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Diari di viaggio

Il basso Lazio. Da Colleferro a Piana delle Orme

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Dal 31 ottobre al 5 novembre 2017

Sfuggendo al subdolo suggerimento del navigatore, che cerca di farci inoltrare in uno stretto vicolo, raggiungiamo felicemente il punto di ritrovo nel parcheggio antistante gli impianti sportivi di Ciciliano, la nostra prima tappa, un piccolo paese stretto attorno ad un castello che, edificato per consentire il controllo del territorio circostante, è poi divenuto il centro aggregante di una comunità cittadina.

Subito abbiamo l’occasione di apprezzare le qualità del luogo, con una passeggiata serale accompagnati da Palmira, la nostra guida che, con competenza ed autentica passione, ha illuminato il nostro soggiorno: ci ritroviamo così ad ammirare autentici scorci da fiaba, fra vicoletti scalinatelle, piazzette microscopiche incorniciate da casette magari modeste, ma deliziosamente suggestive, il tutto dominato e si direbbe sorvegliato  dalla massiccia e severa presenza del Castello Theodoli.

Appunto dal Castello iniziamo la visita guidata il giorno dopo; nato come semplice presidio di un colle strategico, originariamente poco più di un magazzino fortificato via via ampliato con aggiunta di bastioni ed opere difensive, questo maniero è divenuto nel tardo cinquecento e dopo alterne vicende, di proprietà dei marchesi  Theodoli, potente famiglia aristocratica romana, annoverata fra la nobiltà “da baldacchino” ovvero degna di ricevere il pontefice nelle proprie dimore.

L’edificio mantiene l’aspetto di un rude presidio militare, ma venuto meno questo ruolo, gli ambienti interni  sono stati trasformati con gusto e l’arcigno ha maniero assunto la pacifica funzione di residenza grazie anche all’opera di una “castellana”  giunta da oltre oceano all’inizio del secolo scorso che ne ha ingentilito  in particolare le piccole corti, trasformati in giardini verdeggianti.

Il tempo di rifocillarci in  un simpatico intermezzo nel salone d’onore e di ammirare alla luce del giorno il borgo attorno al castello e ci dirigiamo con i camper ad un altro interessante sito: Villa Manni, ovvero le vestigia di Trebula Suffenas. Qui il proprietario del terreno a fronte del ritrovamento di reperti inizialmente attribuiti ad una villa di epoca romana, anziché darsi ad un  lucroso commercio clandestino, ha dato il via ad un’opera di scavo che ha permesso di individuare gli elementi di una città vera e propria, Trebula Suffenas, appunto creando poi un singolare museo all’aperto, dove i reperti si integrano con costruzioni recenti, ma costruite in armonia con lo stile d’epoca.

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Salutiamo Ciciliano e Palmira con l’augurio di poter vedere sempre più premiata la sua dedizione, ci accingiamo ad un balzo di qualche secolo, a dispetto della modesta distanza fisica rispetto alla nostra prossima meta, Colleferro.

Questa città, a differenza di tutti i borghi circostanti, ha una storia a malapena centenaria, si tratta infatti di un abitato sorto all’inizio del novecento per alloggiare le maestranze del grande stabilimento chimico Bombrini Parodi Delfino, per la maggior parte provenienti, con le famiglie, da altre regioni d’Italia.

La nuova città, come per realtà analoghe quali Valdagno e Crespi d’Adda, venne edificata secondo criteri di urbanistica sociale con l’obiettivo di assicurare dignitosi livelli di benessere ai dipendenti, sotto l’aspetto architettonico si tratta, visto il periodo, di un esempio di architettura razionalista.

Purtroppo, una certa miopia non ha permesso di valutare in modo appropriato costruzioni non abbastanza cariche di valore “storico” agendo per la loro conservazione e ‘impianto cittadino originario è stato in parte stravolto, ben più grave per il tessuto sociale è stata la cessazione, dopo alterne vicende, dell’attività produttiva del grande stabilimento a cui le sorti della città erano così strettamente legate.

Ora un’amministrazione giovane ed un gruppo di ragazzi volenterosi lavorano per individuare nella cultura e nelle tecnologie avanzate nuove risorse per la vita cittadina; una particolarità forse unica di questa citta è una estesissima rete di gallerie, due complessi di 3 e 6 km, originariamente cave di pozzolana usata nelle costruzioni, riconvertite in rifugi antiaerei già nel periodo prebellico, la produzione di esplosivi era infatti la principale attività dello stabilimento e la sua funzione strategica implicava misure straordinarie di difesa e sicurezza.

Da qui è quindi partita la nostra visita, sotto la guida del signor  Renzo Rossi  e dei suoi collaboratori siamo stati accompagnati all’interno del suggestivo labirinto del rifugio S. Barbara, dove abbiamo appreso della nascita ed evoluzione della città e di come durante l’ultimo conflitto questo complesso sistema di gallerie fosse diventato per lunghi mesi abitazione stabile per la popolazione civile, in pratica trasferendo nel sottosuolo tutte le attività quotidiane della comunità in immaginabili condizioni di precarietà e disagio.

Terminiamo la giornata con la cena presso uno dei locali che paiono essere fra i punti focali della “movida” giovanile e ci prepariamo alla seconda giornata del soggiorno colleferrino che ci ha portato a visitare il museo archeologico, collocato nell’area dove sono attive sezioni specialistiche delle università romane il museo raccoglie numerosi reperti provenienti dalla zona, Colleferro è “nata” giusto ottanta anni fa, ma l’area non è certo avara di testimonianze storiche, dall’epoca pre romana  al Medioevo, la parte forse più suggestiva è forse quella dedicata ad ere ancor più remote, incentrate sui resti di un elefante preistorico che un gruppo di giovani paleontologi sta studiando e lavorando alla sua  riproduzione in grandezza naturale.

Nel successivo cordiale incontro con il sindaco della città abbiamo modo di apprezzare la determinazione con la quale si sta cercando di individuare e promuovere iniziative per  valorizzare il territorio e trarne occasione per creare nuove opportunità, specie per le nuove generazioni evitando che questa singolare comunità decada a grigia appendice della captale.

A completare questo intenso programma le visite al museo delle telecomunicazioni, dove si possono ammirare tutta una serie di apparecchi, dagli esempi dei più rudimentali segnalatori ottici a complessi sistemi che, pur recenti sono ormai reperti di archeologia industriale, frutto della tenace attività di un collezionista privato e che al pari dell’analoga raccolta Fumagalli di Bologna, meriterebbe una molto maggiore considerazione, a contorno la visita ai locali contigui, sede del gruppo modellistico ha rappresentato per molti un piacevole ed interessante tuffo in una dimensione ludica associata però a contenuti ed abilità tecnico/artigianali di livello più che rispettabile.

Proseguendo nel nostro programma il giorno successivo ci siamo spostati verso l’abbazia di Casamari bell’esempio dell’architettura gotica interpretata dall’ordine Cistercense, Leda Virgili la nostra guida ci ha quindi condotto in un escursus su costruzione e storia, del monastero e del potente ordine religioso che ne è stato l’artefice.  fra le austere  volte della sala capitolare, il grande refettorio, il chiostro fino alla imponente basilica  dove la severità delle linee viene esaltata dalla suggestiva illuminazione filtrata dalle vetrate in alabastro.

Nel pomeriggio la sosta, ormai tradizionale per i raduni in quest’area, presso l’oleificio Iannotta ha rappresentato un momento certamente più prosaico, ma certo non meno apprezzato, in particolare, dopo la visita agli impianti ed il “rifornimento” di specialità gastronomiche locali,  nella sua conclusione conviviale nel ristorante vicino.

Devo ammettere di aver considerato con una certa diffidenza la nostra ultima tappa di Piana delle Orme, temendo di trovarmi di fronte ad un magazzino di rigattiere gigante, ho però dovuto ricredermi di fronte alla mole imponente di materiali, ottimamente conservati, restaurati o mantenuti volutamente nelle condizioni  originarie, spesso inseriti in suggestivi diorami a grandezza naturale.

Mentre la sezione militare, arricchita di recente da una bell’assortimento di mezzi aerei e navali, è soprattutto dedicata al coinvolgimento italiano nell’ultimo conflitto, la sezione civile, dedicata alla bonifica dell’agro pontino ed alla vita in campagna nella prima metà del secolo scorso è forse meno spettacolare ma capace di ricreare un mondo che, conosciuto per esperienza diretta o attraverso i racconti di chi ci ha preceduto,  suscita sicuramente  un forte coinvolgimento emotivo.

Tirando le somme, anche in questa occasione abbiamo avuto l’occasione di avvicinare realtà poco conosciute, in un territorio del quale superficialmente si potrebbe affermare di aver detto tutto, sarà sempre più ardua al scoperta di ulteriori “primizie” ma certamente anche per le iniziative future il Club sarà all’altezza della propria fama.

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