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PleinAir | Viaggio

, Albania

L’aquila dei Balcani


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8 aprile 2009

Di pane, di sale e di cuore. L’ospitalità albanese è tutta qui, secondo un antico proverbio di questo fiero popolo. Per certi versi l’Albania ricorda l’Italia di mezzo secolo fa, in cui dignità e povertà, libertà e voglia di fare, speranze e disillusione sono stati i fattori cruciali che ci permisero di agguantare in corsa il boom economico. Le tante similitudini fra i due paesi, del resto, non sono casuali ma scaturite da una lunga storia fatta di scambi, di occupazione, di guerra, di rapporti commerciali, di influenza mediatica e culturale, di emigrazione che non si può cancellare con un colpo di spugna. Questo sentimento è molto forte tra gli albanesi, giovani e anziani, in tutti gli strati sociali. Negli anni della dittatura comunista di Enver Hoxha, l’Italia (da Otranto a Valona ci sono appena 70 chilometri di Adriatico) era la finestra sull’Occidente, la possibilità di riscatto da una vita dura di sofferenza, Lamerica, così come racconta Gianni Amelio in un suo celebre film: oggi una gran parte della popolazione albanese parla l’italiano, appreso mediante la nostra radio e la nostra televisione, e il flusso di emigranti che ha raggiunto la Penisola nell’ultimo ventennio ha portato a rinverdire gli antichi rapporti.
In questo momento storico l’Albania è un piccolo paese (si estende per circa 27.000 chilometri quadrati, poco più della Sicilia, e conta 3 milioni e mezzo di abitanti) che ha vissuto un lungo periodo di isolamento quasi assoluto, di autarchia imposta con un regime di polizia, caduto il quale ha intrapreso un difficile percorso di affermazione. Lo spopolamento incontrollato derivante dai bassissimi livelli di reddito che spingono la gente a cercare lavoro altrove, una democrazia costruita a tavolino dagli ex gerarchi mai del tutto assimilata dalla cittadinanza, corruzione, criminalità, addirittura una guerra civile passata sotto silenzio nella comunità internazionale, sono gli ostacoli incontrati negli ultimi decenni dall’Albania, che però ha conservato la spontaneità, la genuinità, l’ingegno per superare giorno dopo giorno le difficoltà.
Ma perché venire in vacanza da queste parti? La domanda mi risuonava nella testa durante i preparativi del viaggio e anche dopo, sul traghetto, insieme a tanti emigranti che lavorano in Italia e tornavano a casa per le ferie. E’ la voglia di conoscenza che ci ha spinto al di là dell’Adriatico, verso una terra che qui da noi finisce solo sulla cronaca nera per le malefatte di pochi criminali. Ora posso invece dire che la facilità di comunicazione, la riservatezza rispettosa, l’accoglienza disinteressata e una serie di luoghi incontaminati mi hanno definitivamente convinto della bontà della mia scelta. Inoltre, superate le paure e le diffidenze iniziali, mi sono sentito al sicuro ben più che in tante altre situazioni di viaggio. Certo, l’Albania continua ad essere un piatto per palati forti, adatto ai camperisti esperti che viaggiano con un grande spirito di adattamento, lontani dai campeggi a cinque stelle con animazione: infrastrutture carenti, uno sviluppo turistico embrionale e tanti anni di isolamento amplificano le difficoltà che si possono trovare nel paese delle aquile. Ma chi non si lascerà intimorire dalla cronaca nera e dal pregiudizio imperante e saprà superare i piccoli intoppi che si possono presentare strada facendo, si troverà immerso in una dimensione libera, ormai difficilmente riscontrabile nei paesi occidentali.

Partenza a rilento
Il grande giorno è arrivato: siamo finalmente in coda al porto di Ancona, da dove ci imbarcheremo per la nostra avventura albanese. Il terminal dei traghetti che collegano i nostri due paesi è ben segnalato, ma una volta sulla banchina inizia l’odissea. Dapprima per cambiare il voucher di viaggio con la carta d’imbarco, operazione che si effettua nella stazione marittima ai margini della zona dei moli: coda, smaccati tentativi di saltare la fila, un primo assaggio di come gli albanesi reagiscono alle maglie strette di una burocrazia che per quarant’anni li ha asfissiati sotto il regime di Hoxha. La gioiosa anarchia degli emigranti euforici per il rientro si scontra con i rigidi controlli della polizia italiana: anche in questo caso un’ora di coda per la verifica dei documenti di identità ci ricorda che l’Albania non è (ancora) un paese europeo. Terminate le operazioni e timbrate le carte d’imbarco, la salita a bordo di decine di veicoli – fra cui il nostro camper – si svolge a rilento, tanto da ritardare di un’ora la partenza. Dopo una ventina di ore di navigazione, l’arrivo a Durazzo è annunciato dai nuovi palazzi in colori sgargianti, segno che gli albanesi che lavorano all’estero iniziano ad investire i loro risparmi nel mattone. Le operazioni di attracco sono solerti, più complessa l’uscita dei veicoli in un clima da grande esodo, tra clacson, sgommate e pedoni carichi di bagagli. Una volta sulla terraferma i mezzi si dispongono su più file (cercate di mantenervi il più possibile verso l’esterno, ossia sulla destra) e anche qui regna sovrano il caos, tra indolenti addetti in divisa e funzionari della dogana in borghese che si aggirano tra le auto, per rilasciare un documento di importazione temporanea del veicolo che dovrà essere conservato gelosamente per tutta la durata del soggiorno e fino all’uscita dal paese. Alcuni ragazzi con una pettorina bianca controllano la validità della Carta Verde: nel caso non improbabile che la vostra assicurazione italiana non copra i rischi in Albania, occorrerà stipularne una temporanea al costo di circa 50 euro. Un ultimo rapido controllo sotto una tettoia, con un addetto doganale che verifica i documenti e dà un’occhiata nel camper, e poi via verso l’uscita.

Atmosfera occidentale
Fuori dal porto una rotonda smista il traffico nelle varie direzioni: noi proseguiamo sulla strada costiera e superiamo il lungomare di Durazzo. Bar, ristoranti, hotel, rosticcerie, insegne sgargianti per un’offerta turistica un po’ affollata e disordinata, ma certo simile ai nostri standard. Famiglie con bambini che tornano dalla spiaggia, giovani in costume che vanno a ballare negli stabilimenti balneari: l’Albania ci accoglie con il suo volto più occidentalizzato, e anche questa è una sorpresa.
Decidiamo di non fermarci anche se sono numerose le possibilità di sosta, magari nel parcheggio di uno dei tanti hotel che punteggiano questo tratto di litorale, e proseguiamo verso sud in direzione di Kavajë. Lungo il tragitto, lasciata la strada principale in corrispondenza di un passaggio pedonale sopraelevato, ci addentriamo sulla destra fino a Plazhi i Gjeneralit, villaggio turistico sul mare: circa 8 chilometri di strada piuttosto disagevole, poi uno sterrato che mette a dura prova il guidatore (niente di impossibile, ma occorre procedere con la massima attenzione soprattutto se il mezzo è di grossa stazza). Dopo l’ultimo tratto accidentato si arriva in una splendida baia, punteggiata di costruzioni in legno, con un ristorante sul mare che propone cucina italiana e albanese. Massima semplicità: i proprietari vogliono realizzare un’area per camper vera e propria che avrà un successo sicuro, soprattutto se la strada sarà sistemata e asfaltata come promesso.
Tornati sulla strada principale, ci dirigiamo ancora a sud verso Berat e alla rotonda di Rrogozhinë giriamo a destra per raggiungere la zona umida costiera di Divjake. Il percorso si snoda in una regione agricola, con venditori di frutta e ortaggi ai lati della strada. Superato Divjake, vivace paese con una piazza centrale di chiaro stile comunista, ci si addentra in una pineta costiera, ma il traffico è insostenibile, la carreggiata strettissima, i guidatori indisciplinati. Il risultato è una fatica immane per percorrere i pochi chilometri che ci separano dalla spiaggia, e una volta arrivati ci troviamo di fronte a un vero e proprio campeggio diffuso, strapopolare, tra venditori di ogni tipo. Non ci sono problemi per la sosta (notiamo anche qualche roulotte e un camper albanese), ma è tutto caotico e piuttosto sporco. Decidiamo di ripartire per Berat, che raggiungiamo via Lushnjë dopo una cinquantina di chilometri. Arriviamo in serata e la città ci appare animatissima, sembra che tutti gli abitanti siano in centro a passeggiare, i bar sono pieni, i negozi aperti, tanto da farci pensare a una festa. Scopriremo poi che questo è il risultato della mancanza di energia elettrica nelle ore diurne, dalle 10 alle 18: alcuni ovviano con rumorosi generatori a benzina, ma in questo lasso di tempo praticamente tutte le attività si fermano. Così può accadere in tutta l’Albania, unico paese europeo che non garantisce ai suoi cittadini la fornitura di corrente elettrica ventiquattro ore su ventiquattro.
Ci fermiamo nella piazza principale, bene illuminata e vicino a un parcheggio di taxi, ma le possibilità di sosta in città sono molteplici: ad esempio sul lungofiume a destra dell’hotel Tomori (un’imponente costruzione bianca in stile comunista con gradevole terrazza panoramica e una pizzeria con forno a legna per chi proprio non vuole rinunciare ai sapori italiani) oppure tra la moschea e la nuova chiesa ortodossa, sul lato libero della piazza da cui partono durante il giorno le corriere per tutta l’Albania.
Berat si allunga sulle rive del fiume Osumi e deve il suo principale motivo d’interesse turistico al quartiere di Mangelem, con le case bianche abbarbicate ai fianchi di una parete montuosa, da cui il soprannome di città dalle mille finestre sovrapposte e la salvaguardia dell’Unesco come patrimonio dell’umanità. Nel castello, siglato da ben ventiquattro torri costruite in varie epoche e tuttora abitato, trova sede il museo Onufri con una delle più preziose collezioni mondiali di icone dal XIV al XIX secolo.

Un tuffo nella storia
Lasciata Berat, torniamo sui nostri passi fino a Poshnjë dove svoltiamo a sinistra in direzione di Fier e, dopo una trentina di chilometri, di nuovo a sinistra verso Patos e Ballsh. Stiamo attraversando una regione petrolifera devastata da cisterne e pozzi ridotti a un cumulo di ruggine, alcuni ancora in funzione, che spandono l’oro nero in ampie pozze circostanti la zona di trivellazione. Il fondo stradale è discreto, ma la presenza di numerosi saliscendi e di autoarticolati rallenta di molto la marcia e la rende piuttosto faticosa.
Dopo Ballsh il panorama cambia radicalmente: montagne erte e scoscese, presenza umana ridotta al minimo, mentre la strada con la segnaletica carente, le curve e i continui cambi di pendenza consiglia la massima attenzione. Giungiamo così a Tepelenë, patria di Ali Pasha, che all’inizio dell’800 vi fece costruire un castello durante la sua lunga campagna di indipendenza dall’impero ottomano. La cittadina ha però un aspetto dimesso e decidiamo di ripartire verso Gjirokastër, su una strada che purtroppo è un cantiere ininterrotto (ma ci dicono che questi imponenti lavori si stanno avviando alla conclusione). All’arrivo ci dirigiamo subito verso la città vecchia, costruita su uno sperone di roccia, sostando nella piazza di fronte all’hotel Cajupi sul lato opposto al consolato greco, dove passeremo la notte nella massima tranquillità. La città di pietra , così chiamata per la copertura delle sue case, ha dato i natali al dittatore Enver Hoxha e a Ismail Kadarè, il più grande scrittore albanese. Il centro storico è sovrastato da un castello ottimamente conservato, che fu impiegato anche come prigione per gli oppositori politici ed è oggi un museo degli armamenti in cui è esposto perfino un aereo spia americano precipitato in epoca di Guerra Fredda.Scendendo dalla città vecchia, giriamo a destra lungo la statale SH04 che prosegue verso il confine greco, diretti a Sarandë; il fondo stradale appare in buone condizioni, anche se soffia un vento fortissimo che rende piuttosto faticosa la guida. Dopo una decina di chilometri seguiamo le indicazioni e giriamo a destra sulla SH78, che sale di colpo verso un passo e poi scende altrettanto rapidamente, mettendo a dura prova la meccanica e la resistenza del guidatore. Un tratto di strada costeggia un limpido torrente da un lato e un canale artificiale altrettanto pulito dall’altro, mentre sorgono piccoli e improvvisati bar con generi di conforto, comprese trote vive che finiscono direttamente sulla brace. Sarandë, con i suoi alti palazzi di cemento fin sul mare, assomiglierebbe a una delle tante località di turismo residenziale che punteggiano le coste del Mediterraneo, se non fosse per l’incredibile quantità di rifiuti che invade le strade. Casinò, hotel, bar sul lungomare, con un’insistente colonna sonora di musica pop degli anni ’80, rappresentano un volto diverso dell’Albania che abbiamo conosciuto finora, inaspettato e ben poco convincente per noi viaggiatori alla ricerca di atmosfere più raccolte e genuine.
A 24 chilometri da Sarandë e quasi a ridosso del confine con la Grecia, la nostra prossima tappa sono i ruderi di Butrinto. Lungo la strada troviamo approdo in una bella caletta presso un hotel-ristorante con terrazza sul mare, che ci consente di sostare e ci fornisce l’allaccio elettrico. Dopo una mattinata balneare, ci spingiamo ancora più a sud superando la cittadina di Ksamil, un luogo in una posizione incantevole ma purtroppo devastato dall’abusivismo edilizio e dall’incuria più totale, e infine raggiungiamo la nostra meta.
Butrinto è ciò che rimane di un’antica città fondata, secondo la leggenda, dagli esuli in fuga dalla distruzione di Troia, intorno al X secolo a.C., e poi passata sotto la dominazione greca, romana, bizantina e veneziana. La visita del vasto sito archeologico, che include fra l’altro i resti di un teatro, di un battistero e di un edificio termale, oltre a una torre fatta probabilmente costruire dalla Serenissima, è piacevole soprattutto al mattino presto o nel tardo pomeriggio, quando il calore del sole estivo è meno intenso. E’ possibile pernottare senza problemi nel parcheggio antistante oppure nei pressi di un bar-ristorante adiacente all’ingresso principale degli scavi. Noi decidiamo però di rientrare a Ksamil e troviamo ospitalità insieme a due equipaggi, uno francese e uno tedesco, vicino a un locale appena fuori dal centro in direzione di Sarandë, dove possiamo usufruire gratuitamente di toilette e doccia.

Una costa da scoprire
Quest’ultima tappa ha segnato l’estremità meridionale del nostro itinerario, e ora si torna verso nord. Il viaggio si preannuncia lungo e faticoso, e in effetti dopo Sarandë la strada diventa strettissima e corre a mezza costa all’interno, in una valle brulla dominata da aspre montagne; l’incrocio è disagevole perfino con le autovetture, e chi è alla guida di un camper piuttosto largo dovrà fare la massima attenzione in alcuni passaggi esposti e privi di guardrail. Più volte finiremo col domandarci come questa specie di carrareccia coperta da un velo di bitume possa essere uno dei principali assi di comunicazione per l’Albania del Sud.La strada continua con i suoi saliscendi a lambire la costa e spesso si scorgono magnifiche spiagge raggiunte da sterrati. A Qeparo, villaggio affacciato su un golfo in cui la statale scende a lambire il mare, il giovane Lefter ha aperto il Beach Bar Skaloma, un localino con musica e cucina ottimamente disposto nei confronti dei turisti itineranti. Poco più avanti, dopo una base militare ormai dismessa e ridotta a un cumulo di macerie e ferraglie, ecco la fortezza di Porto Palermo (dove è stata di recente avviata una campagna di ricerca archeologica italo-albanese) che fu fatta costruire da Ali Pasha su una penisola collegata alla terraferma da un istmo.
La guida rimane piuttosto faticosa, ma ne vale la pena per arrivare alla spiaggia di Llaman, sicuramente una delle più belle e meglio organizzate per pulizia, dotazione di strutture e contesto naturale, con possibilità di sosta notturna al costo di pochi euro. Dopo un bel bagno, finiamo però con lo spostarci ancora un po’ a nord pernottando a Himarë lungo la strada, non prima di un rassicurante scambio di battute col proprietario della casa di fronte, molto contento per il fatto che siamo italiani.
La strada si mantiene molto difficile da percorrere, con i soliti bruschi saliscendi, la carreggiata stretta e nessuna protezione verso l’esterno, ma qui il paesaggio è incomparabile: macchia mediterranea, gole, pareti di rena rossa e il mare laggiù in basso, con alcune spiaggette che invogliano alla sosta. Dopo alcuni tornanti impegnativi giungiamo a Dhermi, una delle località balneari più accoglienti d’Albania: siamo però nel periodo di massimo affollamento estivo e anche l’opzione di dormire nel parcheggio di uno dei tanti alberghi non è praticabile, visto che le camere sono tutte occupate. Ci spostiamo allora a Drimades, una spiaggia successiva che raggiungiamo attraverso uno stretto sterrato all’imboccatura di Dhermi (seguire la scritta rossa “Kamping che invita a girare a destra prima del paese). Terminata la strada, a dire il vero pessima per l’incredibile quantità di buche, ci troviamo di fronte a una situazione particolarmente ospitale, con un campeggio per le tende e la massima libertà per i camperisti di allacciarsi alla corrente elettrica e di usufruire degli spartani servizi del camping. Completano la struttura un bel bar sulla spiaggia e un ristorante economico e di qualità, in cui gustiamo una lauta cena a base di pesce.
Non è facile decidere di lasciare Drimades per Valona, ma sappiamo che la strada da qui in poi andrà migliorando. Intanto dobbiamo affrontare il passo di Llogora, che nel volgere di pochi chilometri ci porta dal livello del mare ad oltre 1.000 metri di quota con una serie di tornanti, ma per fortuna la carreggiata è ampia e ben asfaltata, anche se la pendenza affatica decisamente il motore.
Sulla cima del passo, da dove si gode una vista incomparabile su questo tratto di costa, ci si può fermare anche per la notte vicino al ristorante Ubi Major, gestito da due fratelli che lavorano in Italia e che stanno predisponendo un piccolo camper service. Discorso analogo per il Llogora Tourist Village, pochi chilometri più avanti lungo la strada per Tirana: un parco attrezzato con bungalow, ristorante e un moderno e confortevole albergo, che dà ai v.r. la possibilità di sostare al costo di 15 euro, compresa la prima colazione al bar dell’hotel. La zona è tutelata da un parco nazionale, e lo si intuisce per una maggior pulizia dei luoghi.
Da qui la strada continua inesorabilmente a scendere, e sotto di noi si apre il golfo di Valona. Prima di arrivare in città si può trovare piacevole sistemazione ad Orikum, sostando presso uno degli innumerevoli stabilimenti balneari, bar e ristoranti con parcheggio. Valona (Vlorë per gli albanesi) è vivace e non caotica, tanto che decidiamo di sostare per la notte nella piazza Pavareisise, di fronte a un imponente monumento che celebra la resistenza albanese e a pochi passi dalla moschea Muradiye, costruita verso la metà del ‘500.
L’itinerario si porta ora verso l’interno, ricollegandosi al primo tratto del viaggio e riservandoci un’altra meta storica di particolare pregio. Dal centro industriale e commerciale di Fier svoltiamo a sinistra verso Pojan e dopo 7 chilometri prendiamo di nuovo a sinistra, proseguendo per 5 chilometri fino ad Apollonia, che fu una delle città greche più ricche e importanti. Fondata nel 588 a.C., nel suo momento di massimo splendore contava 40.000 abitanti su un’area di 100 ettari e con una cinta muraria di lunghezza superiore ai 4 chilometri, ma un devastante terremoto nel IV secolo ne decretò la fine; le rovine furono saccheggiate nel XIII secolo per costruire un monastero bizantino poco lontano e quanto rimaneva fu spazzato via per far posto a un insediamento militare (i tunnel che forano la montagna sono tuttora aperti e con una torcia è possibile visitarli). Il sito archeologico sorge su due colline contrapposte collegate da una vastissima agorà, la piazza centrale luogo della vita politica e commerciale. Oggi un’équipe di archeologi franco-albanesi sta compiendo scavi più approfonditi, visto che molte parti di Apollonia sono tuttora inesplorate.

In riva al lago
Torniamo sulla strada principale, non molto ampia ma in discrete condizioni fino a Lushnjë, poi un tratto di autostrada ci permette di procedere più spediti fino a Rrogozhinë. Qui giriamo a destra per Elbasan su una strada che segue la valle del fiume Shkumbin, continuamente intersecata dalla ferrovia che le corre a fianco e che supera i dislivelli e le anse del fiume con arditi viadotti: il viaggio sarebbe piacevole se i saliscendi non facessero rallentare gli autotreni, che salgono a fatica emettendo nuvole di fumo. Superiamo Elbasan, che visiteremo al ritorno, per proseguire verso Librazhd attraverso una serie di paesini sorti lungo questa importante arteria che si snoda fino al confine con la Macedonia, in un paesaggio gradevole che ricorda l’Appennino Emiliano. Dopo Perrenjas (o Prenjas) il percorso torna a salire in modo piuttosto netto portandoci in prossimità di un posto di frontiera macedone; noi teniamo invece la destra in direzione di Pogradec. Superato il valico, si apre davanti ai nostri occhi il meraviglioso panorama del lago di Ohrid, ampio bacino circondato dalle montagne. Attraversiamo la deliziosa cittadina rivierasca di Lin e seguiamo il lungolago punteggiato da locali e alberghi, che propongono cucina di pesce e svariate occasioni di sosta: tra queste scegliamo, pochi chilometri prima di Pogradec, il bar-ristorante e camping Udenisth, a pochi metri dalle placide acque dell’Ohrid. In città la serata è animatissima con fitto passeggio, musica ovunque, lunapark, possibilità di mangiare per pochi euro carne o pesce alla griglia cucinati al momento e serviti con birra.

Verso la capitale
Tornare indietro fino a Tirana richiede circa una giornata di viaggio, che spezziamo con una rapida visita di Elbasan. La città è caratterizzata dall’ingombrante presenza di una fonderia e di un cementificio, voluti dal regime per lo sviluppo autarchico ma ormai in pessime condizioni, anche se continuano a spandere i loro effluvi nell’aria; alcuni albanesi ci dicono che gli oppositori di Hoxha venivano costretti a lavorare qui in un’ottica di “rieducazione”. Non trovando traccia di un ufficio di informazioni turistiche, ci dobbiamo accontentare delle poche notizie della nostra guida: la città, fondata dai Romani nel I secolo, conserva la cinta muraria voluta dal sultano Mohammed II (che le diede appunto il nome di El Basan, in turco “la fortezza”), il castello, al cui interno è stato realizzato un ristorante di gran classe, e la moschea del XV secolo.
La strada per la capitale prende subito a salire in modo deciso, la carreggiata è sufficientemente larga, ma il fondo è corrugato e invita alla prudenza. L’ambiente circostante è aspro e scarsamente abitato, i soliti incendi fanno scempio dei boschi senza che nessuno sembri curarsene più di tanto. Fermatici per un caffè ristoratore a Kiu, il proprietario del locale ci dice che c’è la possibilità di fermarsi per la notte nel suo giardino, a dire il vero un po’ in pendenza ma inserito in un piacevole contesto.
Decidiamo però di proseguire perché preferiamo arrivare a Tirana prima di sera, anche se l’impatto dopo svariate ore al volante non è dei migliori: il traffico non si presenta troppo indisciplinato, ma sulle strade ci sono alcune buche pericolose, a volte mancano i tombini (massima attenzione, se una ruota ci finisce dentro potrebbe essere un bel problema) e le strade sono buie per il solito blackout che funesta gli albanesi d’estate, anche nella capitale. Cercando il campeggio riceviamo indicazioni contraddittorie ed esasperanti che ci indirizzano verso il monte Daithi, altura che domina tutta la città, ma dopo qualche chilometro di salita preferiamo rinunciare e troviamo rifugio nel parcheggio di un ristorante, i cui gentili proprietari ci accordano la possibilità di pernottare. Il giorno dopo, volendo riposarci un po’ e sentendo la necessità di rimettere in ordine il camper, lo parcheggiamo in una strada tranquilla e soggiorniamo al Backpacker Hostel, una palazzina a due piani con giardino che sorge vicinissima al centro proprio di fianco alla residenza dell’ambasciatore italiano, sulla via Elbasani: l’ambiente è cosmopolita, si dorme in camerate da cinque letti ed è possibile usufruire di cucina comune all’aperto, accesso a Internet, possibilità di farsi il bucato.
Cuore pulsante di Tirana è la gigantesca piazza Skanderbeg, su un lato della quale sorge la moschea Ethem Bey, costruita tra il 1789 e il 1823. I larghi boulevard, i palazzi dell’università, le nuove costruzioni di foggia moderna (compreso un centro direzionale con due torri gemelle che inducono qualche perplessità) fanno capire la chiara intenzione di colmare rapidamente il divario architettonico e infrastrutturale con le altre capitali europee.

Eroi ed eroine
Un tratto di autostrada ci porta fuori Tirana, poi seguiamo una strada veloce e scorrevole che attraversa una pianura agricola dove sta nascendo una piccola industria: numerosi sono i laboratori che producono mobili, molti dei quali hanno nomi che richiamano l’Italia e la sua tradizione nel campo, come una sorta di minuscola Brianza albanese. All’altezza di Fushe-Kruje deviamo per Krujë, antica capitale dell’Albania e sede del museo dedicato alla storia di questo popolo e al suo eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg, che a metà del XV secolo riuscì a sottrarre parte dell’Albania al dominio turco sconfiggendo più volte con poche decine di migliaia di uomini il preponderante esercito ottomano. La visita al museo si rivela interessante soprattutto per l’ottima guida, il direttore in persona. Raggiunta Lezhe in serata, ci fermiamo per la notte in Pyaca Rimia, la piazza antistante il municipio, proprio di fronte alla tomba di Skanderbeg. La cittadina ha un’atmosfera rilassata e passeggiamo con piacere lungo la via pedonale principale, assaggiando panini con la salsiccia presso un simpatico ambulante e la sua bicicletta riadattata a barbecue mobile, una soluzione che riscuote grande successo da queste parti. Al mattino, dopo aver visitato il mausoleo e il castello che sovrasta la città, usciamo dall’abitato verso Durazzo incontrando quasi subito il bivio per Shëngjin. Giunti in prossimità del paese, un altro bivio ci conduce alla Plazh: nella parte più interna bar, ristoranti, caffè e rosticcerie, strutture semplici, in legno o con pergolati, che invitano a una pausa ristoratrice, mentre sotto l’ombra di una pineta costiera il camper trova comode occasioni di sosta (ma attenzione a non insabbiarsi). La spiaggia libera, piuttosto pulita per gli standard albanesi, si estende fino a Isull Shëngjin, zona umida dove il fiume Drin si butta in mare, più selvaggia rispetto alla parte vicina alla cittadina costiera.
Tornati sulla SH1, che si rivela in buone condizioni e con un andamento sostanzialmente rettilineo, ci portiamo rapidamente a Scutari (Shkoder per gli albanesi), sull’omonimo lago che ricade per metà in territorio montenegrino. Nella ricerca del campeggio arriviamo a Shirokë, passando uno stretto ponte in acciaio con copertura in legno che ispira poca fiducia: sinistri scricchiolii e alcuni buchi nell’impiantito ormai consunto lasciano intravvedere le acque sottostanti e ci invitano a procedere rapidamente. Shirokë è una piccola località con un paio di ristoranti, uno dei quali, il Simoni, è dotato di giardino in cui i titolari ci assicurano che è consentito il pernottamento dei v.r. Incassiamo la promessa e torniamo in città, dove ci attende il tipico spopolamento domenicale perché la maggior parte degli abitanti è in spiaggia: possiamo così girare agevolmente tra le strade del vecchio quartiere italiano e lungo i viali dell’epoca socialista. Ma il pezzo forte di Scutari è senz’altro il castello del Rozafat, una delle principali testimonianze dell’architettura militare in Albania, fondato nel IV secolo a.C. sulla sommità di un monte con un panorama strepitoso su tutto il circondario, la città, il lago e il punto in cui si incontrano i fiumi Drin e Buna. La strada che vi sale è lastricata in pietra ed è bene percorrerla con attenzione, tanto più che il parcheggio nella parte sommitale è di piccole dimensioni. Una tragica leggenda, ricordata nel museo del castello da un moderno bassorilievo dello scultore Skender Kraja, vuole che nelle fondamenta sia stata murata viva la moglie di uno dei tre fratelli che lavoravano alla costruzione dell’edificio, poiché solo il sacrificio della giovane poteva garantirne la solidità: ella ottenne però di farsi lasciare scoperti un occhio, un braccio e un seno per poter vedere, abbracciare e allattare il suo bimbo.
Per un’altra piccola parentesi di relax in riva al mare usciamo da Scutari in direzione sud e dopo qualche chilometro seguiamo le indicazioni per Velipoje, una delle località balneari più rinomate nella zona, nei pressi della frontiera con il Montenegro. Dopo una bella strada a saliscendi nelle campagne, arriviamo sulla costa quando annotta: lunapark, musica ad alto volume e la folla a passeggio complicano le ricerche di una sistemazione che infine troviamo all’inizio della strada costiera, presso il ristorante Vllaznia, dove ci accoglie un giardino erboso e piantumato con possibilità di allaccio elettrico.

Selvaggio nord
L’ultima parte del nostro viaggio avrà per meta Bajram Currj, capoluogo della Tropoja e punto di partenza per le escursioni in Valbona. Vogliamo attraversare in traghetto il lago artificiale realizzato sul Drin per recarci nel nord dell’Albania, la regione più arretrata ma anche la più affascinante sotto il profilo naturalistico, montuosa e ricca di foreste. Da Scutari lasciamo la SH1 girando a sinistra verso Kukës e il confine con il Kosovo, attraversando una regione agricola fino a Qyrsaç, e qui deviamo a sinistra. La strada costeggia le propaggini del lago in un ambiente incontaminato: non incontriamo veicoli né centri abitati fino a Koman, luogo in cui ci si imbarca sul ferry. Dopo un ponte, dove la polizia ferma le auto e i camion in attesa di salire a bordo, l’ospitale e singolarissimo camping Natura ci accoglie per una sosta ristoratrice: Alberto e il figlio Marko sono i gestori di questa struttura realizzata letteralmente a mano, pezzo per pezzo, fra piante, gazebo, sala da pranzo e ristorante allestiti in una specie di grotte ottenute dalla chiusura delle campate del ponte stradale sovrastante, in un trionfo di kitsch e di inventiva. Decidiamo di lasciare qui il camper, non prima di aver assaggiato l’ottima cucina locale, e prendiamo il ferry a piedi, dopo aver chiesto un passaggio a un camionista baffuto che guida un vecchio Tir svizzero degli anni ’60. Il traghetto effettua due corse al giorno in entrambe le direzioni (da Koman alle 8.30 e alle 15.30, anche se gli orari sono piuttosto aleatori) e, se avessimo voluto imbarcare il camper, la spesa sarebbe stata complessivamente modesta, intorno ai 50 euro che si possono comunque contrattare. Il molo è alla fine di un tunnel che fora la montagna, si ha la sensazione di essere in un posto di frontiera e tutto è molto caotico, ma alla fine le operazioni di imbarco vengono completate e la piccola motonave è pronta a partire. La traversata dura all’incirca quattro ore, in un paesaggio dall’aspra bellezza in cui la presenza umana è quasi impercettibile. Unici stranieri, per giunta italiani, siamo subissati di domande e attenzioni, le ore volano e dopo un’altra mezz’ora di strada col nostro fido camionista ci ritroviamo a Bajram Currj, dove alloggiamo nell’unico hotel della cittadina. L’atmosfera, come immaginavamo, è molto più raccolta rispetto alle località costiere, anche perché questo è sostanzialmente un territorio vocato al turismo naturalistico nei parchi circostanti.
Il giorno dopo, tornati sui nostri passi, riprendiamo il camper che ci aspetta al campeggio di Koman e ci dirigiamo verso Durazzo, da dove riprenderemo la nave per l’Italia. Sul lungomare che ci aveva accolto al nostro arrivo – ora lo guardiamo con occhi più consapevoli – troviamo una sosta tranquilla di fronte a uno dei tanti alberghi costieri, il Xhorxhia, appena fuori dal centro verso sud (ma esistono senz’altro numerose possibilità di questo tipo, visto che la vocazione turistica della città è in decisa espansione). Meritevoli di una visita il grande anfiteatro romano, oggi assediato dai palazzi, e il Museo Archeologico Nazionale che offre un’altra interessante occasione di conoscere la storia di questo paese. Il giorno del rientro, superiamo la barriera doganale e ci incolonniamo in attesa del traghetto; la zona è chiusa e sorvegliata dalla polizia locale, quindi stiamo relativamente tranquilli. In un’atmosfera conviviale, ne approfittiamo per gli ultimi acquisti in un mercatino appena fuori dall’area portuale, uscendo da un cancello sorvegliato. All’imbarco i controlli sono più attenti, per evitare che qualche clandestino possa nascondersi nei nostri gavoni.
Ecco giunta al termine la nostra avventura albanese, iniziata con curiosità, ma anche perplessità e timori che il viaggio ha sfatato chilometro dopo chilometro. E la scoperta più bella non sono i luoghi, ma la gente: al di là dell’Adriatico non abita una schiera di tagliagole pronti ad avventarsi sulla prima preda disponibile, ma un popolo umile e fiero che sta affrontando le difficoltà con grande forza, che si sta aprendo al turismo e che vorrebbe trovare una sua giusta collocazione sullo scenario europeo e internazionale.

PleinAir 429 – aprile 2008

In pratica

COME ARRIVARE
Poco più di 1.000 chilometri di strada, perlopiù statale, separano Trieste da Tirana seguendo la costa adriatica e attraversando la Slovenia, la Croazia, la Bosnia (anche se si tratta solo di un brevissimo tratto frontaliero), di nuovo la Croazia e infine il Montenegro. La limitata scorrevolezza del tragitto e la distanza, con almeno una sosta notturna obbligata lungo il percorso, rendono perciò preferibile il traghetto, per il quale c'è ampia scelta di compagnie e di itinerari. Il porto di Durazzo è servito dalla maggior parte dei principali operatori marittimi, in particolare Azzurra Line da Bari (tel. 080 5928400, www.azzurraline.com), Adria Ferries da Ancona (tel. 071 50211621, www.adriaferries.com), Adriatica di Navigazione-Tirrenia da Bari (tel. 892-123, www.tirrenia.it), Ilion Lines da Trieste e da Bari (tel. 040 363737, www.agemar.it), GLines da Bari (tel. 080 9905229). Un'altra possibilità consiste nello sbarcare a Valona, partendo da Brindisi con Agoudimos Lines (tel. 080 5275409, www.agoudimos-lines.com) o con Skenderbeg Lines (tel. 0831 525448, www.skenderbeglines.com). Quest'ultima compagnia propone anche il nuovo servizio Otranto-Valona, quest'anno a partire dal 15 giugno con sei partenze settimanali. Il viaggio dura ventiquattro ore da Trieste, da sette a nove ore circa per le rotte del medio e basso Adriatico, quattro ore e mezzo in andata e sette ore in ritorno per la Otranto-Valona. Rivolgendosi a un'agenzia di viaggi si potrà individuare la soluzione più adatta anche per il trasporto del veicolo ricreazionale, ricordando che usualmente si gode di tariffe agevolate se si acquista il ritorno contemporaneamente all'andata.

QUANDO ANDARE
Giugno e settembre sono i mesi ideali. In luglio e agosto è molto caldo e il rientro di tutti gli emigranti sparsi per l'Europa assicura grande vita a tutti i centri, ma con qualche inevitabile problema di congestione del traffico e delle località turistiche.

DOCUMENTI E ASSISTENZA SANITARIA
Necessario il passaporto, che all'ingresso nel paese va integrato con una marca da circa 40 euro, oppure la carta d'identità valida per l'espatrio, versando in questo caso una tassa di circa 10 euro per ciascun membro dell'equipaggio. Bisogna inoltre stipulare un'assicurazione in frontiera se la propria compagnia non copre l'Albania e corrispondere una tassa per ogni giorno di permanenza nel paese. Il livello dell'assistenza sanitaria è ancora piuttosto modesto, ed è quindi fortemente consigliabile stipulare prima della partenza un'assicurazione privata che copra anche l'eventuale rimpatrio.

LINGUA
Oltre all'albanese, in molte località - non solo quelle turistiche - sono diffusi l'inglese e soprattutto l'italiano, che molti albanesi imparano lavorando nel nostro paese o ascoltando i nostri programmi radiotelevisivi.

VALUTA E COSTI
La moneta albanese è il lek; un euro equivale a circa 125 lek (febbraio 2008). Ancora scarsamente diffuse le carte di credito, ed è bene quindi organizzarsi per i necessari prelievi di contante. Oltre alle sedi usuali, ci si può rivolgere anche ai cambiavalute che operano lungo la strada in tutte le località principali: si riconoscono per una calcolatrice tenuta in una mano e un mazzo di lek nell'altra. I tassi sono molto vicini a quelli ufficiali e non c'è nulla di losco, anzi il clima in generale è molto disteso.

TELEFONO
Per chiamare dall'Italia in Albania il prefisso internazionale è lo 00355, dall'Albania all'Italia lo 0039. La copertura GSM è piuttosto estesa a ma costi proibitivi, e anche acquistando una carta SIM con numero locale le tariffe non sono convenienti. Meglio servirsi dei pochi telefoni pubblici, acquistando una carta prepagata.

SICUREZZA
Nonostante i molti preconcetti che circolano in Italia, l'Albania è un paese sostanzialmente sicuro. Naturalmente, come ovunque, le zone in cui si può essere esposti a qualche rischio sono le città maggiori. Nell'area di nord-est al confine con il Kosovo, chi decide di affrontare escursioni e trekking farà bene ad affidarsi a guide locali.

STRADE E CIRCOLAZIONE
Come si evince facilmente dal testo, molte statali e strade secondarie albanesi sono in condizioni da mediocri a pessime, anche se si inizia a vedere qualche ammodernamento. Le stazioni di servizio, in compenso sono relativamente numerose e di qualità discreta: le più grandi hanno bar e ristorante, sono aperte 24 ore su 24 e possono essere un punto d'appoggio anche per la sosta notturna d'emergenza. Nel paese la motorizzazione di massa è recentissima e lo si capisce facilmente girando per le strade. Gli albanesi, guidatori non eccellenti, sono generalmente opportunisti e con il piede pesante. Non per niente si incontrano spesso lapidi in memoria, che invitano a maggior prudenza e attenzione. La polizia, piuttosto presente nelle città e lungo le strade principali, ha un occhio di riguardo con i turisti, soprattutto con gli italiani. A volte si incontrano posti di blocco con auto civetta in borghese, ma con cortesia e un sorriso si evitano problemi.

SOSTE E CAMPEGGI
Davvero pochi i campeggi degni di questo nome, mentre è in corso di sviluppo una sorta di rete spontanea di aree attrezzate presso ristoranti e bar. Ecco le strutture presso le quali abbiamo trovato ospitalità e che ci hanno assicurato la loro disponibilità ad accogliere i camperisti. Bardhor-Kavajë Complesso turistico Plazhi Gjeneralit, tel. 00355/68/2067227 o 00355/68/4046303. Sarandë Hotel Kristal, sulla strada per Ksamil.
Ksamil Bar Powerzone, in direzione di Sarandë.
Qeparo Beach Bar Skaloma (chiedere di Lefter).
Llaman Plazh Parcheggio a pagamento nella zona balneare.
Drimades-Dhermi Camping, tel. 00355/68/3462990 (chiedere di Ilir Buhali).
Llogora Pass Ristorante Ubi Major, tel. 00355/68/4055237.
Llogora Tourist Village, tel. 00355/69/2080379 o 00355/68/2027746, www.llogora.com (chiedere di Michele Lamanuzzi, mi.lamanuzzi@tiscali.it).
Pogradez Camping Udenisth, sul lungolago circa 5 chilometri prima della cittadina, tel. 00355/68/3647956 o 00355/68/2361701.
Kiu Bar Cafè Kiu, sulla strada fra Elbasan e Tirana (chiedere di Mushqeta Krrab).
Koman Camping Natura, tel. 00355/68/2621368 (chiedere di Alberto o Marko).
Velipoje Bar-ristorante Vllaznia.

GUIDE E CARTE
L'Albania ancora non è trattata estesamente dall'editoria turistica. Comunque utile la guida Lonely Planet-EDT Balcani Occidentali che, oltre alla nostra meta, tratta anche Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia. In scala 1:300.000 la carta stradale EuroCart edita dallo Studio FMB.

INDIRIZZI UTILI
Albanian Tourism, www.albaniantourism.com.
Albanian National Trust, www.butrinti.com.
Ambasciata d'Italia, Rruga Lek Dukagjini 2, Tirana, tel. 00355/4/275900, www.italian-embassy.org.ae/ambasciata_tirana, segreteriaambasciata.tirana@esteri.it.
Consolato Generale d'Italia, Rruga Ismet Cakerri 45, Valona, tel. 00355/33/25705, consolato.valona@esteri.it.
Consolato d'Italia, Rruga Don Bosco, Scutari, tel. 00355/22/48260, www.consscutari.esteri.it, consolato.scutari@esteri.it.

L'IDEA IN PIU'
La vacanza in Albania può essere abbinata a una visita in Montenegro, trattato nel n. 417 di PleinAir.

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