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PleinAir | Viaggio

, Mali

Binario vivo


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20 dicembre 2003

L’accelerato Bamako-Dakar è immobile sul binario. Come tutti i mercoledì mattina emette un rumorino di sottofondo che potrebbe assomigliare al rantolo di un dinosauro sotto un baobab di Sevaré, nel cuore di tenebra dell’Africa, come in un racconto di Conrad. Per alcune donne maliane questo lento, caotico treno, una specie di casa viaggiante in cui trascorrono molti giorni della loro vita, è l’unica fonte di guadagno. Quattro o cinque volte al mese affrontano il lungo viaggio Bamako-Dakar e ritorno per acquistare e vendere merci nelle stazioncine di passaggio. Anche oggi la stazione di Bamako è una babele di uomini e merci. La gente si porta dietro fagotti e sacchi.
A quest’ora del mattino non c’è musica nell’hotel della stazione dove ogni tanto si ascoltano gruppi maliani, con le chitarrine zairesi in sottofondo e la voce asciutta di qualche griot (stregone) mandingo. Alla stazione di Bamako hanno preso il volo alcune delle voci più sublimi dell’Africa: Salif Keita, Alì Farka Toure, Rakia Traoré.
Il bestione di lamiera è ancora immobile e non emette sussulti. L’attività è frenetica come in un terreno di coltura. Due donne fanno entrare sacchi, bidoni e un fornellone per preparare i pasti durante il viaggio. I sacchi sistemati vengono rispostati; bidoni e secchi cambiano di posto a ogni passaggio. La discussione circa la disposizione dei monumentali bagagli sembra interminabile. Arriva anche un venditore di ventagli, quello di noccioline, uno di uova sode e di spiedini di montone. Tutti gridano e non si parte.
Nel mio scompartimento ci sono tre donne maliane che chiacchierano in bambara, un nigeriano e una nigeriana che parlano yaruba e un senegalese che discute in wolof. Il tentativo di lingua comune è un anglo-francese masterizzato che da solo vale il viaggio. D’un tratto cala la pace sulla tempesta: uomini e cose hanno raggiunto un equilibrio dinamico. Finalmente si parte, sono le 12.30. Quattro ore di ritardo che sono un bel capitolo di vita africana.
La mia vicina, nigeriana di Lagos della tribù dei Piedi Neri, tira subito fuori una ciotola di latte condensato e ci inzuppa una baguette. Il latte deborda dalla ciotola e cade a terra dove incontra le bucce di banana mangiate da due donne di Mopti. Di lì a poco il pavimento dello scompartimento diventa un tappetino di immondizie che arriveranno trionfalmente a Dakar. Quando entriamo alla stazioncina di Kati è l’ora della preghiera. In mezzo a un caos biblico i musulmani stendono i tappetini nei corridoi del treno e invocano Allah rivolti alla Mecca. Gli altri li scavalcano aiutandosi con le mani unte di pezzi di montone e di cipolla, avvolti nei fogli di carta gialla, venduti in chioschi fumosi e ronzanti di mosche.
Intorno al treno intanto è arrivato tutto il villaggio. Tra una ressa furiosa, in dieci minuti si consuma il rito del commercio più frenetico del mondo. La gente sembra impazzita: in un breve lasso di tempo si decidono i guadagni di famiglie intere. Dai finestrini sporgono decine di mani che allungano secchi di plastica colorati. Luride banconote e cibo di ogni genere si incrociano nell’aria calda, lanciati con precise traiettorie. Sotto passano storpi che chiedono l’elemosina e donne vestite di colori sfavillanti con ceste e zucche piene di uova sode, pezzi di carne, pesce affumicato, noccioline. Le piccole cucine di strada friggono pezzi di carne con intingoli, in mezzo a un rosario di sedie e panche dove i viaggiatori consumano i pasti.
Il segnale di partenza è sempre uguale: due fischi prolungati e ravvicinati. I ritardatari corrono e salgono al volo.
Alcuni viaggiano sul tetto per non pagare il biglietto. Nei vagoni torna la calma.
Un giovane si siede sulla predella del vagone con lo sportellone aperto e legge il Corano, con gli scheletri dei baobab che gli sfiorano i capelli. Ci sono rari momenti in cui il treno è straordinariamente silenzioso, tanto che sembra un viaggio sul Mare della Tranquillità: succede sempre dopo che ha lasciato una stazione, quando uomini e merci si abbandonano a una sorta di preghiera collettiva.
Una regina di Dakar allatta il piccolo al seno che esce da una luccicante tunica verde. Due poliziotti legano un ladruncolo al corrimano del disimpegno. Intanto nello scompartimento le donne pescano nel catino comune dove c’è una piccola montagna di riso e pezzi di carne. Ormai sono sei ore di viaggio, filate vie senza noia.
Dopo Kati abbiamo lasciato dietro di noi Guichet, Negala, Kita, Toukoto, Badumbe, sempre con lo stesso spettacolo di vita brulicante. Adesso stiamo per arrivare a Mokuia. Il cielo è grigio, si prepara una notte senza stelle. Nella stazioncina i venditori di carne alla brace battono i coltelli sui tavoli per chiamare i clienti. L’oscurità è vicina: avvolge il treno del tutto alle otto di sera, proprio mentre scivola sul ponte che passa sul fiume Senegal.
La testa fuori dal finestrino, guardiamo le ombre della savana che corrono. Qualcuno tiene gli occhi chiusi. Il grosso nigeriano dello scompartimento sprofonda invece nei grandi temi: «Sei cattolico, credi in Dio? Ci sono molte strade, tutte buone. Forse anche questo treno porta a Dio». Siamo tutti esausti: proviamo a dormire tra gambe e braccia che si intrecciano. A Kayes arriviamo all’una di notte. Ci svegliano odori di frittura e muffa. La notte si è fatta stellata. Rimaniamo fermi due ore per motivi misteriosi, poi il viaggio nella notte continua fino alla frontiera di Kidira.
Sono le tre e un quarto. Qui tutti i viaggiatori vengono fatti scendere. Il controllo dei passaporti avviene su un tavolaccio dietro la stazione, alla luce delle torce di solerti funzionari senegalesi che scrivono a mano nomi e numero di documento, stampando il visto con forza.
L’accelerato resta fermo a Kidira per un’eternità. Nell’attesa le donne dello scompartimento si spalmano in faccia ditate di crema; fuori invece, nell’atmosfera ovattata dell’alba, c’è chi ha il coraggio di mangiare ancora montone con cipolla.
Si parte che è mattino fatto, alle 8.25 in punto. Dopo il confine, l’accelerato procede a passo d’uomo, attraverso un deserto di polvere senza baobab.
Oramai questo treno è diventato una lunga casa viaggiante a undici vagoni, dove tutti si conoscono. Molti hanno in bocca il bastoncino di legno di ghessì per pulirsi i denti. Nei vagoni c’è molta euforia. Più o meno tra 14 ore saremo a Dakar.
Una dopo l’altra sfilano le stazioncine di Bouighuel Bamba, poi Bala e Tangacoumba, con l’intermezzo dei doganieri che fanno aprire i sacchi alle donne dello scompartimento decisi a sequestrare tutto. Si tratta di profumi e roba del genere acquistata in Mali. La tassa da pagare è esorbitante. Le donne sono disperate e i doganieri impassibili. Si consuma il solito tragicomico teatrino africano: i doganieri chiedono 15, le donne rilanciano 3. Alla fine i sacchi ritornano al loro posto per 5. Alla stazione di Kumpantu le donne vendono tamarindo, arrotolato a regola d’arte in palline pelose che hanno l’aspetto di topini affumicati.
Alle 19.45 arriviamo a Kunghel e tre ore dopo a Kaffrine. C’è il tempo per un ultimo assedio notturno di venditori a Guinglinee alle 23.15. E’ la seconda notte sull’accelerato. Alle 3 siamo a Susse e finalmente alle 9 il treno entra trionfalmente a Dakar, dopo 44 ore di viaggio, attraverso una bidonville di rifiuti. La stazione è surreale, attraversata da un piccolo gregge di pecore. C’è anche un grande orologio appeso alla parete. Sull’accelerato Bamako-Dakar, invece, il tempo si misura sempre in regole di vita e quantità di luce.

PleinAir 342 – gennaio 2001

In pratica

Il treno per Dakar, capitale del Senegal, parte di regola ogni mercoledì alle 9.30 dalla stazione di Bamako, in Mali.
Il viaggio dura dalle 38 alle 50 ore, ma può succedere di tutto. Il posto in seconda classe costa circa due terzi della prima.
Per gli italiani il visto senegalese si ottiene gratuitamente e senza problemi al controllo doganale notturno di Kidira.
Nelle stazioncine di passaggio si trova cibo e acqua imbottigliata, anche bibite. Per maggiore tranquillità sarebbe meglio comprarne prima della partenza.
Si può compiere anche il tragitto inverso Dakar-Bamako.

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