche che iniziano a inseguirsi nel cielo. Verso sud si vedono bene le colline che preludono all’Appennino e mi accorgo, anche se non l’avevo notato prima, che i fiumi scorrono tutti oramai da sud (cioè dalle alture) verso nord in direzione del Po. Dopo un tratto abbastanza lungo a cinque metri dai binari della ferrovia (non avevo mai notato quanto rumore fa un Eurostar a tutta velocità), ritrovo la via Emilia che entra nel centro di Fidenza, che il caro vecchio Sigerico chiamava Sancte Domnine, e che più tardi si chiamò Borgo San Donnino. E la sorpresa nel vedere la facciata della cattedrale di San Donnino, preceduta dai resti di un ponte romano, è veramente grande. Una miriade di immagini grandi e piccole orna ogni angolo dello spazio compreso tra le due torri. Gli storici narrano che il complesso ciclo decorativo si deve in parte a Benedetto Antelami e alle sue maestranze. E, al centro del portale, una fila di pellegrini è raffigurata nell’atto di camminare verso la meta. In alto, sulla sinistra del portale principale, una statua dell’apostolo Simone regge un cartiglio con la scritta: «SIMON APOSTOLUS EUNDI ROMAM SANCTUS DEMONSTRAT HANC VIAM» (l’apostolo Simone indica che questa è la via per andare a Roma), vera e propria indicazione stradale medievale, che però può essere utile anche a me. Lo zaino insiste per farsi fare una foto vicino a uno dei leoni e lo accontento. La canzone di oggi potrebbe essere “Homeward bound” di Simon & Garfunkel. I chilometri percorsi, tra giri e giretti, circa 23.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:38 nella categoria In viaggio
26 maggio 2007
Da Soprarivo a Fiorenzuola (undicesima tappa)
La mattina inizia con grande felicità: il cielo è coperto e fa fresco. Tant’è che lascio l’accogliente casa dove ho dormito addirittura con una camicia addosso. Cammino lungo l’argine maestro del Po, poi per strade secondarie fino ad arrivare al letto del Trebbia in secca. Qui, grazie a un astuto consiglio datomi ieri, invece che seguire il corso, traversare sul ponte della statale e tornare indietro dall’altro lato, scivolo alla meno peggio fino al greto e guado il fiume. Gesto eroico che, oltretutto, mi risparmia tra i 3 e i 4 chilometri di strada. Unica disavventura di questa operazione è che vengo seguito per una ventina di minuti da due cagnacci ispidi che mi guardano molto male. Con un bel sasso tondo in ogni mano raggiungo comunque incolume l’altra riva e, dopo una mezz’ora di cammino, Piacenza. Il Duomo è forse uno dei monumenti romanici più importanti della Francigena: con una facciata di arenaria e marmo e la cripta, dove sono conservate le reliquie di Santa Giustina. Mi aggiro per la città affollata (oggi c’è la fiera e tutte le vie sono invase da passanti e bancarelle) fino alla basilica di S. Antonino dedicata al patrono della città, anch’essa romanica della prima metà dell’XI secolo. Intanto il caldo torna a crescere, insieme all’umidità, e mi accingo così al gesto dirompente progettato da tempo: salire su un treno per Fiorenzuola. Il tratto compreso tra le due località si svolge infatti (anche se credo si stia approntando un tracciato differente) in buona parte lungo la via Emilia, ed è sconsigliato – oltre che per la monotonia – anche per l’oggettiva pericolosità di passeggiare in mezzo a un traffico pesantissimo. Così in soli otto minuti otto le provvidenziali ferrovie dello stato mi spostano a est di circa 20 km! E senza alcuna fatica, per giunta…Fino al centro di Fiorenzuola, che si sviluppa tutto lungo il tracciato dell’antica Francigena, e che deve il suo nome a Fiorenzo di Tours che qui compì miracoli nel VI secolo sulla via verso Roma. In più qui sostò Sigerico (che la chiamò Floricum). Il tempo è sempre più nero, i tuoni rimbombano lontani, e sul corso si allestiscono le bancarelle per una fiera probabilmente bagnata che, domani, sarà dedicata indovinate a cosa? A una strada il cui nome inizia per F. Oggi i km percorsi realmente dovrebbero esser stati circa 18. La canzone del giorno, per i lettori più amanti della musica, vede tutti d’accordo (camminatore, zaino e marsupio): “Riders on the Storm”, The Doors.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 15:52 nella categoria In viaggio
25 maggio 2007
Da Belgioioso a Soiprarivo (decima tappa)
La mattina inizia sotto auspici decisamente funesti: anzitutto il castello di Belgioioso (incredibile quanto il nome assomigli a quello di uno yogurt) è chiuso e aprirà solo per una fiera dedicata ai trattamenti termali ayurvedici che aprirà solo il 30 maggio. Poi, percorsi due chilometri scarsi su una strada provinciale, mi trovo in località Torre dei Negri, ridente frazione che si annuncia con un serpente enorme che striscia indisturbato sulla via e poi con un cartello che ingiunge “divieto di sosta ai girovaghi”. Per completare l’opera, mentre lo sto fotografando, una sinistra auto nera si accosta e una voce roca sibila: “Capito? Quelli come te non ce li vogliamo…” Detto, fatto. Lascio a tutta la velocità consentita dalle mie gambette questo fetente paesucolo e m’inoltro tra campi e risaie verso Corteolona, poi Santa Cristina. Il paesaggio è sempre piatto, il caldo torrido, ma noto che le risaie stanno iniziando a diminuire. Passo i borghi di Miradolo Terme e Chignolo Po e, oltre Lambrinia, supero su un agghiacciante ponte su cui corre la statale irta di TIR il fiume Lambro. Oltre, apriti cielo: sembra che i cartelli che indicano la via Francigena li regalino. Il primo indica, sulla destra, il Transitum Padi, cioè il guado del Po che nonno Sigerico segnalò a Corte Sant’Andrea nella sua XXXIX tappa. Orio Litta è un piccolo paese, abbellito da un convento restaurato con tanto di pellegrino sulla facciata che è ovviamente chiuso davanti a un pellegrino accaldato. Uscendo dal borgo, nella frescura delle 14,30, passo davanti alla villa settecentesca Litta Carini (da cui un custode mi espelle senza pietà) e raggiungo con un’ultima mezz’oretta Corte Sant’Andrea, dove ho appuntamento con il mio misterioso traghettatore alle 16. Mi stendo all’ombra, il cielo si annuvola, il dibattito con zaino e marsupio (anche lui ci si mette adesso, proponendo “Down by the River” di Neil Young!) decide 2 a 1 che la colonna sonora di oggi non può che essere “The River”, di Bruce Springsteen. Poi uno scoppiettìo dal Po mi fa affacciare e notare una barchetta che procede controcorrente fino all’imbarcadero sotto ai miei piedi. Guidata da Danilo Parisi, la barchetta mi trasporta 4 km più a valle a Soprarivo di Calendasco (in provincia di Piacenza), e qui trovo una splendida cascina dove Danilo ospita pellegrini e affamati con gentilezza e un grande amore per la via Francigena. Scopro di essere, finora, il pellegrino traghettato numero 39 dell’anno domini 2007. E scusate se è poco. Chilometri da stamattina: circa 31.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 21:53 nella categoria In viaggio
24 maggio 2007
Da Pavia a Belgioioso (nona tappa)
Oggi la giornata si è svolta in un modo decisamente piacevole. Nonostante degli inspiegabili schiamazzi notturni che hanno scosso le fondamenta di Pavia fino alle ore piccole. Di buon’ora, ho iniziato con una visita a San Pietro in Ciel d’Oro, chiesa fondata nel VII secolo per iniziativa di Liutprando e rifatta nel 1117-32, dove si conserva la magnifica arca gotica (1362) che custodisce le reliquie di Sant’Agostino. Anche se sembra esserci un po’ d’aria, appena fuori dalla città e di nuovo in mezzo alle mie amate risaie (ma che ci faranno mai con tutto questo riso?) torna la familiare sensazione di essere in Vietnam. Oltrepasso i paesini di Motta San Damiano, poi di Linarolo e infine raggiungo una vera e propria piccola oasi di fresco e di bellezza. La frazione di San Giacomo della Cerreta è formata da poche case (tra cui un’accogliente trattoria) cresciute attorno a una piccola chiesa di mattoni. Dedicata a San Giacomo, appunto, cioè al santo più amato dai pellegrini di tutte le epoche e conosciuto in Spagna con il nome di Santiago. Affronto una torma di minuscoli cagnetti per chiedere alla cascina più vicina alla chiesa le chiavi, che mi vengono date con gentilezza. L’interno della chiesa, del XV secolo, è ornato da una serie di affreschi di epoche diverse dedicati al santo camminatore, di cui nell’unica navata si trova anche una bella statua. Mentre siedo all’ombra, vedo giungere due signori sbuffanti e accaldati (come me poco fa, del resto) sono due svizzeri di Coira e, ogni anno, fanno un pezzetto della Francigena, anche se con un mezzo al seguito che gli porta i bagagli: viaggiano infatti scarichi in un modo quasi indecente. Preso tutto il coraggio necessario, riparto sotto il sole verso Belgioioso, pensando a quale potrebbe essere la colonna sonora adatta alla giornata di oggi, venata da un po’ di nostalgia di casa. Io e il mio amico zaino non abbiamo dubbi: stavolta si tratta “Goin’ Home” dei cari, vecchi e delicati Ten Years After. La temperatura non accenna a calare e oggi, da vero pigro certamente più attento alla cultura e all’arte rispetto ai giorni precedenti, ho percorso circa 21 km.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 16:02 nella categoria In viaggio
23 maggio 2007
Da Garlasco a Pavia (ottava tappa)
L’uscita da Garlasco avviene seguendo sempre il nobile canale del giorno precedente, con una parvenza di fresco che, già verso le 8,30, svanisce nell’afa. I giornali locali mi informano infatti che ieri a Mortasa sono stati registrati 32° all’ombra. E probabilmente nelle risaie dove sto camminando ora i termometri si sono sciolti. Raggiunto il borgo di Groppello Cairoli, trovo tutta la cittadinanza schierata in piazza ad ammirare le evoluzioni dei bambini delle scuole che guidano macchinette elettriche rispettando appieno il codice della strada. Per me ci sono ancora risaie fino al minuscolo paese di Villanova d’Ardenghi dove, nel deserto più spettrale, da un portone schizza fuori un simpatico signore che appena mi vede urla “Via Francigena, neh?” facendomi prendere un colpo e svegliando tutti i cani del vicinato. Dopo un po’ di strada, con qualche segno della Francigena e qualche assurda freccetta che indica alle mie spalle nientepopodimeno che Santiago, purtroppo si finisce sulla strada provinciale 80. E qui i giochi si fanno durissimi. Il caldo è sempre più forte, il silenzio interrotto ogni tanto dal rombo di un SUV che sfreccia sulla via lasciandosi dietro una bolla d’aria rovente sputata dal condizionatore. Riesco a camminare mettendo un piede avanti all’altro solo per un’ora alla volta. Poi mi devo fermare assolutamente. Una sosta la faccio in un minuscolo bar sulla riva del Ticino, dove allegri bagnanti sguazzano in acqua, una seconda all’ombra di un alberane isolato su un incrocio. Con uno sforzo notevole riesco a superare autostrada e ferrovia e a raggiungere l’ombra fitta del ponte coperto che immette nel centro di Pavia, con le sue torri al di là del caliginoso scorrere del Ticino. Qui la vita rifiorisce di colpo: portici, chiese, ombra fitta e bar con tavolini invitanti. Purtroppo le previsioni meteo parlano di almeno altri due giorni di calura asfissiante… Dopo le solite discussioni con il mio zaino, la canzone scelta per fare da colonna sonora della marcia da legione straniera di oggi non può che essere “Una fetta di limone” dell’indimenticabile duo Gaber – Jannacci. In base ai miei calcoli complicatissimi (già, “beato te che non hai nient’altro da fare tutto il giorno” direte voi), la distanza complessiva da Aosta a Roma dovrebbe essere di 850 km. Da Pavia ne mancano “solo” 646, quindi ne dovrei aver percorsi 204. Oggi 23,5.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 15:48 nella categoria In viaggio
22 maggio 2007
Da Robbio a Garlasco (settima tappa)
La giornata inizia con buoni auspici, nonostante già alle 8 il caldo umido sia decisamente forte. A Robbio, quando chiedo dell’abbazia di San Valeriano, tutti mi dicono che non vale la pena: è chiusa e in restauro. Insisto nella mia decisione e vengo premiato dal fato e dalla benevolenza dello spirito di Sigerico. La porta della chiesa è aperta e da dentro, affaccendata tra i ferri del mestiere, una giovane restauratrice mi invita ad entrare. La struttura, oramai quasi completamente restaurata, era parte di un’abbazia cistercense del IX/X secolo, dedita alla bonifica delle paludi e all’accoglienza dei pellegrini. Faccio 10 minuti di treno (non per viltà, ma perché il tratto sarebbe tutto sulla statale e la mia saggia guida lo sconsiglia vivamente) e, mentre prendo un caffé a Mortara prima di lanciarmi nella traversata del Sahel fino a Tromello, nella pagina degli oroscopi della Provincia Pavese di oggi leggo alla voce Sagittario: “Datevi da fare con un poco di slancio, con più entusiasmo. Avrete una gran voglia di muovervi”. Sono esterrefatto, ma parto comunque per la lunga traversata di campi e risaie. Lungo la via mi perdo un paio di volte: la prima perché non mi sembra saggio scavalcare una rete per traversare la ferrovia, la seconda dalle parti di un gruppo di antenne militari. E, già che spesso l’aiuto decisivo può arrivare da dove uno meno se l’aspetta, da lontano una signora molto abbronzata, seduta sotto un ombrellino colorato ai margini della statale, si sbraccia per indicarmi il bivio giusto… La passeggiata tra le risaie è solitaria, scandita dal “pluf!, plof!” delle rane che saltano nei fossi, dai voli degli aironi e dallo sguazzare di diverse nutrie che solcano le acque del “Subdiramatore Sinistro del Canale Cavour” (e scusate se è poco…). A Tromello mi nascondo dalla calura per almeno un’ora in un bar che scopro essere gestito da un romano: riesco a portare il discorso sul calcio e a farlo litigare ferocemente con tutti i suoi avventori, prima di andar via alla chetichella. Gli ultimi 5 chilometri di campi mi trasportano a Garlasco e, sempre solo sulla via, a furia di discutere con il mio zaino che inizia a fare un po’ troppo il saccente con le sue rispostine acide, decidiamo che la colonna sonora ideale per oggi non può che essere la mitica “Everybody knows this is nowhere”, di Neil Young. Qui, sulla via Francigena che oltre Vercelli raccoglieva in passato tutti i pellegrini provenienti sia dalla val Susa che dalla val d’Aosta, non c’è mai un’anima viva… Distanza percorsa oggi, circa 40 km (di cui circa i primi 14 in treno).
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:34 nella categoria In viaggio
21 maggio 2007
Da Vercelli a Robbio (sesta tappa)
Stamattina, tempi lunghi. Dopo la camminatona di ieri, mi permetto un comodo risveglio e una passeggiata per il centro di Vercelli. In piena campagna elettorale, il cuore della città offre monumenti, chiese, bar con tavolini all’ombra che mi rallentano decisamente. Così è solo all’alba delle 10,30 che mi metto in cammino davvero, superando il ponte sul Sesia e scoprendo che, subito oltre, una mano amica ha segnato con dei piccoli pellegrini gialli il percorso verso Robbio. Che si svolge per molti chilometri sull’argine di sinistra del Sesia, affiancato da risaie piene di aironi, corvi e uccelli di tutti i generi. Che, dopo il sottopassaggio dell’autostrada, si levano in volo di colpo tutti insieme. Il motivo, un po’ preoccupante in verità, è che un piccolo elicottero vola a tutta velocità verso di me a tre metri d’altezza sulla strada, spargendo una nube bianca. Memore di come questo genere di cose va a finire in Apocalypse Now, comincio a gesticolare e, dopo che il pazzo è volato un po’ più in là, cerco di camminare un chilometro trattenendo il fiato. Il caldo è notevole, e non un alito di vento passa le barriere di alberi che separano le risaie dal fiume. Con un certo sforzo giungo infine a Palestro – luogo della celebre battaglia – dove una gentile signora, vista la mia delusione davanti a tutti i bar chiusi, mi indica la via verso l’ombra e il prato del Circolo Ricreativo. Qui, tra tavolini di giochi di carte (e di esclamazioni per me incomprensibili) scopro che sono stati proprio loro, i signori del circolo, a segnare il tracciato da Vercelli a Robbio. Che conoscono bene la Francigena, e che quindi sono gentili e accoglienti nei miei confronti. Felice e contento, nella frescura delle 14,30 riparto verso Robbio e gli ultimi cinque chilometri fanno diventare le mie braccia, nonostante la crema solare, di un bel color violetto. Chilometri percorsi, circa 22.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 22:05 nella categoria In viaggio
20 maggio 2007
Da Piverone a Vercelli (quinta tappa)
Svegliato dal cinguettare degli uccellini e dallo starnazzare delle papere che galleggiano sul lago di Viverne, decido di partire presto per evitare la calura che si preannuncia dal cielo bianco. Dopo un tratto sul lungolago tra i pedalò in secca e un paio di chilometri sulla statale, la via mi porta per boschi e mulattiere a scavalcare una delle ultime alture che mi attendono fino al lontanissimo Appennino della Cisa. Passeggio tra cascine e campi di mais, con qualche raro colpo apoplettico dovuto alla comparsa di cani enormi e feroci per fortuna in genere legati. Il mio passeggiare tra boschi e fresche frasche però termina di colpo. Una strada prima sterrata e poi asfaltata mi trascina via dal paesaggio ameno di prima e, negli ultimi chilometri, diventa deprimente a causa di cave e discariche. Per non deprimermi troppo estraggo dallo zaino gli unici due additivi stimolanti che possiedo: un pacchetto rosa di pastiglie Leone al lampone (edizione del 150° anniversario!) e l’i-pod. Solo la vociona roca di Bruce Springsteen riesce a farmi superare il momento di sconforto, e con le ali ai piedi raggiungo serenamente un canale (che qui chiamano il Naviglio) e l’autostrada, che scavalco dirigendomi a Santhià. Non c’è molta animazione in città, oggi. Seduto a un tavolino del Caffè della Piazza, attendo un’ora che il parroco compaia, beva il suo succo di mandarino, chiacchieri con tutti della Juventus tornata ad aggirarsi nella serie A e infine mi apra la cripta di Santo Stefano, al di sotto della chiesa di Sant’Agata. Lo sento: certamente nonno Sigerico è stato qui, già che le sue colonne sorreggono queste volte dall’VIII secolo. Felice come una pasqua per la visita parto per gli ultimi 5 chilometri della tappa che ho ideato. Ma la sorte cinica e bara fa sì che, per un’incomprensione, l’unico albergo di San Germano Vercellese non abbia segnato la mia chiamata e abbia riempito tutte le sue camerette. Restano 12 chilometri di risaie, fino a Vercelli ma, entrando in stato confusionale in città, ho il piacere di passare vicino alla basilica trecentesca di Sant’Andrea. Distanza percorsa oggi, come al solito approssimativa, circa 36 km.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 18:55 nella categoria In viaggio
19 maggio 2007
Da Carema a Piverone (quarta tappa)
Bel tempo, anche oggi. E un percorso che si è rivelato molto più piacevole di quel che pensassi. Infatti tutto il primo tratto si svolge lontano dalla Statale e tocca piccoli paesi sperduti tra le vigne e i grandi massi di frane antiche: Torredaniele, Cesnola, Settimo Vittone. Certo, il tracciato che sto seguendo (riportato sulle carte realizzate dall’Associazione dei Comuni della Via Francigena) inn questo modo si allunga e mette il camminatore di fronte a qualche salita. Ma è comunque mille volte meglio che camminare in pieno sole lungo la statale affollata di gitanti per il week-end. Anche se questo blog è dedicato alla Francigena, il mio istinto democratico non può però tacere di fronte a un orrendo crimine che noto da giorni. Chiusi in cattività, con i piedi murati nel cemento, addirittura attaccati uno all’altro come nei penitenziari dell’Alabama, i nani da giardino del Piemonte e della Valle d’Aosta gridano vendetta e chiedono la libertà. Chissà se anche da noi nascerà un giorno un movimento per la loro liberazione… Per raggiungere Ivrea si sale sulle pendici dell’antica morena creata dai ghiaccia valdostani, e ricca di laghi. A un certo punto, avvistato il lago Pistono, penso di avere le traveggole: un cartello escursionistico indica (e in due direzioni diverse) “alla ricerca del lago Coniglio”. Mi allontano quatto quatto prima che sbuchino fuori da sotto un castagno anche Alice e la Regina di Quadri. Traverso velocemente Ivrea e mi dirigo verso Bollendo e Palazzo Canadese. Fa caldo quando supero il carcere di Ivrea, e ancora più caldo mentre arranco a mezza costa fino a raggiungere l’agognata meta di Piverone, oramai a un passo dal lago di Viverone. Secondo i miei calcoli approssimativi oggi ho totalizzato qualche metro in più di 30 chilometri.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:09 nella categoria In viaggio
18 maggio 2007
Da Verrès a Carema (terza tappa)
Non c’è due senza tre. E quindi stamattina, sotto un bel sole e con un vento forte, lascio Verrès per raggiungere la riva della Dora, che scorre grigia e argentata tra pascoli e campi. Dopo poco la Francigena torna sul versante esposto a sud e gira alle spalle delle vecchie case di Arnad fino a raggiungere quella che forse è la più bella delle chiese romaniche della Valle d’Aosta, San Martino. Con 50 centesimi si può ottenere l’illuminazione della navata e fa un certo effetto pensare che sotto questi archi sono passate centinaia di fedeli diretti a Roma nell’epoca d’oro del pellegrinaggio medievale. Lasciata alle spalle Arnad e il suo celebre lardo, un tratto oltre il fiume porta al ponte che mi permette di riguadagnare la riva sinistra e poi il borgo di Bard, ai piedi della sua imponente fortezza. Ristrutturato da poco, il forte è oggi sede di un grande museo dedicato alla montagna, di esposizioni, un albergo, mostre. Forse troppo, penso mentre passeggio per il tratto della Francigena lungo cui sono nate le case del paese, fino a raggiungere una maschera del Cinquecento che serviva a proteggere una fonte dal maligno. Mi fermo nello spazio della Casa della Meridiana, dove l’inarrestabile Agnese Molinaro mi racconta del borgo, della sua rinascita, delle sue esperienze teatrali ambientate tra le case e narrate da un attore-pellegrino. Proprio mentre parto felice e contento (anche per delle recenti soddisfazioni calcistiche, devo ammetterlo), il Fato colpisce. Il tratto della via romana delle Gallie che mi avrebbe dovuto portare a Donnas è chiuso da un cantiere e, quando chiedo a uno sgraziato operaio se a piedi si può passare, non solo l’energumeno dice di no, ma si apposta anche su un sasso come a dire: "Vediamo se hai il coraggio di scavalcare...". L’alternativa sono tre chilometri sulla statale, come a dire un passo nel terrore. Che termina solo a Donnas, da dove una benedetta stradina in salita mi allontana dai Tir e mi porta fino al ponte romano dell’ultimo paese valdostano: Pont-Sain-Martin. Ancora pochi chilometri e, per principio, mi fermo subito oltre il cartello che segnala il confine tra Valle d’Aosta e Piemonte. I chilometri fatti non sono molti, oggi, direi tra i 21 e i 23.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 20:05 nella categoria In viaggio
17 maggio 2007
Da Chambave a Verrès (seconda tappa)
Oggi, ahimé, è 17, anche se per fortuna si tratta solamente di un giovedì. Mi sveglia il leggero rumore dell’acqua che sgocciola nelle grondaie e questo fenomeno mi fa valutare l’idea di non uscire dal letto in segno di protesta. Già che anche le scuse più strane sono esaurite, decido di partire comunque e i primi tratti a mezza costa sono veramente spiacevoli a causa dell’erba alta e bagnata. In un’oretta di cammino, tra saliscendi e fresche frasche, arrivo ad affacciarmi dall’alto su Saint Vincent, perfettamente riconoscibile per la sagoma disneyana del Casino de la Vallée. Traverso il paese, guardato con una certa curiosità dalle persone normali che, sotto balconi e ombrelli, sembrano un po’ scettici sull’idea di camminare sotto l’acqua. Dal paese esco commettendo una serie di errori che mi porta fuori strada e mi costringe a traversare la statale per tornare a salire sul mio solito versante sinistro della Dora. Mentre mi avvicino sbuffando tra castagni fradici e fanghiglia a una rupe scura, mi accorgo che si tratta del Mont Jovet, quello che i romani del passato chiamavano Mons Iovis. Forse riconoscendo il mio accento, dall’alto dei cieli Giove decide di darmi una mano: si alza il vento, la pioggia poco a poco smette di cadere. La discesa verso il paese di Montjovet segue una strada a mezza costa che, in alcuni tratti, ricalca il tracciato originale della Strada delle Gallie. Il vento continua ad aumentare e – c’era da aspettarselo – arriva il dulcis in fundo del malefico dì 17. Infatti il tracciato della via Francigena che si sta per segnare, senza un valido motivo inizia a salire all’infinito per scavalcare un colle remoto e inutile, seguito da una discesa da capre di 300 metri di dislivello che mette a dura prova le ginocchia di un malcapitato trasportatore di pesante zaino. Un breve tratto a fianco della statale porta finalmente a Verrès, ai piedi del suo quadrato e imponente castello. E, seguendo la ferrovia, raggiungo un simpatico ostello che, già che si chiama “Casello”, è giustamente situato a fianco della ferrovia. Stendo tutto ad asciugare su un prato verdissimo con un vento imponente. E credo di aver coperto una distanza compresa tra i 23 e i 25 chilometri. Domani sarà la mia ultima tappa valdostana.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 20:48 nella categoria In viaggio
16 maggio 2007
Da Aosta a Chambave
Stamattina splende un magnifico sole e, prima di partire verso casa, mi sembra giusto andare a fare una visita alla chiesa di Sant’Orso e al suo splendido chiostro. Beato medievale tostissimo, in grado di convertire chiunque, Sant’Orso mi sembra un buon protettore per l’inizio della mia gita a piedi. Esco da Aosta seguendo l’antica via romana, passo a fianco all’arco del mio progenitore Augusto poi dopo Saint Christophe, poco a poco le case diminuiscono e la strada si fa bella e solitaria. Quasi tutta a mezza costa, in questo primo tratto, segue un vecchio canale (ru, in valdostano). Arrivo al castello di Quart, in restauro, e dopo un po’ di strada mi trovo in una zona dove non è facile trovare la via. Infatti la sbaglio e, proprio mentre sono ai margini di un enorme e inutile pascolo, vengo colpito in pieno da una raffica di schizzi sparati da decine di enormi irrigatori. Fuggo, dopo aver visto, al di là del maledetto prato che volevo attraversare, il mezzadro che alza le braccia al cielo quasi a dire: “il progresso non si può arrestare…” Dopo un po’, sulla strada verso Nus, la situazione si complica ancora, e il tragitto a mezza costa che avevo sperato di percorrere si trasforma in una serie continua di salite e discese non sempre spiegabili. Comunque la strada continua in alto sul fondovalle, sulla sinistra orografica della Dora, cioè sul lato esposto al sole dove da millenni si coltiva la vite. Il tratto più intricato è però quello che porta alla mia meta di Chambave, con un paio di luoghi complessi e una salita da skilift. Comunque, verso le 16, arrivo felicemente a destinazione, soddisfatto per i circa 25 chilometri del mio primo giorno di viaggio sulle orme di nonno Sigerico.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 17:23 nella categoria In viaggio
15 maggio 2007
Aosta: la partenza
Curioso, pensare quanto poco ci vuole a fare 900 chilometri al giorno d’oggi. Un’ora d’aereo, tra Roma e Aosta. E un mese a piedi, sulla via del ritorno. Comunque la decisione è presa: partirò domani da Aosta e non dal Gran San Bernardo: c’è ancora neve in quota e anche i cani dell’ospizio sono ancora a svernare a Martigny, nei loro bei canili riscaldati. E le foto che vedete sono state fatte in un momento più propizio. Quindi, probabilmente sotto una bella perturbazione che ha raggiunto le Alpi, domattina sarà il vero via del mio viaggio.
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Inserito da Fabrizio Ardito alle 9:39 nella categoria In viaggio
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