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PleinAir | Viaggio

Vobbia - Liguria, Italia

Acqua e sale


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13 marzo 2011

Quando si pensa alle vallate del Piacentino, la mente corre alle vicende storiche che vi si intrecciarono: le lotte fra Guelfi e Ghibellini, l’occupazione transalpina, il dominio dei Farnese e dei Borboni. In un arco di tempo così lungo, il territorio vide sorgere un gran numero di borghi fortificati, rocche e castelli, e la Val Tidone, che dal Monte Penice si sviluppa verso nord sino alla confluenza dell’omonimo torrente con il Po, non fa eccezione: basti pensare alla splendida Rocca d’Olgisio, che da sola varrebbe il viaggio.
Nonostante la zona sia servita da numerose strade, a cominciare dall’ex statale 412 che la collega a Milano, questo lembo dell’Appennino è relativamente poco conosciuto, e noi abbiamo deciso di esplorarlo partendo da una chiave di lettura insolita, ovvero i circa trenta mulini che rappresentano il segno distintivo di un periodo storico più recente. Oggi un’associazione si occupa di valorizzarli, curandone la conservazione e stimolando la conoscenza di queste interessanti strutture. Ma la Val Tidone è anche il punto di partenza di uno degli itinerari transappenninici che conducono sulla costa genovese: nell’area, che si estende su quattro regioni diverse, si sviluppano le antiche vie del sale che partivano dalla Pianura Padana per andarsi ad affacciare sul Mar Ligure.

Energia… acquatica
Franco Borghi, mugnaio dal 1927, racconta che alla fine dell’800 erano attivi in Val Tidone almeno quaranta mulini, dislocati perlopiù sulla riva sinistra del torrente, tra Pianello Val Tidone e Romagnese. Di alcuni di questi edifici, dove si è tramandata per secoli l’arte molitoria, non rimane che qualche traccia nel ricordo degli anziani; altri sono ancora in buone condizioni e meritano decisamente una tappa nel nostro itinerario.
Dando le spalle al Po, la provinciale 412 attraversa Castel San Giovanni e Borgonovo fino a congiungersi con il Tidone. Subito prima di Pianello, nella frazione di Strà, troviamo il Mulino Buccellari, di proprietà della famiglia Dal Verme che, nel 1575, chiedeva al mugnaio un affitto di “100 staia di frumento, otto capponi, due paperi e un porcello”. I Dal Verme abitavano fin dal XIII secolo nella Rocca d’Olgisio, un’antica fortificazione che si erge qualche chilometro più a sud, su un’altura che separa la valle da quella del Chiarone.
A poca distanza, a Trevozzo, tre mulini degni di nota sono il Botteghe, il Franzini e il Fornace; proseguendo sulla provinciale, poco prima di raggiungere Nibbiano ci fermiamo invece in località Lentino, che prende il nome da un altro impianto di molitura attorno al quale nel Medioevo sorse una manciata di case. La recente ristrutturazione di questo borghetto ci ha restituito un pezzo di storia che arriva fino all’800: il mulino (conosciuto in passato anche come Rollentino) è infatti perfettamente conservato e ben visibile accanto all’invaso sul fiume creato da una diga di recente costruzione. All’interno dell’edificio, che oggi ospita convegni ed eventi culturali, trova posto anche La Strada dei Mulini, appunto l’associazione impegnata nel loro recupero. Lungo il Tidoncello, un piccolo corso d’acqua che confluisce nel Tidone proprio a Nibbiano, ne troviamo altri due, i mulini Reguzzi e Tombino, mentre percorrendo la vallata principale c’è l’imbarazzo della scelta: ecco i mulini Ferro, Rizzo e Ceppetto, che conservano la tipica ruota oltre a significative tracce dell’antica attività dei mugnai della zona.
Nel chilometro che separa le ultime case di Nibbiano dalle prime di Caminata troviamo il Molino dei Fondi, il Mulinino e il Guasto. Poco prima della diga di Molato la strada e il fiume fanno brevemente da confine di regione; entrati in Lombardia, continuiamo a risalire la valle sino all’abitato di Romagnese, alle falde del Penice, dove troviamo l’ultima testimonianza dei cosiddetti mulini di montagna. Si tratta di tre belle costruzioni poste in rapida successione su un piccolo pendio che digrada verso il torrente. Anche se sarebbe necessaria un’attenta ristrutturazione, il mulino Costola risulta ancora intatto, mentre gli altri due hanno subito parziali trasformazioni. Poco sopra il paese, vicino alla frazione Grazzi, cambiamo argomento con il Giardino Botanico Alpino di Pietra Corva, che ospita circa 1.200 specie di piante e un interessante centro visite: gli escursionisti che vi si recano sono spesso oggetto di curiosità… da parte di cervi, daini e persino qualche muflone.

Dai monti al mare
La parte dell’Appennino che comprende il territorio di confine tra le quattro province di Alessandria, Pavia, Piacenza e Genova è dominata da un crinale montuoso che si snoda verso il mare nelle cime del Penice (1.460 m), del Chiappo (1.700 m) e dell’Antola (1.597 m), ed è nota con la denominazione di Terre Alte. Queste zone, ricche di corsi d’acqua, alternano le vallate in un incastro che un tempo fu fondamentale per creare le strade che dovevano permettere un più agevole attraversamento dei monti. I quattro paesi che rappresentarono i nodi cruciali di queste vie sono San Sebastiano Curone, Varzi, Bobbio e Torriglia, località importante perché posta a poca distanza dalla sorgente del Trebbia, affluente del Po il cui corso descrive il tracciato della statale 45 che gli corre accanto sino a Rivergaro, a una manciata di chilometri da Piacenza.
Scavallare l’Appennino è l’occasione per una bella gita, ma un tempo si faticava a inerpicarsi con i muli per trasportare il sale. Una di queste vie commerciali scendeva dall’Oltrepò Pavese lungo le strade e le mulattiere che seguivano il corso del torrente Staffora, giungevano a Varzi e di qui risalivano il fondovalle sino a Castellaro e alla tondeggiante sagoma del Monte Bogleglio (1.492 m). In equilibrio sui crinali tra il Chiappo e l’Antola il percorso discendeva infine a Torriglia, punto di incontro con gli altri tracciati piemontesi ed emiliani che da quel luogo puntavano dritti su Genova attraverso il Passo della Scoffera.
Da Romagnese seguiamo le indicazioni per Bobbio, splendida cittadina di origine altomedioevale dove ci immettiamo sulla statale 45 verso sud: la strada, come detto, segue il Trebbia (nel nostro caso in senso opposto), un fiume dalle acque limpidissime che regala scorci di incredibile bellezza. E’ il caso della splendida vista offerta dal chilometro 81, in cui il tracciato sovrasta tre canyon scavati dalle acque nel corso di millenni. Di qui si prosegue fino a incrociare il torrente Brugneto, su cui una cinquantina d’anni fa venne costruito uno sbarramento che, creando un piccolo lago artificiale, sommerse i villaggi di Casoni e Frinti. Un percorso di trekking gira intorno allo specchio d’acqua e rivela altri antichi mulini e ponti in pietra, per la gioia di chi ama le fotografie da cartolina. Ancora una decina di chilometri e siamo infine a Torriglia, ottima base per belle escursioni nel Parco Naturale Regionale dell’Antola e per la visita di alcuni borghi dall’aspetto incantato. Il primo che visitiamo è il villaggio semiabbandonato di Pentema: il fascino di questo piccolo centro deriva dall’isolamento in cui ha vissuto fino a pochi decenni fa, cosa che gli ha permesso di conservare immutate le sue tradizionali architetture.
A circa 2 chilometri in linea d’aria, ma molto più distante per chi si sposta seguendo la viabilità locale, ecco la medioevale Senarega, con le caratteristiche abitazioni in pietra e i tetti ricoperti di ciappe, lastre di ardesia che in Liguria e altrove sono adoperate anche in cucina come piastre di cottura. Il borgo ospita un castello la cui torre risale al 1100, mentre del secolo successivo è la chiesa di Nostra Signora dell’Assunta, ampiamente rimaneggiata alla fine del ‘600. Di particolare interesse anche l’antico ponte in pietra sul Rio dell’Orso e la piccola sezione etnologica del Museo Storico dell’Alta Valle Scrivia, dedicata alla stalla. Poche curve ci separano a questo punto da Chiappa, un altro borghetto con le strade pavimentate in pietra e le case con i tetti tipici della zona, da cui l’abitato deriva addirittura il nome.
Ci spostiamo ora sul versante occidentale del Parco dell’Antola scendendo a Valbrevenna, proseguendo sulla provinciale e seguendo la deviazione per Crocefieschi, dove troviamo le indicazioni per Vobbia. Passato il piccolo centro, scendiamo di fianco all’omonimo torrente e dopo poche centinaia di metri appare il millenario Castello della Pietra. Nato come stazione per proteggere le vie del sale, il complesso fu costruito sfruttando la posizione di due torri di roccia, caratteristici bastioni naturali che lo resero praticamente inespugnabile. Tra le numerose vicissitudini storiche, oltre ai numerosi passaggi di proprietà il castello subì alcuni devastanti attacchi, il più celebre dei quali fu quello ad opera delle truppe napoleoniche, che lo dettero alle fiamme e fecero fondere i suoi cinque cannoni per realizzare le campane della chiesa di Crocefieschi. La struttura si raggiunge con una camminata di circa mezz’ora su un sentiero a scalini che parte dalla provinciale; in alternativa si può seguire un itinerario più facile ma più lungo (poco meno di un paio d’ore), il cosiddetto Sentiero dei Castellani che inizia poco fuori da Vobbia, nella frazione Torre. Oltre all’interesse per il sito e al panorama che si gode dalle finestre del salone centrale, è davvero suggestivo salire alla fortificazione e percorrere il camminamento di ronda, magari immaginando di essere gli antichi residenti del maniero.
Con un simile affaccio, gli amanti dell’escursionismo sono tentati dalla vicinanza delle Rocche del Reopasso, due creste a cui si accede tramite una ferrata oppure con diverse vie di arrampicata, alcune delle quali molto impegnative. Le Rocche si raggiungono proprio da un sentiero che parte a poca distanza dal Castello della Pietra, ma chi è già stanco della salita alla fortezza può ridiscendere in strada, accendere il motore e ritrovarsi in men che non si dica sulla provinciale 35 o sulla A7, dovendo solo decidere se per tornare a casa bisogna puntare verso nord o verso sud.

Testo di Paolo Ferrari, foto di Paolo Ferrari, Marco Bava, Fausto Borghi e Roberto Giuni

PleinAir 452 – marzo 2010

 

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