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PleinAir | Viaggio

Sibillini Macerata - Marche, Italia

L’Italia di San Francesco/5 – Eremi e canyon


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20 dicembre 2003

Vette imponenti separate da profonde gole che l’erosione ha scavato nel calcare, boschi di faggio e lecci abbarbicati alle rocce. Non ci sono dubbi che il versante orientale dei Sibillini, affacciato sulle dolci colline del Piceno, offra al visitatore l’ambiente più spettacolare delle Marche. Un mondo più che adatto – grazie alle sue rocce, alle sue sorgenti, ai suoi boschi – all’insediamento di comunità di eremiti e monaci, analoghe a quelle della lontana Maiella e della vicina Montagna dei Fiori.
Non è certo che Francesco abbia effettivamente raggiunto nelle sue peregrinazioni i Monti della Sibilla. In compenso, due dei luoghi della fede più spettacolari di queste valli sono legati in vario modo al suo Ordine. Il primo, di origine benedettina, è oggi abitato da un autentico eremita francescano. Il secondo, fondato nei primissimi anni di esistenza dell’Ordine, ha ospitato l’ala più intransigente e battagliera dei Francescani, ed è stato restaurato da qualche anno da un gruppo di laici.
La prima storia che vogliamo raccontare è quella di Fra’ Pietro, il “muratore di Dio” che ha restaurato con le sue mani, dal 1971, l’eremo di San Leonardo, che domina le gole dell’Infernaccio. «Quando sono arrivato, il convento era raso al suolo. Tra i pochi muri ancora in piedi, uno strato di un metro di letame ricordava i secoli in cui l’edificio era stato usato come stalla. C’erano ortiche, rovi, immondizie» racconta oggi il frate. «Mi sono inginocchiato e ho pregato; poi sono sceso alla fonte, tra i primi faggi, per mangiare il pane che mi avevano donato dei contadini di Rubbiano. Mentre ero lì, mi sono tornate alla mente le parole di San Francesco in punto di morte: Et assai volentieri stavamo nelle chiese poverelle et abbandonate. Finalmente la mia vita ha trovato uno scopo».
Oggi, come nel Medioevo, un acquedotto conduce a San Leonardo la fresca acqua del Fosso il Rio. Piccoli orti poggiati su alti muri a secco consentono a Fra’ Pietro di coltivare fagioli, insalata e patate. Il resto, dalla carne in scatola alla pasta, arriva con le offerte di amici, pellegrini e fedeli che salgono a trovarlo fin quassù. «Come San Francesco, da ventisei anni vivo di carità, mangiando alla “mensa del Signore”» dice sorridendo il frate. Ricordato per la prima volta nell’ottavo secolo, il monastero è sorto alle dipendenze di Farfa, ed è stato uno dei primi insediamenti dei Benedettini nel Piceno. Intorno al convento sorgevano un castello, vari stazzi, alcune case i cui resti sono stati inghiottiti dal bosco. Nel 1134, il convento, il castello e i terreni vicini passarono ai Camaldolesi di Fonte Avellana, sostituiti nel 1521 da una comunità di Camaldolesi di regola eremitica, che costruirono le loro celle nei boschi intorno alla chiesa.
Oggi Fra’ Pietro è noto a tutti i frequentatori dei Sibillini, ed è rispettato allo stesso modo da credenti e laici. Qualche incomprensione è nata però con il Parco, che lo ha accusato di aver ricostruito il convento in forme diverse da quelle antiche. L’auspicio, però è che la pace tra Fra’ Pietro e il Parco possa essere stipulata rapidamente.
L’altro eremo dei Sibillini a meritare una visita si nasconde nelle gole del Fiastrone, all’estremità settentrionale del Parco. Qui, tra rocce e leccete, varie grotte sono state utilizzate come eremi dall’alto Medioevo al Seicento. La più interessante è la Grotta dei Frati, che ospitò una comunità di Clareni (o Fraticelli), dei Francescani a lungo perseguitati come eretici a causa della loro intransigenza morale. A lungo abbandonato, l’eremo è servito da riparo, tra il 1943 e il 1944, ai partigiani della zona.
Di recente, grazie al lavoro volontario di una comunità laica, la Grotta dei Frati è stata ripulita e ripristinata per il culto dei credenti come per l’ammirazione dei laici. Il sentiero che la raggiunge è accessibile a tutti. Di fronte all’ingresso, un impressionante salto roccioso domina le gole del Fiastrone, meno note ma altrettanto interessanti dell’Infernaccio. Dall’altro lato della valle, merita una sosta anche l’Abbazia del SS. Salvatore, fondata nel 1005 da San Romualdo di Ravenna e oggi in abbandono.

PleinAir 314 – settembre 1998

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