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PleinAir | Viaggio

Arezzo Arezzo - Toscana, Italia

Arezzo, la città della Chimera

Testo e foto di Franco Patini | PleiAir 471

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Piazza Grande

11 novembre 2014

Alla dovizia di un patrimonio storico e artistico che ne fa uno dei luoghi simbolo della cultura medioevale e rinascimentale, Arezzo somma una quotidianità di vivace eleganza, da apprezzare al meglio con gli strumenti del pleinair.

 

L’arrivo ad Arezzo lungo l’Autostrada del Sole è favorevole per chi, dirigendosi verso la città, vuole trovare subito la sistemazione più adatta alla visita in camper. Lungo il raccordo si seguono le indicazioni per il centro fino a imbattersi nel giro delle mura, da non attraversare ma da seguire esternamente in senso orario; dopodiché, sfiorate la Porta Lorentina e la Porta di San Clemente, saranno sempre le mura a identificare l’ampio e ordinato parcheggio di Via Pietri, mentre 500 metri più avanti, svoltando a sinistra lungo Via Tarlati, è disponibile l’area attrezzata riportata sul Portolano. Quest’ultima ha di bello il fatto di trovarsi già in campagna, e con una piccola passeggiata permette di utilizzare le scale mobili che dal parcheggio Pietri superano il dislivello delle mura per affacciarsi alla sommità del quartiere storico. Non bisogna dunque faticare molto per ritrovarsi nel cuore di Arezzo, dove si fronteggiano la cattedrale di San Pietro e la merlata torre del Comune, antico Palazzo dei Priori. A pochi passi l’ufficio turistico, dove procurarsi i materiali informativi che renderanno più agevole il soggiorno. Della cattedrale, iniziata al termine del XIII secolo in stile gotico e sviluppatasi a più riprese fino al neogotico della facciata, risalente all’inizio del ’900, si apprezza l’ariosa posizione non meno che la qualità delle opere: la gotica Arca di San Donato che costituisce l’altare, il cospicuo cenotafio del vescovo Guido Tarlati che agli inizi del ‘300 fu energico e volitivo signore della città, il magnifico affresco della Maddalena del grande Piero della Francesca. Un po’ del nostro tempo richiederanno anche le superbe vetrate di Guglielmo di Marcillat, artista giunto dalla Francia che visse lungamente ad Arezzo, dove si spense nel 1529: delle sette che creò per la cattedrale, da ammirare in particolare La cacciata dei mercanti, Cristo e l’adultera, La resurrezione di Lazzaro. Quanto allo slanciato campanile, riconoscibile anche a distanza, consentirà un buon orientamento generale. La parte più elevata del nucleo antico, dove ci troviamo, era circoscritta dalle mura etrusco-romane, ma di quell’epoca non molto è giunto fino a noi.

La Chimera

i bastioni della Fortezza Medicea, risalente alla dominazione fiorentina

i bastioni della Fortezza Medicea, risalente alla dominazione fiorentina

Il reperto più famoso è certamente la Chimera, datata tra il V e il VI secolo a.C. e tornata alla luce presso Porta Lorentina nel 1553, quando Arezzo era da tempo pertinenza fiorentina (per cui Cosimo I de’ Medici non esitò a portarsi il bronzo a Firenze, dove oggi è custodito nel Museo Archeologico Nazionale). Qui si accontentarono di produrne varie copie tra le quali attira l’attenzione, nell’atrio della sede comunale, una dipinta di rosso e avvolta in un groviglio di filo spinato, chiara allusione alla prigionia che da più di quattro secoli l’originale subisce in quel di Firenze. Al di là della cattedrale si stende un panoramico parco pubblico, il Prato, nel quale spicca un elaborato monumento a Francesco Petrarca. L’area verde è orlata dai baluardi della fortezza stellare dovuta ai Sangallo, una delle tante che verso il ‘500 i Medici fecero erigere nelle inquiete province sottomesse per scoraggiarne la ribellione. Dall’acropoli scende fino al piano una serie di strade, talune piuttosto ripide, tagliate da vie minori che seguono i livelli del colle, tra edifici in arenaria grigio-beige che porta i segni del plurisecolare logoramento della pietra mantenendo un sapore antico esente da irruzioni della modernità. Ancora in prossimità del duomo, per Via Ricasoli ci si può dirigere su Via dei Pileati sfiorando la ripristinata casa natale del Petrarca, cui segue un quattrocentesco Palazzo Pretorio tempestato da stemmi. Di fronte hanno inizio le arcate del lungo edificio vasariano delle Logge, che seguiremo per trovare altre significative testimonianze della Arezzo storica. La Piazza Grande, che dovrebbe corrispondere al foro della città romana, fu nell’alto Medioevo un’area di mercato inclusa solo in un secondo tempo nelle mura cittadine. Si tratta di una non frequente piazza inclinata di forma irregolare, pavimentata in cotto e circondata sui quattro lati da emergenze monumentali. Le Logge, che il Vasari poté solo progettare perché morì l’anno successivo all’avvio di lavori durati più di vent’anni, fronteggiano su due lati una serie di case e torri di origine medioevale, insieme a una salda fontana di pietra; sul quarto lato si susseguono l’abside della pieve medioevale di Santa Maria, con le sue eleganti teorie di colonnine, e l’ex Palazzo di Giustizia eretto nel ‘700 accanto alla Fraternita dei Laici, in cui egregiamente si fondono gotico e rinascimento. Le svariate botteghe d’antiquariato che affacciano sulla piazza, insieme alle tante altre del centro storico e alla fiera che vede ogni prima domenica del mese i banchi di centinaia di espositori d’ogni provenienza dilagare anche nelle strade adiacenti, concorrono a fare di Arezzo un sito fondamentale per il collezionismo d’arredo.

Stemmi nobiliari sulla facciata del Palazzo Pretorio

Stemmi nobiliari
sulla facciata del Palazzo Pretorio

Un’altra manifestazione di elevatissimo richiamo nella storica piazza è la Giostra del Saracino, che fin dal ‘500 simboleggia le dure sfide contro i Mori e ha luogo ogni anno a giugno e settembre. Restano comunque lontani i tempi in cui questo spazio rappresentava il fulcro della vita cittadina, pulsante di commerci specie sotto le Logge del Vasari, che costituivano allora anche il passeggio abituale dei ceti abbienti. Seguendo il lato sinistro dell’abside di Santa Maria si giunge in Corso Italia, sul quale prospetta l’ampia facciata romanica della chiesa, insieme a un campanile alto 60 metri e alleggerito, su cinque livelli, da una serie di bifore. Qui, nell’archivolto del portale, i restauri hanno liberato dalla grigia patina dei secoli un gruppo di deliziose sculture policrome risalenti al Medioevo e raffiguranti i mesi attraverso le attività della campagna. Fra gli altri notevoli edifici spicca il trecentesco Palazzo dei Capitani che è oggi la Casa Museo Bruschi, dal nome del collezionista e antiquario che la possedette e nella quale si possono ammirare qualità e varietà delle sue importanti raccolte.

La Leggenda di Piero

chiesa di San Domenico

chiesa di San Domenico

Tornati al mezzo su percorsi ormai intuitivi, un secondo giorno di visita potrà stavolta iniziare dalla non lontana Porta San Clemente, varcando qui le mura e imboccando Via San Domenico. Nella laterale Via XX Settembre si ammira la casa di Giorgio Vasari, oggi museo e archivio, che l’artista acquistò verso il 1540 decorandola personalmente. Tra i dipinti esposti ci ha colpito una suggestiva tavoletta di Perin del Vaga, rappresentante il Diluvio; ma l’ambiente più significativo resta la stanza del camino, affrescata dallo stesso Vasari e dove la figura che legge accanto alla finestra sarebbe l’artista in persona. Su Piazza San Domenico la chiesa gotica omonima va visitata in primo luogo per il crocifisso attribuito a Cimabue. Poi, imboccando la vicina Via Sassoverde, si giunge al monumento a Ferdinando III e si discende l’erta Piaggia di Murello, toccando la manieristica Santa Maria in Gradi e giungendo al ricco Museo d’Arte Medioevale e Moderna. L’austerità dell’ambiente urbano si mantiene tra i palazzi che orlano Via Cavour, sulla cui destra la spoglia facciata dell’Annunziata introduce a una lacrimazione della statua della Vergine avvenuta nel 1490 nel locale “spedale per gli infermi e i pellegrini”.

Continuando in Via Cavour, dove si visita la chiesa delle Sante Flora e Lucia in Badia, ci attende a Piazza San Francesco l’omonima basilica decorata nel ‘400 da Piero della Francesca, con l’incredibile ciclo della Leggenda della Vera Croce. Questi affreschi, ai vertici della pittura rinascimentale, raffigurano le vicende narrate nel ‘200 da Jacopo da Varazze coinvolgendovi personaggi come Salomone e la Regina di Saba, Costantino e Massenzio, il sovrano di Persia Cosroe e l’imperatore bizantino Eraclio. Nell’episodio del ritrovamento delle tre croci noterete facilmente anche la veduta della Arezzo del tempo, già con la dominante cattedrale. Avremo presto il piacere di tornare a occuparci del maestro nel visitare la valle dell’alto Tevere toscano, che gli dette i natali. Ormai all’uscita del centro storico, imboccata Via Monaco, eccoci tra le aiuole di Piazza Guido Monaco, quadrivio della vivace Arezzo moderna. Sulla sinistra, percorrendo Via Crispi, si arriva poco dopo a conoscere le tracce più vistose dell’epoca romana, ovvero la grande area dell’anfiteatro con l’ex monastero degli Olivetani, disegnato sulla curvatura ellittica delle strutture classiche. L’edificio ospita un cospicuo museo etrusco-romano che ha tra i documenti più importanti il famoso cratere di Eufronio, pezzo greco del 500 a.C. verosimilmente appartenuto a un acquirente etrusco. Alcune delle numerose sale sono dedicate ai vasi corallini a figure nere, prodotti con la raffinata tecnica della terra sigillata aretina.

Scoperte fuoriporta

cattedrale di San Donato

cattedrale di San Donato

Alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, che per la posizione del tutto periferica è preferibile raggiungere con il mezzo, si giunge dal parcheggio di Via Pietri seguendo all’inverso il percorso dell’arrivo, ma continuando poi ad aggirare le mura e quindi, oltre la stazione ferroviaria, prendendo per Via Niccolò Aretino e Viale Mecenate. Sulla soglia del recinto che racchiude la parrocchiale si è subito colpiti dall’ariosa eleganza del portico, eretto da Benedetto da Maiano una quarantina d’anni dopo la costruzione dell’oratorio, voluto da San Bernardino verso il 1443. Altri due portici isolati si trovano ai lati del prato e il tutto forma, insieme ai pini, un quadro di gentilezza tutta toscana. All’interno spicca l’altare maggiore, che include parti in terracotta di Andrea della Robbia. Quanto alla tardiva costruzione del porticato, è da pensare che sia stata una soluzione escogitata dal Maiano allo scopo di fornire un riparo da sole e pioggia ai fedeli che accorrevano in pellegrinaggio.
Procedendo sulla destra del recinto murario di Santa Maria e svoltando a sinistra al primo incrocio, si raggiunge la pieve di Sant’Eugenia al Bagnoro, da poco restaurata. L’edificio, con interno a tre navate, risalirebbe al VII secolo e risulta oggi di circa 2 metri sotto il livello del terreno per effetto di frane ed esondazioni che fecero salire nel tempo il piano della campagna: una circostanza che nulla ha tolto alla suggestione del sito, anzi l’ha accresciuta. La nostra peregrinazione aretina ci è parsa infine una buona occasione per verificare l’ipotesi, sostenuta da alcuni studiosi, che Leonardo abbia ritratto come sfondo della Gioconda l’Arno presso il medioevale Ponte a Buriano. Spingendosi di qualche chilometro fuori città, magari in bicicletta e muniti di una piccola riproduzione dell’opera, constateremo che non basta una gran buona volontà per apparentare i luoghi al dipinto leonardesco: più ragionevole pensare che la fantasia dell’artista abbia messo insieme le visioni della memoria per creare uno sfondo adatto alla signora dall’enigmatico sorriso.  

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